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Il caos politico che opprime gli Usa e toglie il sonno a Biden

Aggiornamento: 6 ott 2023

di Vice

"La recessione negli Stati Uniti? Niente panico, se arriva sarà molto leggera", titola oggi, 6 ottobre, Milano Finanza, mentre dagli Stati Uniti rimbalzano i dati sull'occupazione che a settembre ha fatto registrare un balzo prodigioso, toccando 336mila posti di lavoro rispetto ai 170mila previsti dagli analisti. Esulta il New York Times che descrive un'economia statunitense in buona salute e dotata della necessaria forza complessiva per affrontare le sfide imminenti, in primis il contenimento dei tassi di interesse dettati dalla Fed per raffreddare l'inflazione insieme con un freno all'aumento del prezzo dei carburanti che incide pesantemente sui budget familiari.

Tuttavia il quadro economico, che non si può soltanto misurare dalla visuale dell'occupazione, non allenta la tensione politica che si registra a Washington dove l'attenzione è tutta schiacciata sulla guerra in Ucraina e sull'esito del regolamento di conti per gli aiuti militari a Kiev, negati dall'ala più conservatrice dei Repubblicani, che con un colpo di mano ha "bruciato" il suo portavoce della Camera Kevin McCarthy.

Ma, al di là del "dramma" in seno al partito Repubblicano, come lo ha definito il New York Times, ricordando l'uscita di scena di McCarthy, un repubblicano ostile alla linea di Donald Trump e sui cui i democratici hanno sempre fatto affidamento per far passare gli aiuti all'Ucraina, per la la destra repubblicana, scrive il Washington Post, la competizione per sostituire McCarthy è diventata vitale per stringere all'angolo il presidente Biden e il suo entourage sul fronte della guerra per procura contro la Russia.

Una posizione contestata dall'ala moderata dei repubblicani. Sempre al Washington Post, il rappresentante repubblicano alla Camera per la Carolina del Sud, Joe Wilson, ha rilasciato una dichiarazione di sconcerto per il comportamento dei suoi compagni di partito, intenzionati a prendere il controllo del Grand Old Party politicizzando il sostegno militare a Kiev. "Gli ucraini stanno combattendo - ha affermato Wilson - non solo per la loro sopravvivenza, ma per la libertà e la sicurezza dell'Europa e delle democrazie di tutto il mondo. Fornire loro sostegno è nel nostro interesse di sicurezza nazionale e non qualcosa che dovrebbe essere un problema di cuneo o di calcio politico ", aggiungendo che "se il criminale di guerra [Vladimir] Putin prende il controllo dell'Ucraina, sarà molto peggio delle conseguenze del fallito ritiro dell'Afghanistan".

Ma, proprio il richiamo al ritiro dall'Afghanistan, però, è rivelatore - almeno a livello pubblico - della mancata percezione della guerra per procura studiata e pianificata dalla Casa Bianca e, forse, soltanto ora compresa fino in fondo dai suoi alleati. Un conflitto che scaturisce appunto per rimodellare scenari geopolitico dal clamoroso abbandono (fuga) del 15 agosto da Kabul del contingente armato dell'Occidente e che ha consegnato l'Afghanistan nelle mani dei talebani. Un cambio in corsa con cui si è (ri)orientato l'apparato militare-industriale su un altro teatro considerato più funzionale e redditizio agli interessi del gruppo di potere attorno a Biden sostanzialmente per due ordini di motivi.

In primo luogo, per sostenere la visione egemonica nata dal Secondo dopoguerra di cui non si accetta il tramonto, nonostante l'asserita complessità delle relazioni mondiali che si è sviluppata nelle progressive fasi di passaggio dalla Guerra Fredda tra i due blocchi Est e Ovest all'emergere negli ultimi trent'anni di nuovi soggetti di rango. Paesi, dalla Cina all'India, Brasile, agli stessi Stati Arabi, con cospicue riserve di risorse naturali, sviluppatori in proprio di tecnologie civili e militari, dotati di immense capacità finanziarie, che non devono più chiedere il permesso a nessuno per sedersi al tavolo dei Grandi e avere voce in capitolo sulle decisioni internazionali, in forza per alcuni di un potere di dissuasione nucleare, nel cui "clan" è d'obbligo inserire anche Israele e, se la tensione prosegue, a presto, anche l'Iran.

Secondo, per ragioni interne alla politica statunitense che di giorno in giorno balzano sempre più all'occhio e turbano e inquietano un'opinione pubblica che nel novembre 2024 sarà chiamata a decidere su chi dovrà guidare il Paese. Si tratta di situazioni-limite, innegabile specchio di una società americana in fase di pericoloso avvitamento democratico, su cui grava il rischio di impeachment per il presidente Joe Biden e di processo e condanna per il suo possibile sfidante, l'ex presidente Donald Trump. Entrambi sono implicati con responsabilità diversa in questioni giudiziarie: il primo indirettamente per ragioni familiari poiché sul figlio Hunter grava un'accusa di corruzione nel cosiddetto Kievgate; l'altro per le reiterate accuse formulate dal procuratore speciale Jack Smith che indaga sulle carte segrete di Mar-a-Lago.

Nell'uno e nell'altro caso, il giudizio morale ed etico negativo che ne consegue potrebbe ricadere identico, prepotente e incisivo, mano mano che andrà avanti la campagna per le primarie dei due partiti, con prevedibili toni surriscaldati e senza esclusioni di colpi bassi, secondo tradizione yankee. Alla quale si accreditano fideistiche capacità di recupero d'equilibrio e di stabilità democratica che oggettivamente non sono più tali.

Ma c'è dell'altro, perché non si può trascurare l'incipiente martellamento dei media americani più influenti sulle condizioni di salute del presidente Biden e sui timori che desta questa sfida gerontocratica con Trump che pare reggersi su fili cognitivi fragili e confusi, comunque inadeguati rispetto alle decisioni vitali che si richiedono alla nazione più potente del mondo nell'interesse primario dei destini dell'umanità. A questo ping-pong tra i due, che si potrebbe derubricare come ridicolo, se non fosse tragico per le implicazioni future internazionali, e dietro il quale si celano ammorbanti divisioni e polemiche interne in campo democratico e repubblicano, la stessa America dà l'impressione di non avere i necessari anticorpi per modificare il corso degli eventi che gettano benzina nella radicalizzazione dello scontro politico e acuiscono i timori di un'economia che viaggia a singhiozzo. Elementi che non possono non riguardare anche noi europei.


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