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Sui luoghi della memoria e della rinascita: la strage di Alagna, 14 luglio 1944

Commemorato il sacrificio degli otto carabinieri e sette partigiani uccisi dai nazifascisti

di Enrico Pagano


Oggi, domenica 12 luglio si è svolta ad Alagna l'82ª commemorazione della strage del 14 luglio 1944, quando otto carabinieri e sette partigiani furono fucilati da un reparto di fascisti e tedeschi guidato dal tenente Guido Pisoni. Una cerimonia sobria, secondo la tradizione, ma di straordinaria intensità civile, che ogni anno rinnova il dovere della memoria in uno dei luoghi simbolo della Resistenza valsesiana.

Proprio la sobrietà del protocollo commemorativo costituisce il primo, significativo messaggio. La cerimonia, infatti, ribalta simbolicamente quanto avvenne il 14 luglio 1944. Allora fu il tenente Guido Pisoni, responsabile delle esecuzioni, a far leggere davanti alla chiesa di Alagna i nomi dei quindici condannati prima della fucilazione. Oggi, come nelle precedenti commemorazioni, la lettura di quei nomi assume un significato opposto: non è più l'appello dei destinati alla morte, ma l'affermazione della loro presenza nella memoria collettiva e nella storia democratica del Paese.[1]

Anche la celebrazione religiosa che apre ogni anno la commemorazione rappresenta una risposta diretta alla violenza di allora. Dopo la fucilazione, infatti, Pisoni aveva proibito qualsiasi forma di pietà verso le vittime: nessuna cerimonia funebre, nessun tributo religioso. La Messa celebrata nella chiesa di San Giovanni Battista restituisce alle vittime la dignità che i carnefici avevano tentato di negare.

Al termine della funzione, il corteo si è raccolto davanti al monumento realizzato nel 1984 dall'artista e partigiano Lino Tosi, sul lato nord di piazza Grober. Erano presenti autorità dell'Arma dei Carabinieri, rappresentanti della Prefettura di Vercelli, amministratori locali, associazioni partigiane e combattentistiche e numerosi cittadini.

A portare il saluto dell'ANPI è stata Sara Montanari, responsabile della sezione valsesiana dell'associazione, mentre l'orazione ufficiale è stata affidata a Vincenzo Calò, componente della segreteria nazionale. Il suo intervento ha intrecciato la ricostruzione storica con una riflessione sul presente, richiamando il principio costituzionale del ripudio della guerra quale strumento di offesa alla libertà dei popoli e di risoluzione delle controversie internazionali.


Calò (nella foto accanto a Sara Montanari) ha quindi richiamato il contributo offerto dall'Arma dei Carabinieri alla Guerra di Liberazione, ricordando il pesante tributo pagato dall'Istituzione nella lotta contro il nazifascismo. Dopo l'8 settembre 1943, l'Arma attraversò una delle pagine più drammatiche della propria storia. Migliaia di carabinieri furono deportati, internati o uccisi; molti altri entrarono nelle formazioni partigiane o sostennero la Resistenza, scegliendo la fedeltà allo Stato e pagando spesso con la vita il rifiuto di aderire alla Repubblica sociale italiana.

È intervenuto infine anche Franco Lazzaro, nipote di Ugo Longato, il sottufficiale che comandava il gruppo dei carabinieri decimato dalle esecuzioni del 14 luglio 1944. Nel suo intervento, visibilmente commosso, ma determinato, ha illustrato le ragioni che lo hanno portato a presentare un'istanza per il conferimento di una ricompensa al valor civile alla memoria dello zio, con l'auspicio che il riconoscimento possa essere esteso a tutti gli otto carabinieri fucilati ad Alagna.

«Non chiediamo un gesto simbolico, ma il compimento di un dovere storico e morale»: questo il senso del suo appello. A ottantadue anni dall'eccidio, la memoria non vive soltanto nelle celebrazioni, ma anche nella richiesta che la Repubblica riconosca formalmente il valore di uomini che contribuirono, con il loro sacrificio, alla costruzione della libertà di cui l'Italia gode oggi.

Il significato della commemorazione è andato ben oltre il ricordo dell'eccidio. Al centro della riflessione è stata la responsabilità della memoria nella costruzione della coscienza democratica. Il pensiero corre inevitabilmente alle parole di Piero Calamandrei, quando invitava chi volesse conoscere il luogo di nascita della Costituzione italiana a recarsi «nelle montagne dove caddero i partigiani». Quelle montagne comprendono anche Alagna, dove accanto ai partigiani caddero anche uomini dell'Arma dei Carabinieri che, nella scelta decisiva della storia nazionale, non si sottomisero agli ordini di chi occupava il paese con la complicità dei fascisti.

La storia dei quindici fucilati di Alagna richiama una questione più ampia: quale idea di patria animò la scelta di quei carabinieri e di quei partigiani che, in circostanze diverse ma convergenti, decisero di opporsi al nazifascismo fino alle estreme conseguenze.

La patria non coincide con un territorio né con una frontiera. Vive nella comunità di valori che trova la propria espressione più alta nella Costituzione repubblicana. È questa l'idea di patria per la quale morirono i quindici fucilati di Alagna: la prospettiva di uno Stato fondato sulla libertà, sulla dignità della persona e sulla legalità, principi che avrebbero trovato la loro piena consacrazione nella Costituzione repubblicana.

È forse questa l'eredità più profonda della commemorazione di Alagna: la consapevolezza che la libertà e la democrazia non sono conquiste definitive, ma valori da custodire e rinnovare ogni giorno, ispirandosi all'esempio di chi, nelle prove più drammatiche della storia, seppe sacrificare la propria vita per difenderli.

 

*Direttore Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia

 

Note

[1] I caduti. Carabinieri: Ugo Longato (1907) di Scorzé, Pietro Borlo (1915) di Brusasco, Salvatore Catania (1922) di Messina, Giovanni Giugliano (1924) di Ceva, Giovanni Gobbo (1918) di Castel d’Azzano, Attillo Remolif (1917) di Chiomonte, Ugo Righeschi (1921) di Loro Ciuffenna, Felice Vedani (1904) di Caluso”

Partigiani: Luigi Castriota Scanderbeg (1924) di Napoli, Elvano Doria (1921) di Novara; Lorenzo Faglia (1921) di Brescia; Renzo Fagnoni (1925) di Novara, Giuseppe Fungo (1926) di San Pietro Mosezzo; Mario Martinon (1925) di Varallo; Luciano Tumelero (1926) di Biella”

 

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