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Ho sognato Mancini d'Arabia nella tenda dell'Emiro

Aggiornamento: 28 ago 2023

di Menandro

L'altra notte ho sognato l'ex ct. della Nazionale di calcio italiana, Roberto Mancini, che si intratteneva con un emiro. Ma non era un incubo da calciofilo innamorato della maglia azzurra, che si scopre all'improvviso tradito e per di più alla vigilia di importanti appuntamenti. Sono greco e non mi posso permettere altri lussi con il tifo che non siano quelli del mio paese e, se devo dirla tutta, ho già sofferto parecchio agli ultimi mondiali di nuoto, per via della finale di pallanuoto perduta con l'Ungheria. Anzi, la scenografia era persino gustosa e divertente, perché Mancini, a differenza della conferenza stampa di oggi, 28 agosto, in cui sono state presentate le sue ambizioni e quelle della federazione che gli verserà la discreta cifra di 25 milioni euro all'anno, con cui potranno vivere più suoi discendenti (peraltro lontani anni luce dall'essere trattati come "mostri di Firenze"), non parlava dai microfoni piazzati nel salone di uno sfarzoso hotel di Riad, né era in giacca corta e attillata di una taglia rigorosamente in meno con cravatta in tinta, mentre non tinti erano i capelli, liberi e belli color grigio nature.

Nel sogno, il nostro era seduto su soffici tappeti damascati, gambe incrociate, all'interno di una tenda, presumo nel deserto, e sembrava la controfigura fatta e finita di Peter O' Toole nella famosissima scena del film Lawrence d'Arabia, all'epoca della Grande Guerra. Quella scena in cui l'eroe dell'Impero Britannico si muove felpato come il migliore dei politici di razza democristiani di un tempo per cercare di convincere l'emiro Faysal, interpretato da un insuperabile Alec Guinness, a combattere seriamente l'Impero Ottomano in Medio oriente in nome di un futuro arabo, ma per conto dell'Occidente, come avverrà nella realtà con la spartizione e divisione di quelle terre.

Sempre nel sogno, come O' Toole, anche Roberto Mancini indossava una veste bianca e lunga, la "kandura" o "dishdash" e il copricapo con il cerchietto nero che gli conferiva un mirabile sembiante di guerriero del deserto. Insomma, uno spettacolo nello spettacolo, sicuramente più spettacolare di quello che la nazionale azzurra ha riservato ahinoi nelle ultime partite.

Per la verità, ritornando alle vesti di Mancini d'Arabia, che non sarà un appellativo originale, ma fa sorridere e, magari, farà anche ridere in futuro, detto con il massimo e rispettoso vezzo artistico, come il film Totò d'Arabia, non ho che conoscenze sommarie dell'abbigliamento delle tribù arabe, per cui non ricordo se indossasse l'abito di una in particolare, con ricami da principe (del calcio, ovviamente) o da Sceriffo, come quello dello Sharīf ʿAlī ibn al-Kharīshi, personaggio interpretato nel film di David Lean dal fu principe del gioco d'azzardo, Omar Sharif. Tuttavia presumo che in nome e per conto di 25 milioni di euro Mancini sarà già ferrato anche su questo argomento extracalcistico.

Già, ma ora vi chiederete di che cosa dialogasse Mancini con l'Emiro. Sarò sincero, anche se noi greci non ci trasciniamo da secoli una buona nomea, ma credo parlassero di numeri. Il che non mi pare così estraneo al calcio, né ad una naturale curiosità dell'Emiro per la tattica su cui il suo dipendente imposterà il gioco della nazionale araba. A meno che, ma non vorrei sembrarvi malizioso, non si trattasse del suo iban, un alfanumerico cui si è dimostrato particolarmente affezionato.








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