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Per passione, non solo musica e parole...

Trecentocinquanta anni fa, Antonio Lucio Vivaldi

a cura del Baccelliere


Parafrasando Gaber, potremmo dire “chiedo scusa se parlo di Vivaldi”[1]. Parlare di Antonio Vivaldi potrebbe essere considerato una fuga da una realtà fatta di guerre e aggressioni. Lo spunto tuttavia viene da più parti. Da un lato c’è un fatto anagrafico - domani 4 marzo ricorre l’anniversario della sua nascita. Dall’altro un avvenimento - sempre da domani e fino al 26 marzo la Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino organizza Marzo con Vivaldi, nel corso del quale sarà realizzata una eccezionale esposizione di codici e scritti in gran parte autografi del Prete Rosso.

 

Una mostra alla Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino

La Biblioteca del capoluogo sabaudo conserva 27 volumi delle opere di Vivaldi per un totale di circa 15mila pagine e oltre 450 composizioni. La collezione più importante e più grande al mondo di manoscritti autografi del compositore veneziano. L’iniziativa, che sarà accompagnata da concerti e incontri, rientra nel novero delle celebrazioni che condurranno al trecentocinquantesimo anniversario della nascita di Vivaldi nel 2028.

Da Venezia a Torino il viaggio compiuto dalle opere di Vivaldi è stato lungo. Qui sono arrivate negli anni ‘20 del Novecento, dopo che erano state dimenticate per quasi due secoli. Dal diciottesimo secolo le partiture sono passate di mano fra senatori veneziani, ambasciatori imperiali e il Collegio Salesiano di Borgo San Martino per essere poi donate alla biblioteca.

Immenso è il valore economico di questi documenti. Ma ancora più grande è il loro valore storico ed estetico. La pagina scritta, sino all’invenzione degli strumenti di registrazione come il nastro magnetico, rappresenta la memoria musicale. Alla pagina scritta il compositore affidava il proprio pensiero e le proprie aspirazioni di immortalità.


Le sue opere studiate da Bach

La musica di Vivaldi, dopo la sua morte, fu ignorata per quasi tre secoli. Nonostante l’influenza che aveva avuto sui suoi contemporanei e la stima che ne aveva suscitato - le sue opere furono studiate e trascritte dallo stesso Bach - cadde nell’oblio e nel corso del classicismo fu praticamente ignorata. Ma le partiture erano lì. Bastava togliere la polvere e lasciare che parlassero. Così con il tardo romanticismo e l’inizio del XX secolo l’interesse per Antonio Vivaldi si riaccese. Potente e inarrestabile. Da allora è considerato uno dei massimi esponenti del Barocco, grazie a una poetica fondata sui forti contrasti sonori e sulle armonie, semplici e suggestive.

Per questo possiamo parlare di Vivaldi senza chiedere scusa. La sua musica — e ancora di più il pensiero dei suoi manoscritti — ci ricorda che l’umano non coincide solo con la sopravvivenza o con la violenza della storia. Esiste una continuità più profonda. Quello che propone la Biblioteca Universitaria Nazionale non è una semplice consolazione: ascoltare la musica di Vivaldi e i suoi larghi, studiarne i manoscritti ci dà una dimensione diversa del mondo. Esiste ancora l’umano. Esisteva più di trecento anni fa nonostante la vita delle ragazze dell’ospedale di carità o dei copisti che lavoravano a contatto con il maestro fosse talmente labile, che la si poteva perdere facilmente. Esiste ancora e dovremmo recuperarlo. Lo insegnano gli archi della Primavera [2]. Il dolore non può essere negato ma bisogna attraversarlo.


Note

[1] la canzone era Chiedo scusa se parlo di Maria https://youtu.be/Ou1XLgxkKdU?si=98fBi891h0k3OjPC tratta da Far finta di essere sani

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