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"Israele accusa l'UNRWA per celare responsabilità storiche"

di Stefano Marengo


Prosegue, da parte della classe dirigente israeliana, l’attacco frontale all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi palestinesi. Ultima in ordine di tempo, Fleur Hassan-Nahoum, vicesindaca di Gerusalemme in quota Likud, nel corso di un’intervista televisiva concessa a Sky News ha affermato che “sin dalla sua istituzione, l’UNRWA non ha risolto il problema dei profughi, ma lo ha solo perpetuato”.[1]

Nelle scorse settimane il governo di Israele aveva accusato dodici impiegati dell’agenzia (che nel complesso dà lavoro a circa 30mila dipendenti) di essere organici all’ala militare di Hamas. L’accusa, successivamente riformulata all’indirizzo di solo quattro persone, non è ancora stata suffragata da prove concrete di colpevolezza. In altri termini, il dito accusatorio investe una persona su 7.500. Essa, tuttavia, è stata sufficiente per scatenare la bagarre mediatica di politici che chiedono la chiusura dell’UNRWA e, soprattutto, per indurre alcuni paesi occidentali, a partire dagli USA e compresa l’Italia, a congelare il trasferimento dei fondi all’agenzia, mettendone seriamente a rischio le capacità operative. Si stenta a crederlo, ma è così.

Queste mosse, da parte di Israele e dei suoi alleati, rientrano in una più ampia strategia bellico-mediatica e appaiono volte a screditare le Nazioni Unite. Non è un caso, infatti, che le accuse ai dipendenti dell’UNRWA siano state formulate all’indomani dell’udienza della Corte dell’Aja che, accogliendo il ricorso presentato dal Sud Africa, ha rinviato a giudizio lo Stato israeliano per violazioni ripetute della Convenzione internazionale sul crimine di genocidio.

Se i propositi dei leader israeliani sono abbastanza evidenti, ciò che viene sistematicamente omesso dal dibattito e dalle cronache giornalistiche è la natura del problema dei profughi e il fatto che sia tuttora irrisolto, ciò che costituisce il nodo centrale dell’intera questione palestinese.


L’UNRWA, acronimo inglese che sta per United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East, fu fondata nel 1949 per dare soccorso ai palestinesi vittime della Nakba, la pulizia etnica perpetrata dal neonato stato ebraico ai danni della popolazione araba della regione. Nel 1948, nei mesi che precedettero e in quelli che seguirono il primo conflitto arabo-israeliano, circa 750mila palestinesi furono infatti costretti con la violenza ad abbandonare le proprie case e le proprie terre e trovarono rifugio in campi profughi allestiti sia nei paesi confinanti (Giordania, Libano, Siria) sia in quelli che, dalla guerra del 1967, sono noti come territori occupati (Striscia di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est).

L’UNRWA fu istituita con lo scopo di occuparsi di questi profughi fornendo loro beni e servizi essenziali, dall’approvvigionamento di cibo, acqua ed energia all’erogazione di servizi scolastici, sanitari e sociali. Con il trascorrere dei decenni, poiché per il diritto internazionale lo status di rifugiato è ereditario, il numero degli assistiti dall’agenzia è cresciuto enormemente, fino a toccare gli attuali 5 milioni di profughi, tutti discendenti dei rifugiati del 1948 che costituiscono poco meno della metà della popolazione palestinese complessiva. A questo riguardo, in realtà, si potrebbe ulteriormente sottolineare che in alcune regioni i profughi sono maggioranza demografica: ad esempio, i due terzi dei palestinesi di Gaza, ossia 1,6 milioni di persone, sono rifugiati originari delle zone costiere tra Ascalona e Giaffa e delle zone interne limitrofe a Beer Sheva.

A chiunque sia dotato di buon senso e privo di preconcetti, la situazione non può che apparire insostenibile. Come è possibile che, dopo 75 anni, milioni di individui e famiglie siano ancora in condizione di apolidia e, dal punto di vista materiale, subiscano le più pesanti deprivazioni? La questione, la cui natura non è soltanto umanitaria, ma politica, rimane senza risposta. La responsabilità di questo esito non va tuttavia addebitata all’UNRWA, come oggi sostengono esplicitamente i leader israeliani, ma piuttosto all’indisponibilità dello stesso Stato di Israele ad attuare le prescrizioni del diritto internazionale. A tale proposito – e sta qui il non detto dell’intera vicenda – bisogna osservare che le stesse Nazioni Unite, nel momento in cui istituirono l’UNRWA, avevano già riconosciuto, con la risoluzione 194 dell’11 dicembre 1948, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle loro terre. Confermata più e più volte nei decenni successivi, tale disposizione impegnava di fatto Israele a riammettere nel proprio territorio coloro che ne erano stati espulsi a forza, restituendo loro il dovuto e compensando in questo modo l’ingiustizia perpetrata con la pulizia etnica. Israele, tuttavia, non ha mai dato corso alle prescrizioni dell’ONU, anzi rifiuta di riconoscere come tale lo stesso diritto al ritorno dei palestinesi.

Se dunque la perpetuazione dello status quo, con buona pace della vice sindaca di Gerusalemme Fleur Hassan-Nahoum, è responsabilità non già dell’UNRWA, ma di Israele, rimangono da chiarire le motivazioni ideologiche alla base delle politiche israeliane nei confronti dei profughi palestinesi. Esse sono riassumibili nella tesi sionista per la quale occorre garantire che la netta maggioranza della popolazione israeliana sia di etnia ebraica. Il problema è che tale garanzia, alla luce del quadro demografico della regione, non può essere ottenuta che con la forza: infatti, nessuna “netta maggioranza ebraica” ci sarebbe stata nel 1948 senza la pulizia etnica dei palestinesi, né ci sarebbe oggi se venisse reso agibile il diritto al ritorno.

Il punto politico, con ogni evidenza, è che da tre quarti di secolo Israele perpetua un’ingiustizia e disconosce il diritto internazionale al fine di realizzare un progetto statuale fondato ideologicamente sul primato di una particolare etnia: ultima testimonianza di questo approccio è la legge sullo stato nazione del 2018, che riconosce al solo popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione nella regione compresa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano. Allo stesso modo è evidente che tale progetto politico è in netto contrasto con ogni principio fondativo delle moderne democrazie, organizzazioni in cui a valere è la parità dei diritti dei cittadini, non il primato etnico di un gruppo sugli altri.

Tutto ciò, oltre ad assolvere l’UNRWA da colpe che non ha, serve a chiarire che nessun “processo di pace” potrà mai essere credibilmente avviato se non si affronterà preliminarmente il nodo dei nodi della questione palestinese, cioè il diritto al ritorno dei profughi. Di conseguenza diventa a sua volta evidente come la soluzione dei due stati, lasciando implicitamente inevaso tale problema, non sia un progetto percorribile. L’unica opzione ragionevole per costruire una pace solida è prendere atto della realtà sul campo – a partire dalla realtà demografica – e riconoscere a tutti gli individui parità di diritti di cittadinanza in uno stato unico binazionale e autenticamente democratico.


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