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Esperienze (dimenticate) in Italia e conflitto Tesla in Svezia

di Gianni Alioti  


Lo scontro incipiente tra governo italiano e Gruppo Stellantis, con una parte dei sindacati confederali alla finestra, ancora prigionieri dei cascami di una subalternità pregressa che risale ai tempi di Sergio Marchionne, ripropone da un altro angolo di visuale il ruolo che dovrebbe avere la rappresentanza dei lavoratori in fabbrica e la rete di relazioni che essa è in grado di stabilire. Si tratta, a ben guardare, del rilancio nel settore auto in Italia di un patrimonio di esperienza collettiva annacquato proprio dai sindacati con operazioni divisive, in alcuni casi laceranti, che hanno privilegiato nell'allora gruppo Fca "l'incerto per il certo", o se lo vogliamo dire con altre parole, "l'astratto con il reale", aderendo alla visione suggestiva del capitale indirizzato alla crescita esponenziale dei suoi interessi e di quelli del management di vertice, visione all'interno della quale i lavoratori si sono ritrovati a dividersi sempre più oneri e sempre meno onori, con il risultato di vedere indebolita la propria rappresentanza e il proprio peso contrattuale; una vera e propria capitolazione o resa confermata dalla desertificazione produttiva in cui sono precipitate le fabbriche torinesi, da Mirafiori alle ex Bertone di Grugliasco. Ne è conseguito anche uno sfilacciamento delle relazioni tra stabilimenti di Stellantis in Italia e un'amputazione, guardando all'esperienza maturata dai sindacati negli anni Ottanta in più comparti industriali, al confronto con quelli esteri, in questo caso di Francia e Stati Uniti.

Dunque un limite grave e serio che ha pregiudicato la costruzione di un livello plurimo di discussione che avrebbe dovuto e potuto far lievitare la forza della rappresentanza dei lavoratori e degli stessi sindacati con cui sospingere i governi nazionali - almeno quelli di Francia e di Italia - a coadiuvare una chiara linea di presenza comune all'interno del capitale azionario di Stellantis per ristabilire una sorta di simmetria istituzionale che oggi pesa in negativo per gli interessi del nostro Paese, già afflitto dall'assenza di una dignitosa politica industriale che non sia quella di correre in soccorso (male e in ritardo, come nel caso della ex Ilva) di situazioni estreme, alla stregua di un antico rabdomante alla ricerca di acqua salvifica.

L'esatto opposto di ciò che dimostra l'esperienza dei lavoratori svedesi da mesi impegnati in una sfibrante vertenza con Elon Musk, proprietario di Tesla, come ci racconta Gianni Alioti.

La Porta di Vetro


Per chi ha cuore il diritto fondamentale dei lavoratori alla contrattazione collettiva e lo stesso futuro del sindacalismo, l’esito del conflitto tra il sindacato svedese IF Metall ed Elon Musk sarà uno spartiacque storico.

È dal 27 ottobre 2023 che in Svezia, a causa del rifiuto dell’azienda di firmare un contratto collettivo, gli iscritti al sindacato IF Metall dei 130 dipendenti dei centri di assistenza Tesla sono in sciopero ad oltranza. Dal 3 novembre altri 470 lavoratori sindacalizzati di autofficine non concessionarie di Tesla hanno iniziato, come forma di solidarietà, a rifiutarsi di lavorare sui veicoli dell'azienda di Elon Musk.

La solidarietà si è subito allargata ad altri settori. I lavoratori portuali hanno smesso di scaricare le auto importate con brand Tesla. I lavoratori elettrici non effettuano più riparazioni e manutenzioni nei centri di assistenza e nelle numerose stazioni di ricarica gestite da Tesla.

Il potente sindacato svedese degli impiegati dei servizi postali e delle comunicazioni si è unito al movimento di solidarietà. Ha bloccato qualsiasi tipo di consegna ai centri di vendita e assistenza della Tesla. Ne hanno fatto le spese anche i pezzi di ricambio e, persino, le targhe dei nuovi veicoli immatricolati.

Le azioni di solidarietà hanno coinvolto anche i lavoratori sindacalizzati delle auto-carrozzerie e i lavoratori addetti alle pulizie. E i dipendenti dell’azienda di prodotti in alluminio Hydro Extrusions hanno smesso di produrre componenti auto destinati alla fabbrica di Tesla in Germania. La solidarietà ha contagiato anche gli altri paesi scandinavi e i sindacati danesi, finlandesi e norvegesi dei trasporti hanno deciso, finché la vertenza non sarà risolta, di bloccare nei loro porti le auto Tesla destinate al mercato svedese.

Tutti i sondaggi di opinione mostrano che le persone in Svezia sono ampiamente favorevoli allo sciopero e alle azioni di boicottaggio della multinazionale americana.

Nel braccio di ferro con Elon Musk sono in gioco principi profondamente radicati alla base del modello economico dei paesi nordici europei. I contratti collettivi e la completa autonomia delle parti sociali sono sempre stati il fondamento del diritto del lavoro in questi paesi. In Svezia il grado di copertura contrattuale dei lavoratori è del 88% e negli ultimi 30 anni i salari reali sono cresciuti del 60%.

I problemi per Tesla non sono finiti con le azioni di sciopero e di boicottaggio. Il Fondo sovrano della Norvegia, il più grande investitore istituzionale al mondo, ha dichiarato a Reuters che Tesla dovrebbe rispettare i diritti fondamentali del lavoro, compreso quello della contrattazione collettiva.

Il principale fondo pensione danese PensionDanmark e il Paedagoernes Pension, il fondo degli insegnanti danesi, hanno venduto le loro azioni in Tesla rispettivamente del valore di 70 e 35 milioni di dollari.

L’insieme di queste azioni messe in campo contro Tesla nei paesi scandinavi sono un banco di prova per gli sforzi globali volti a infrangere la politica anti-sindacalizzazione di Elon Musk. Come riportato nell’articolo “È tempo di sindacalizzare Tesla”, pubblicato dalla rivista «PuntoCritico», la Svezia è il punto di partenza, ma non è certo il punto di arrivo.

In Germania, nello stabilimento di Grünheide vicino a Berlino, dove Tesla occupa 11 mila persone per la produzione sia di batterie, sia del Suv Model Y, crescono le lamentele per gli orari di lavoro estenuanti, la carenza di personale e gli obiettivi di produzione irraggiungibili. Aumentano le segnalazioni di gravi infortuni e problemi di salute correlati al lavoro. Il sindacato tedesco IG Metall ha intensificato il lavoro per iscrivere il maggior numero di lavoratori Tesla, prima di iniziare uno sciopero finalizzato al contratto collettivo. È, fondamentale, per IG Metall poter contare con il sostegno del Consiglio Aziendale, eletto dai lavoratori come prevede la legislazione tedesca.

Ma la pressione non sta crescendo solo in Europa. Anche i sindacati nordamericani sembrano pronti a una nuova spallata.

I salari e i benefit erogati mediamente ai dipendenti Tesla sono circa la metà di quelli ricevuti dai lavoratori di Ford, GM e Stellantis (45 contro 89 dollari l'ora). Alle differenze economiche si sommano i problemi di sicurezza e di sovraccarico di lavoro, con orari settimanali estenuanti imposti dallo stile manageriale di Elon Musk. Il quale, viceversa, incasserà 56 miliardi di dollari di premio se raggiungerà gli obiettivi del suo Long Term Incentive.

Finora Elon Musk è riuscito a contrastare qualsiasi sforzo di sindacalizzazione negli Stati Uniti, ma ora sull’onda dei risultati storici ottenuti nei recenti rinnovi contrattuali con le Big Three, la UAW può contare per la campagna di sindacalizzazione nella fabbrica di Fremont (circa 20 mila dipendenti) in California, con un comitato organizzativo formato da lavoratori.

Per il sindacalismo, negli Stati Uniti come nel resto del mondo, è vitale riuscire a organizzare i lavoratori delle aziende in crescita, come Tesla, Amazon, Starbucks ecc., le quali rappresentano il paradigma sia dei cambiamenti in corso nel mondo del lavoro, sia della concentrazione della ricchezza.

Cosi come se una grande corporate multinazionale come Tesla, agendo come un signore feudale, riuscisse a non rispettare le regole e non firmare un contratto collettivo in Svezia, nei rapporti tra capitale e lavoro si ristabilirebbe il regno dell’arbitrio. Segnando definitivamente l’esistenza stessa dei sindacati. L’utopia rovesciata dei “nuovi padroni” del XXI secolo.

 

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