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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA: Afghanistan

Aggiornamento: 2 ott 2022

di Germana Tappero Merlo

È avvenuto un ennesimo attacco terroristico a Kabul, in un Afghanistan che sta vivendo una grave crisi economica, fra siccità, carestia e risorse per aiuti finanziari congelate nelle banche statunitensi dopo il ritorno dei talebani al potere, nell’agosto del 2021, e che non ha ancora trovato una sua definitiva collocazione regionale e internazionale[1]. Poco o nullo l’interesse dei media nostrani, e il ripetere del perché di tanta distrazione è cantilena nota. Eppure ad essere colpiti sono stati giovani studenti nel Kaaj Higher Educational Center, in fila e in aula per esami, con la stessa età di quelli che muoiono in Ucraina o nelle rivolte in Iran.


L'indifferenza dei media occidentali

A Kabul sono stati oltre 30 i morti e parecchi i feriti, e per lo più donne, tutti di etnia Hazara. Sono infatti, e ancora una volta, proprio gli Hazara ad essere vittime di quella che è una guerra a bassa intensità, pressoché solo terroristica, che sta sconvolgendo l’Afghanistan talebano. Quella che a tutti gli effetti è degradata dai media occidentali ad una mera questione di ordine interno per il regime di Kabul, di fatto si snoda su differenti ambiti, cui non sono estranee altre regioni in guerra.


Si tratta, infatti, di un conflitto intra-religioso ma anche internazionale, con soggetti eversivi dalle aspirazioni transnazionali, come il gruppo dello Stato Islamico-Provincia di Khorasan (IS-KP), branca regionale della vasta Organizzazione dello Stato Islamico. In pratica, i diretti discendenti dei tagliagole dell’Isis di al-Bagdadi, per intenderci, inviati dal Califfo in Afghanistan già nel 2014 proprio per estendere la presa del neonato e sedicente Stato Islamico oltre l’esclusivo mondo arabo mediorientale.


Ed è da complessi rapporti di forza che è necessario partire per cercare di comprendere chi e perché ha così tanto interesse a sconvolgere la vita quotidiana di quel Paese, in attesa di rivendicazioni ufficiali (rare) o che le indagini degli inquirenti locali chiariscano le responsabilità. Innanzitutto in Afghanistan è in atto una guerra fra talebani, da sempre alleati con al-Qaeda, e il numeroso e nutrito gruppo jihadista dell’IS-KP, da cui praticamente dipendono quasi tutti gli atti terroristici dell’ultimo anno.


La sempre più forte presenza di gruppi jihadisti

Già dal 2014, il bottino dello scontro fra queste forze eversive jihadiste (tutte sunnite) è l’esclusivo controllo del Paese e illuderci che siano state indebolite o addirittura scomparse dopo l’assassinio di parecchi dei loro vertici, è pura illusione. Proprio l’uccisione a Kabul del leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, il 31 luglio scorso, in un’operazione più che chirurgica di un drone statunitense sulla sua dimora in centro-città, di fatto ha dato all’IS-KP l’opportunità di reclutare combattenti fra i talebani delusi dall’incapacità dei qaedisti di proteggere il loro capo, o perché hanno considerato complice di quell’omicidio lo stesso governo di Kabul.

L’obiettivo tattico primario dell’IS-KP, che controlla 11 province su 34, è peraltro quello di frammentare la compagine talebana interna. Proprio sull’incapacità dei talebani a garantire la sicurezza del Paese ruota il gioco perverso della propaganda e dell’azione terroristica jihadista dell’IS-KP: in pratica, è come se costoro affermassero, “la responsabilità degli attentati è nostra, e la riconosciamo, ma la colpa è esclusivamente di chi non sa proteggervi. A voi la scelta”.


Ma se tutto si limitasse a questo, sarebbe troppo facile. Divergendo sugli obiettivi ma raramente sui metodi, governo talebano, al-Qaeda e IS-KP intrattengono rapporti conflittuali ma non escludendo anche alleanze ad hoc, come pure tregue inaspettate. Ciò perché all’interno dei talebani vi sono divergenze su come comportarsi con l’IS-KP, a dimostrazione del carattere adocratico del nuovo terrorismo eversivo soprattutto jihadista, che si adatta alle occorrenze, fa alleanze o le rompe, appunto ad hoc, secondo convenienza, ingarbugliando le fila di molteplici matasse e i relativi percorsi di un ragionamento analitico, portando ad azioni e reazioni discordanti e, di conseguenza, ad un contrasto inefficace.


La nuova strategia dell'IS-KP

Inoltre, stando ad alcuni analisi, l’ IS-KP mira a fare dell’Afghanistan non un nuovo Grande Califfato – già fallito in Siria ed Iraq – quanto invece la propria base operativa per l’espansione nella regione (Asia centrale, ma anche meridionale, con obiettivi Sri Lanka e Maldive), fra l’altro avviata con il reclutamento di combattenti pachistani – da tempo già numerosi nelle fila anche qaediste, giocando sulla complicità fra talebani afghani e talebani pachistani, e con l’onnipresente doppio gioco dei servizi segreti di Islamabad - cui si sono aggiunti uzbeki, beluci, tagiki e uiguri.


Il piano eversivo dell’IS-KP in Afghanistan è infatti anche quello di creare un cuneo nelle fragili relazioni dei talebani con i Paesi vicini così come quelli più remoti, come la Cina, dato che gli uiguri (etnia turcofona di religione musulmana) della regione dello Xingjian, sono una preoccupazione di sicurezza fra le più impellenti per Pechino. Non da meno, nella sua propaganda, l’IS-KP minaccia di prendere di mira progetti di sviluppo regionale importanti, che riguardano sia la Belt and Road Initiative di Pechino, sia la proposta della ferrovia transafghana che dall’Uzbekistan, passando per il territorio afghano, raggiunge la pachistana Peshawar.


Ma le velleità jihadiste si spingono oltre gli Stati della regione centroasiatica. Sebbene la questione afghana e il terrorismo di matrice IS-KP sembri essere fuori da un’agenda di emergenze del Dipartimento di Stato statunitense, di fatto è in cima alle sue preoccupazioni, vista anche la partecipazione degli Stati Uniti, con oltre 30 paesi, a una conferenza sulla sicurezza in Afghanistan, tenutasi nell’uzbeka Tashkent a fine luglio. Su Washington gravano certamente le responsabilità per lo stato di instabilità in cui è stato lasciato l’Afghanistan dopo il frettoloso ritiro delle proprie truppe, ma anche il peso di report, come quello dell’autunno scorso del Wall Street Journal, che testimoniava come personale afghano, militare e di intelligence, addestrato a suo tempo dalle forze statunitensi, fosse andato ad arruolarsi fra le fila dell’IS-KP[2].


È un tardivo correre ai ripari, con un occhio però anche - e non potrebbe essere altrimenti – ai rapporti fra potenze nella regione centroasiatica: non solo Cina, ma anche Russia. Mosca è fra le poche nazioni ad avere ancora l’ambasciata in Kabul e sono di questi ultimi mesi accordi commerciali di Putin con i talebani per esportare gas e grano russi in cambio di minerali e derivati dall’oppio per farmaci. Un aggirare le sanzioni per il primo e tentare di sopravvivere alla grave crisi da isolamento internazionale e siccità, per i secondi.

Le ragioni degli attacchi agli Hazara

Fin qui lo scontro intra-sunnita con buona dose di ambizioni transnazionali dell’IS-KP, con relativi coinvolgimenti di potenze esterne. Ma vi è anche la componente più complessa, quella della secolare lotta intra-islamica dello scontro fra sciiti e sunniti. Gli Hazara, ripetutamente colpiti negli ultimi attentati, sono infatti un gruppo etnico appartenente allo sciismo duodecimano e, già per questo, considerati eretici dai talebani (sunniti). Alcuni studiosi li fanno discendere da Gengis Khan, da cui non solo i loro occhi a mandorla (oramai pericoloso segno distintivo) ma anche la loro tradizione di valorosi guerrieri, per lo meno fino a quando controllavano gran parte dell’Afghanistan.


Ora gli Hazara sono ridotti al 9%, anche se qualcuno azzarda il 18% della popolazione: vivono nella parte centrale del Paese, ma anche a Kabul ed Herat (foto a destra), così come nella regione di Bamiyan, per intenderci quella dei Budda distrutti dal furore iconoclasta dei talebani nel marzo del 2001. Non parlano arabo, ma il dari, ossia persiano afghano (o farsi orientale).

Lo stesso termine Hazara ha origine persiana e significa “mille”, a identificare le migliaia di soldati mongoli che occupavano le fortezze costruite da Gengis Khan in territorio afghano. E poi perché, sebbene discendenti dal prode condottiero mongolo, di fatto e da secoli, sono legati per culto religioso all’Iran. Gli stessi mullah Hazara si formano nella città santa iraniana di Qom.


E proprio nell’opposizione verso Teheran potrebbe esserci una chiave di lettura di questi attentati. Premesso che gli Hazara e altri gruppi etnici di religione sciita, come anche i sufi, sono vittime di attentati talebani già dagli anni ’90, attraverso anche uccisioni di massa e altri gravi abusi, tanto da ipotizzare accuse di gravi crimini contro l’umanità, il voler coinvolgere l’Iran nell’instabilità afghana è anche una possibile chiave di lettura. Teheran è infatti molto sensibile alla protezione degli sciiti e le loro comunità nel mondo, e le vicende irachene e siriane lo hanno ampiamente dimostrato.

Ne deriva che l’Iran è parte essenziale nell’equilibrio di potere tra la comunità Hazara e il governo talebano: pesano gli oltre 900 km di confine fra i due paesi e il contrasto delle autorità iraniane ai traffici di droga proveniente dall’Afghanistan, ma anche la dipendenza dei talebani dalle forniture iraniane di elettricità, benzina, prodotti alimentari e medicinali. E poi vi sono i 3 milioni di profughi afghani, per lo più proprio Hazara, che hanno trovato riparo in Iran dopo il ritorno dei talebani. Non è estraneo anche un apporto militare degli Hazara con la loro Brigata Fatimiyoun, utilizzata da Teheran nel conflitto siriano, e che ora il regime degli Ayatollah minaccia di utilizzare, come altre milizie paramilitari sotto il suo controllo, come variabile di aggiustamento nella sua politica regionale. Nel caso afghano, contro i talebani perché, sebbene composta da cittadini Hazara afghani proprio costoro hanno giurato fedeltà all’Ayatollah Khameney e sono pronti al sacrificio estremo in difesa della loro comunità.

C’è quindi molto dietro una scarna nota di agenzia circa un attentato in Afghanistan, a volte nemmeno presente sui media nostrani. E quanto descritto è solo un assaggio degli aspetti politici interni ed internazionali: poi vi sono quelli sociali interni, là dove ad essere colpiti sono sì gli Hazara, ma soprattutto le loro donne, quelle in fila per accedere al loro diritto – negato dai talebani – di studiare. Ma anche i loro compagni, mariti, figli, capifamiglia senza i quali, perché morti o feriti gravemente in attentati, è impossibile per tutte le donne afghane, in quel regime, portare avanti la propria esistenza, da cui l’alto numero di suicidi. A noi almeno il dovere di conoscere, descrivere, approfondire se non altro per denunciare.


Note


[1]https://www.laportadivetro.com/post/ultima-ora-attentato-a-kabul-oltre-trenta-i-morti [2]https://www.wsj.com/articles/left-behind-after-u-s-withdrawal-some-former-afghan-spies-and-soldiers-turn-to-islamic-state-11635691605?mod=Searchresults_pos2&page=1

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