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Inutili polemiche sotto la volta Stellantis

di Gianluca Ficco*


Quando gli elefanti lottano è l'erba che soffre, dice un antico proverbio africano, ed il rischio è che anche stavolta nella confusa polemica fra il Governo italiano e la multinazionale Stellantis alla fine siano i lavoratori a pagare il prezzo più alto.

Come sindacato, attraverso una discussione sofferta e accordi difficili, siamo riusciti ad ottenere una missione produttiva per tutti gli stabilimenti italiani, scongiurando il rischio da più parti paventato di chiusure e di licenziamenti. E’ un risultato importante in una fase come quella che stiamo attraversando in cui si sommano i problemi derivanti dalla fusione di FCA e di PSA a quelli della transizione all’elettrico, ma non è ancora sufficiente. Per questo abbiamo chiesto al Governo e a Stellantis un confronto stabilimento per stabilimento, al fine di chiarire e migliorare quegli aspetti del piano industriale che a nostro avviso meritano di essere rivisti.

A Mirafiori abbiamo bisogno di una nuova vettura che si aggiunga alla 500 Bev e che sostituisca la gamma Maserati in via di dismissione; per gli impiegati di Torino abbiamo bisogno di conoscere i dettagli del progetto del green campus; a Modena deve partire la nuova verniciatura e deve chiarirsi il destino del centro ricerche; a Cassino devono essere assegnati gli altri modelli, dopo i primi due già individuati, da assemblare sulla piattaforma large; a Pomigliano occorre conoscere quale modello fra qualche anno sostituirà la Panda; ad Atessa vogliamo chiarimenti sulle potenziali sovrapposizioni con la fabbrica polacca; a Melfi chiediamo conferma dei cinque modelli; a Termoli rivendichiamo piena garanzia occupazionale nella riconversione in fabbrica di batterie; per tutti gli stabilimenti della meccanica abbiamo bisogno di maggiore visibilità sul lungo periodo.

Pensiamo che l’Italia debba certamente essere la culla dei marchi di lusso, ma al contempo debba produrre anche vetture di larga diffusione per sostenere l’occupazione. E poi c’è l’enorme problema dell’indotto, a cominciare dal caso drammatico di Melfi e dalla vertenza Lear di Torino, per cui chiediamo a Stellantis responsabilità sociale e al Governo strumenti straordinari di intervento. Ma il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha rifiutato questo approccio. Innanzitutto ha organizzato una lunga serie di incontri tecnici dedicati a studi di settore che hanno per l’ennesima volta confermato i rischi occupazionali del passaggio all’elettrico e hanno un po’ a sorpresa smentito il disimpegno di Stellantis dall’Italia, indicando che la percentuale di produzione del nostro paese sul totale del gruppo è lievemente aumentata negli ultimi anni. Poi il Mimit ha riconvocato il tavolo in plenaria il 1° febbraio con un esito quasi paradossale, poiché prima ha concesso gli incentivi all’acquisto di auto senza porre condizione alcuna e poi ha ingaggiato una polemica con Stellantis tanto violenta quando indefinita. A sua volta il CEO di Stellantis, Carlos Tavares, a incentivi in pratica già concessi, ha dichiarato che in loro mancanza le produzioni di Mirafiori e di Pomigliano sarebbero messe a repentaglio. La distanza fra gli atti concreti e le dichiarazioni rilasciate insomma è diventata assai preoccupante, poiché evoca o una incomprensione di fondo o degli intenti inconfessabili.

È nostro compito ora provare a riportare la discussione nel merito, per far sì che nel frastuono politico mediatico si faccia di nuovo posto alle esigenze concrete dei lavoratori. La premessa indispensabile è guardare in faccia alla realtà senza ipocrisie. La vecchia amata e odiata, ma certamente italianissima FIAT non esiste più, al suo posto, da qualche anno ormai, c’è la multinazionale Stellantis il cui quartier generale è a Parigi e il cui mercato principale è in America; è troppo tardi per rimpiangerne la nazionalità, ma è ancora possibile forse, se non si fanno sciocchezze, preservare la sua presenza in Italia, che conta oltre quarantamila dipendenti diretti più innumerevoli nell’indotto.

In secondo luogo, il passaggio all’elettrico mette di per sé a repentaglio l’industria dell’auto in Italia e in Europa, causando la perdita di decine se non di centinaia di migliaia di posti di lavoro; senza pretesa di esaustività possiamo rammentare che l’elettrico cancellarà intere lavorazioni, ridurrà il fabbisogno di manodopera perfino nella fase montaggio, accrescerà il prezzo medio delle vetture riducendone quindi le vendite e favorirà i produttori asiatici a discapito dei nostri, che avevano il loro punto di forza proprio nella meccanica e nella motoristica. Infine, l’Italia sta diventando sempre meno competitiva, giacché produrre nel nostro amato paese costa perfino di più che in Francia, dove pure gli stipendi sono più alti dei nostri.

Consapevoli di ciò, abbiamo firmato intese finalizzate a recuperare produttività in cambio di nuove missioni produttive, nonché accordi di uscite incentivate volontarie che prevenissero massicce dichiarazioni di esuberi futuri. Ma le sole forze sindacali non bastano più: le catene di produzione mondiali si stanno riorganizzando e l’Italia deve fare sistema per attrarre almeno una parte degli investimenti in cerca di allocazione, deve risolvere i nodi che attanagliano l’industria a cominciare dai costi energetici e di logistica, deve sgravare il lavoro e finanziare le imprese più innovative, penalizzare chi licenzia e sostenere chi cerca di uscire dalla crisi attraverso l’utilizzo degli ammortizzatori sociali.

Soprattutto se la politica sceglierà di proseguire sulla strada di una rapida elettrificazione, dovrà per forza stanziare somme ingentissime sia per le riconversioni industriali sia per l’acquisto di autovetture sia per la costruzione di infrastrutture. Tavares lo ha detto sin dal primo giorno: non chiuderà stabilimenti in Europa e in Italia a patto che il mercato complessivo delle auto non crolli a causa della elettrificazione e a patto che i maggior costi di produzione da essa determinati vengano in qualche modo colmati. Similmente si sono espressi anche gli altri costruttori di auto.

Il Ministro Adolfo Urso vuol raggiungere l’obiettivo di un milione di vetture prodotte in italia? Ci stia a sentire e gli spiegheremo come fare.


*Segretario nazionale Uilm-Uil

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