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I sospiri di Venezia: lista nera evitata e tanti "schei" in arrivo per la tassa "turistica"

Aggiornamento: 15 set 2023

di Mauro Nebiolo Vietti


Pericolo scampato per la Serenissima. World Heritage Committee, riunito a Riad, in Arabia Saudita ha deciso di non includere Venezia nel lista nera dei siti Patrimonio dell'umanità a rischio. Una decisione presa all'unanimità che ha riconosciuto gli sforzi dell'amministrazione della città lagunare e dello Stato di salvaguardare l'area, dal divieto d'ingresso delle navi da crociera all'entrata in azione del Mose e alla miriade di piccoli interventi di tutela dei luoghi più antichi e a rischio. Per il ministro degli Esteri, Antonio Tajani si tratta di un importante successo che conferma il posto che ha Venezia nel patrimonio Unesco. Intanto, il sindaco Luigi Brugnaro ha annunciato l'approvazione del regolamento definitivo per il contributo d'accesso, un ticket di cinque euro la cui sperimentazione è prevista dalla prossima primavera limitare l'afflusso non programmato di visitatori giornalieri, che nel 2022 sono stati circa 4 milioni e 650 mila, numeri crescenti che hanno provocato un poderoso incremento dei posti letto per turisti in città: a settembre, 49.693 contro 49.304 dei residenti. Sul tema della tassa d'ingresso, l'intervento di Mauro Nebiolo Vietti, "veneziano d'adozione".



Quando con mia moglie siamo arrivati a Venezia nel 1990, gli abitanti ammontavano a 75.000; oggi sono poco più che 49.300. Una grave e precedente crisi, iniziatasi nel 1950 (allora i residenti erano quasi 175.000), è stata provocata dal trasferimento di attività industriali all’entroterra con l’effetto di trascinare con sé la quasi totalità degli addetti. Venezia ha reagito, potenziando la sua anima e vocazione turistica, ma così facendo ha reso più alto il costo della vita per i residenti rimasti.

Se è intuitivo che le ragioni di un consistente abbandono da parte degli abitanti dal 1950 agli anni 80/90 sono riferibili alla chiusura o al trasferimento di attività industriali, è più complicato giustificare la continuazione dell’esodo, anche se con flussi più ridotti. Negli ultimi 10/15anni il tessuto urbanistico di Venezia è mutato e non per decisione delle autorità, ma per la richiesta turistica che ha indotto molti veneziani ad adeguarsi ad un mercato che, sulla spinta della domanda, si è diffuso a livello esponenziale. In altre città, chi lascia è sostituito da nuovi arrivi, ma ritenere che una città ammirata in tutto il mondo compensi l’abbandono da parte di chi è in difficoltà con altri soggetti interessati a trasferirsi è un errore. Il veneziano, come si libera uno spazio, lo trasforma in struttura di locazione turistica e, quando non ci sono più alloggi, affitta magazzini, spazi vuoti, soffitte (difficile definirle mansarde) etc.

L’effetto è duplice; da un lato chi cerca un alloggio in affitto non lo trova a meno di pagare somme esorbitanti, dall’altro, la città si gonfia di giorno da turisti che, pagando un canone giornaliero proibitivo per i residenti, sciamano dappertutto; da pochi giorni è stata pubblicata una raccolta dati da cui risulta che i posti letto per i turisti sono superiori agli stessi residenti.

Ma non basta; alla massa di visitatori occorre aggiungere i giornalieri che sbarcano dai bus in piazzale Roma e dai barconi agli imbarcaderi sulla riva degli Schiavoni. Avviene così che ai 49 mila abitanti si aggiunge un flusso che nessuno è in grado di calcolare, ma che sicuramente aumenta di alcune decine di migliaia durante il giorno e la massa cammina, consuma, compra e poi sparisce al calar del sole imbarcandosi sui barconi, risalendo sui bus o imbucandosi stremati negli spazi e fessure affittate e solo alla sera Venezia rinasce ed appare ad un solitario visitatore nel suo antico splendore.

Ai giornalieri la giunta veneziana ha ora deciso di applicare un fee, una tassa di 5 euro, perché gli altri, che sono riusciti a trovare da dormire, pagano già l’imposta di soggiorno (o meglio dovrebbero, perché, non si dimentichi, il concetto del commercio nasce a Venezia unitamente a quello di evasione fiscale). Si è discusso a lungo come l’aggressione turistica possa costituire una minaccia per la sopravvivenza della città e qualcuno ragiona in termini di regolamentazione dei flussi per diminuire il processo di degrado, ma si tratta di posizioni isolate e la decisione della giunta è di segno opposto.

Chi vuole visitare Venezia in albergo, in strutture locatizie o camminando per una giornata per le sue calli per poi risalire alla sera sul bus o traghetto sa che spenderà, qualunque sia l’opzione scelta, e non è certo un contributo di 5 euro che lo indurrà a rinunziare.

Di converso i 5 euro rappresentano un’ottima occasione per incrementare le casse comunali, e poiché nessuna amministrazione pubblica resiste al fascino di una nuova entrata, nei prossimi anni vivremo probabilmente una politica locale che tenderà a favorire gli accessi perché, se questi salgono, salgono anche le entrate.

Oggi Venezia incassa 36 milioni per la tassa di soggiorno e 12 milioni per i bus turistici che attraversano il ponte della Libertà; il nuovo contributo previsto in via sperimentale nella prossima primavera per 30 giorni dovrebbe ammontare ad un milione e mezzo; ovviamente il flusso dei pendolari non subirà alcuna diminuzione ed allora, nel 2025, riprendendo lo slogan “salviamo Venezia” si dirà che è necessario estenderlo all’intero anno con una previsione di incasso tra i dodici e quindici milioni; Venezia non perderà nemmeno uno dei suoi visitatori perché nessuno vuole che si riducano, compreso il Comune che, grazie turisti, godrà di un ottimo bilancio.

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