"L'Arma riconosca il sacrificio nella guerra di Liberazione degli otto carabinieri"
- Nicolò D'Oria
- 23 ore fa
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Aggiornamento: 3 ore fa
L'appello di Franco Lazzaro, nipote di uno carabinieri trucidati ad Alagna il 14 luglio 1944, che da anni si batte per un riconoscimento ufficiale
di Nicolò D'Oria*

A margine dell’82^ commemorazione della strage di Alagna del 14 luglio 1944 abbiamo dialogato con Franco Lazzaro, nipote materno di Ugo Longato, che con il suo grado di appuntato era il più alto in grado fra i carabinieri fucilati ai piedi del Monte Rosa nel venerdì più tragico che la storia del paese ricordi. Lazzaro - nella foto, durante l'intervento alla commemorazione, accanto a lui Sara Montanari dell'Anpi locale- è nato proprio il giorno in cui lo zio veniva arrestato e iniziava il tragico percorso che lo avrebbe condotto alla morte; un incrocio di destini che ha segnato la storia di una famiglia e ha consegnato al nipote un mandato morale per onorare la memoria di un carabiniere che, insieme ai suoi colleghi d’Arma, scelse la fedeltà al giuramento e il senso compiuto della libertà prestati fino all'estremo sacrificio.
Chi era suo zio Ugo Longato e quale fu il suo percorso umano e militare fino alla tragica morte durante la Resistenza?
Mio zio era nato a Scorzé, in provincia di Venezia, il 21 novembre 1907, da una famiglia contadina. Nel 1927 era entrato nell’Arma, frequentando la scuola allievi a Torino, per poi essere trasferito nella Legione di Alessandria. Nel giugno 1942 partì per la Russia con l’8ª sezione mista Carabinieri. Ritornò in Italia nel maggio del 1943 e poco dopo fu nominato appuntato. Era poi stato trasferito in Valsesia e prestava servizio presso la caserma di Scopa. Nel giugno 1944, quando ci fu l’esperienza della zona libera, insieme ad altri colleghi si era messo al servizio delle autorità partigiane che in quel momento governavano il territorio. Fu catturato da un reparto fascista al rientro da una missione in valle Anzasca, dove la squadra di Carabinieri che comandava si era recata a prelevare dell’esplosivo per minare i ponti e rallentare l’afflusso dei nazifascisti ad Alagna, dove erano confluiti partigiani e civili in fuga dalla media e bassa valle.
Da dove nasce il suo impegno per ottenere un riconoscimento ufficiale alla memoria di suo zio e quali ostacoli ha incontrato in questi anni?
Mia madre sul letto di morte mi fece promettere che avrei fatto di tutto per onorare degnamente la memoria di mio zio. Avrebbe voluto che gli fosse intitolata la caserma dei Carabinieri di Scorzè, ma le regole stabilite impedivano che questo avvenisse senza un riconoscimento formale della Repubblica italiana. Per questo ho presentato varie domande nel tempo, senza ottenere nulla. Nel 2020 il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ad un’istanza per la concessione del merito civile alla memoria ha risposto che dagli approfondimenti condotti non erano emersi documenti, memorie o testimonianze di azioni eroiche ascrivibili all’appuntato Ugo Longato.

Una risposta molto fredda, pesante e per lei, immagino, assolutamente deludente. Tuttavia, non sembra avere scalfito le sue motivazioni. Perché ritiene che il comportamento di Ugo Longato e degli altri Carabinieri catturati ad Alagna meriti una ricompensa al valore civile o militare?
Non mi sono arreso e non intendo arrendermi ora, finché ne avrò la forza. Dalle testimonianze emerse, Ugo Longato e gli altri Carabinieri furono sottoposti a interrogatori brutali, sevizie e torture dal tenente Guido Pisoni, responsabile del reparto fascista che agiva in alta Valsesia. Avrebbero potuto passare dalla parte dei fascisti e soprattutto rivelare informazioni che sarebbero risultate fatali per il movimento partigiano. Con la loro coerenza e il loro silenzio garantirono la salvezza a molti altri patrioti e anche alla popolazione locale. Non le pare sufficiente tutto questo per riconoscere al comportamento di quei ragazzi il carattere dell’eroismo?
Quale risposta si aspetta ancora dalle istituzioni?
Ho inoltrato al Prefetto di Vercelli un’istanza per il conferimento postumo di ricompensa alla memoria di mio zio. La Prefettura di Vercelli rappresenta lo Stato nel territorio in cui si è consumato l’eccidio. Confidiamo che il Prefetto colga il valore civile profondo di questa richiesta: quegli uomini caddero nell'ambito della lotta di Liberazione, dalla quale sono nati i principi fondanti della nostra Costituzione. E confido che anche i rappresentanti delle istituzioni civili e militari, i media, l’opinione pubblica guardino con interesse alla causa che sto sostenendo.
Che significato avrebbe, per lei, il conferimento di una ricompensa alla memoria di suo zio? Si tratterebbe di un riconoscimento personale o di qualcosa di più ampio?
Sono titolato a presentare istanza formale in memoria di mio zio. Il conferimento di una ricompensa alla sua memoria non vuole però essere un tributo isolato, ma deve tradursi in un atto che possa aprire la strada per onorare, insieme a lui, tutti gli altri Carabinieri caduti ad Alagna. Hanno affrontato lo stesso “olocausto della vita” che è stato riconosciuto ufficialmente dalla Repubblica italiana per i carabinieri martiri delle Fosse Ardeatine o per quelli uccisi nell'eccidio di Malga Bala.
Nel ricordare quei fatti, quale messaggio desidera trasmettere oggi sul sacrificio dei Carabinieri e dei partigiani caduti nella lotta di Liberazione?
Non faccio distinzioni né sul piano umano, né su quello civile fra i Carabinieri e i partigiani caduti. Provenivano da tutta l’Italia e si sono sacrificati perché il nostro Paese potesse avere un futuro di libertà. Penso anche al vilipendio dei loro cadaveri dopo l’esecuzione: averli lasciati esposti per un’intera giornata come monito per la popolazione, averli seppelliti poi in una fossa comune e avere impedito qualsiasi cerimonia religiosa in loro suffragio mi sembra un atto di barbarie inqualificabile. Cose che non vorremmo vedere mai più.
*Ricercatore Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia












































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