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Alessandria: Cascina Saetta, simbolo della lotta alle mafie

Aggiornamento: 20 ott 2025

di Alberto Ballerino


Da molti anni Libera sta svolgendo un ruolo di primo piano nella lotta contro le mafie. Un impegno che si estende a tutta la penisola e anche al Piemonte. Significativo il caso della provincia di Alessandria dove al momento, pur essendoci ben 93  particelle catastali relative ad immobili confiscati, che, accorpati, formano 15 siti da fare rinascere nella legalità, solo le tre particelle di cascina Saetta sono effettivamente utilizzate. Tutte le altre sono ancora in attesa di effettivo riutilizzo da parte degli enti locali.

Proprio a cascina Saetta in  frazione Donna di Bosco Marengo, la prima di queste aree strappate alla malavita, si tiene venerdì 24 ottobre alle 20 un appuntamento simbolico, costituito da una cena solidale a base di pasta e ceci per raccogliere fondi. Un’occasione di tirare le somme per un impegno che anche in questa area si sta rivelando molto consistente.

"Libera – spiega Carlo Piccini, referente del sito - è un’associazione di associazioni nata trent’anni fa, nel 1995. In provincia di Alessandria è arrivata come coordinamento provinciale nel 2008, abbastanza tardi rispetto ad altre zone del Piemonte. Tra le prime iniziative nell’area c’è stata nel 2009 la campagna nazionale Niente regali alle mafie. I beni confiscati sono cosa nostra che mirava a prendere coscienza dei beni confiscati sui propri territori.


Antonino e Stefano Saetta, padre e figlio assassinati insieme il 25 settembre 1988.
Antonino e Stefano Saetta, padre e figlio assassinati insieme il 25 settembre 1988.

Nell’occasione il neonato coordinamento provinciale svolse uno studio di questo tipo e scoprì che in provincia c’era un solo caso, composto da tre particelle catastali, in frazione Donna di Bosco Marengo. Si incominciò ad approfondire la sua storia, apparteneva a un mafioso trasferitosi a Genova che controllava il traffico di stupefacenti e della prostituzione. Attraverso l’impegno della Prefettura, il bene venne destinato al Comune di Bosco Marengo e intitolato al giudice Antonino Saetta e a suo figlio Stefano, assassinati dalla mafia il 25 settembre 1988”. Da allora a oggi molto è cambiato. “L’edificio originario è crollato perché aveva già problemi statici di suo, si è scelto comunque di mantenerlo in quanto simbolo di riscatto di un territorio che voleva reagire alla presenza criminale. Tanto più che nel 2011 si scoprì l’esistenza di una presenza della 'ndrangheta nel basso Piemonte il cui capo era residente proprio a Bosco Marengo.


Le associazioni, con l’aiuto delle  fondazioni e delle istituzioni (in particolare della Regione) si sono unite per recuperare il sito. Oggi ci sono un laboratorio sperimentale di acquaponica, un’aula studio in cui fare attività di formazione sulla mafia sociale con gruppi associativi e scuole, uno dei campi estivi di Libera più grandi in Italia dal nome ‘State liberi’”. Ora si vuole fare un passo in più nell’utilizzo del sito. “L’intenzione è di usarlo anche nei mesi autunnali e invernali. Prima era difficile perché non era completamente recuperato. L’idea è di creare delle occasioni di incontro tra associazioni come nel caso di questo venerdì in cui potremo confrontarci con Emergency, una di quelle con cui collaboriamo. Nell’arco di tutto l’anno ci saranno altre iniziative di questo tipo con altre realtà per individuare strategie e attività sul territorio”.

Oggi i siti confiscati alla mafia nella provincia di Alessandria sono numerosi. "Un dato in continua crescita e da un certo punto di vista non è un bel segnale, ma si tratta anche di opportunità per il territorio in quanto alcuni di questi beni sono molto interessanti e potrebbero essere davvero restituiti alla collettività. Purtroppo da parte delle amministrazioni locali c’è ancora molta impreparazione in questa provincia e in Piemonte. Esistono timori e diffidenze nel riuso sociale dei beni confiscati mentre in altre regioni, anche nel Nord, si lavora in modo abbastanza strutturato  e si aprono tante opportunità. Molti amministratori pensano ancora che i beni confiscati siano dei debiti. In realtà non è così: ci sono fondi pubblici e privati per il recupero e la valorizzazione di questi siti. Addirittura esistono fondi nazionali e regionali che tante volte avanzano perché non sfruttati a pieno".  

 

 

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