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Il vero "agguato" della IA: perdere il posto nella società

Aggiornamento: 3 ore fa

di Savino Pezzotta


Per proseguire e approfondire il discorso che ho avviato sulla Chat di Prendere Parola sul rapporto tra intelligenza artificiale e futuro del lavoro, parto da una crepa che si allarga ogni giorno di più. Dichiarazioni, report, interviste e convegni ripetono la stessa frase come un presagio: “l’AI lascerà milioni di persone senza lavoro.”

Non è più un allarme marginale. È diventato un rumore di fondo, un brusio inquieto che attraversa fabbriche, uffici, sindacati e redazioni. La sensazione, quasi fisica, è che stiamo entrando in un’epoca nuova con categorie vecchie: come affrontare un terremoto con un ombrello.

Questa preoccupazione non è paranoia: è documentata. E non solo: ieri, martedì 17 marzo, centinaia di persone hanno protestato a Londra davanti alle sedi di OpenAi, Meta e Google, innalzando cartelli e promuovendo slogan che recitavano "staccate la spina, così si perdono posti di lavoro e presto sarà un rischio per l’umanità". Il primo segno di insofferenza collettiva. Secondo il Focus Censis–Confcooperative, circa 6 milioni di lavoratori italiani sono a rischio sostituzione diretta da parte dell’AI, mentre oltre 15 milioni sono esposti, in forme diverse, all’impatto dell’automazione. Altri studi convergono: entro dieci anni milioni di persone potrebbero vedere il proprio lavoro rimpiazzato, soprattutto nei settori amministrativi, bancari, statistici e della comunicazione. È una trasformazione che non riguarda solo il futuro, ma la struttura stessa del Paese.


La frattura che si apre: dall’iperlavoro all’inattività

Per decenni abbiamo vissuto dentro una cultura dell’iperlavoro: orari estesi, produttività elevata a valore assoluto, identità personale coincidente con il ruolo professionale. Il taylorismo non è mai davvero scomparso: si è semplicemente digitalizzato. Oggi, mentre milioni di persone sono ancora schiacciate da ritmi insostenibili, l’AI mostra l’altra faccia della crisi: la sostituzione del lavoro umano. Non è più la macchina che accelera il gesto umano: è la macchina che lo sostituisce.

Questo mette in discussione il patto culturale su cui si reggono welfare, diritti, cittadinanza e dignità. Il rischio non è solo la disoccupazione. È qualcosa di più profondo: l’inattività di massa. Persone che non lavorano e smettono anche di cercare lavoro. Un fenomeno già rilevante in Italia, che l’AI potrebbe amplificare fino a trasformarlo in una vera frattura sociale.

Perché questo scenario è plausibile

Tre dinamiche si intrecciano e si rafforzano:

  • Automazione delle mansioni ripetitive, che coinvolgono milioni di lavoratori

  • Polarizzazione del mercato del lavoro, con crescita delle professioni altamente qualificate e contrazione della fascia intermedia

  • Fragilità strutturali italiane: elevata inattività, debolezza della formazione, forti divari territoriali e di genere

L’AI non crea queste criticità, ma le accelera. Senza interventi, il rischio è una società divisa tra chi lavora troppo e chi resta escluso.


Il vero nodo: non finisce il lavoro, finisce un modello

La società industriale ha costruito una cultura basata  sul principio implicito: più lavori, più vali. Oggi l’AI ci costringe a confrontarci con una realtà diversa: la quantità di lavoro necessaria diminuisce. Ma mancano ancora linguaggi, strumenti e modelli per vivere in un sistema in cui il valore non coincide più con il salario. Questa è la questione politica centrale del nostro tempo: non difendere il lavoro in sé, ma garantire dignità, ruolo e partecipazione in una società con meno lavoro da distribuire.

Cosa serve per evitare una società esclusiva:

  • Riduzione dell’orario di lavoro, come redistribuzione strutturale del lavoro disponibile

  • Reddito di partecipazione, che riconosca il valore delle attività sociali non di mercato (cura, comunità, cultura)

  • Rafforzamento delle infrastrutture territoriali: sanità, educazione, servizi di prossimità, manutenzione ambientale

  • Formazione organizzata e collettiva, basata su patti territoriali e percorsi condivisi

  • AI come infrastruttura pubblica, al servizio della partecipazione democratica e dell’accesso alla conoscenza

Non si tratta di utopia, ma di sostenibilità sociale e democratica.

Se questa transizione non viene governata, l’Italia rischia di diventare uno dei primi Paesi europei con una vasta maggioranza sociale inattiva, non per scelta ma per esclusione. Una società in cui milioni di persone non hanno un ruolo riconosciuto è una società fragile: economicamente, culturalmente e democraticamente. La domanda, allora, non è più: “L’AI ci ruberà il lavoro?” La domanda è: “Saremo capaci di costruire una società in cui la dignità non dipenda dal lavoro salariato?”

È qui che si gioca il futuro.

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