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Eremitaggio urbano e solitudine

di Chiara Laura Riccardo e Emanuele Davide Ruffino

Le disavventure in cui incappano le persone sole nelle nostre metropoli non si contano più, così come innumerevoli sono le chiamate ai servizi di emergenza solo per poter scambiare due parole con un altro essere umano. Addivenire ad un senso comune per re-includere i nostri vicini di casa e far muovere la società tutta verso una direzione comune, diventa man mano più complesso, ancorché necessario, specie in presenza di una situazione mediatica condizionata da notizie drammatiche.

Se durante il lockdown, dove l’unica possibilità di comunicare con il mondo era data dai social network e l’eremitaggio nelle nostre case era un fatto obbligato dalle situazioni contingenti, oggi il problema ritorna ad essere di natura sociale e può essere collegato alle interdipendenze conseguenti ai fenomeni di globalizzazione, che da un lato favoriscono i collegamenti con tutti, ma dall’altro accompagnano, più o meno inconsapevolmente, un’infinità di soggetti verso isolamento.


L’esperienza del lockdown

Il coronavirus ha obbligato a nuovo modo di vivere, caratterizzato dall’isolamento dagli altri esseri umani, pur mantenendo la possibilità di acquisire un'infinità di informazioni, anche se spesso contraddittorie tra loro. I primi eremiti si isolavano volontariamente dal mondo, per vivere in solitaria: l’eremita urbano tende ad isolarsi, ma più spesso viene isolato dal gruppo e si rifugia in una realtà virtuale per mantenere contatti con il mondo. Ne deriva una mancanza di confronto diretto con altri soggetti, sostituita dalla possibilità di enunciare sensazioni sui social, gestite in modo da favorire gli incontri con chi la pensa in modo simile: ciò induce ad una selezione, che porta a confrontarsi solo con chi è “affetto” dalle stesse sensazioni, con conseguente radicalizzazione nei propri convincimenti.

L’eremitaggio forzato, anziché favorire i momenti di riflessione, accresce reazioni disordinate: dagli assembramenti ingiustificati, alle liti per eccessi di vicinanza coatta (rintracciabili già a livello familiare). Il funzionamento della società provoca inevitabilmente un costo di sistema, ma l’alternativa eremita non sembra essere una soluzione praticabile su larga scala. Le complessità dell’ambiente urbano, hanno indotto e inducono a formare meccanismi di comunicazione senza la guida di un’autorità (e ciò potrebbe anche essere sinonimo di libertà) ma anche senza una morale comune che ne stabilisca logica e demarcazioni (e ciò è sinonimo di caos). In passato, le autorità erano riconducibili a ruoli politici, militari e religiosi che attraverso processi di contrattazione pre-regolata gestivano i fenomeni sociali: tali figure sono state progressivamente sostituite da opinion leader, da imprenditori sociali, da manager d’assalto ed altri soggetti in grado d’influenzare la società, senza però riuscire a governarla compiutamente ed, in ogni caso, senza la dovuta autorevolezza.


Tra sanità e sociologia

Le condizioni di alienazione che vivono i nostri vicini di casa, degenerano spesso in stati patologici o ne diventano complicanze di questi. Ad esserne maggiormente colpite sono le fasce più deboli: gli anziani e gli adolescenti che, anche se per ragioni diverse tendono sempre più a ridurre i contatti con i loro simili. Gli anziani per le difficoltà di deambulazione, ma anche per la difficoltà di dialogare con un mondo che non sento più loro. Gli adolescenti perché vengono assorbiti da una infinità di supporti informatici che riducono le possibilità, o la volontà, di comunicare (o, per dirla più semplicemente, il tornare a giocare nel cortile).

Non si può, né sarebbe etico, imporre un determinato comportamento ad un altro individuo, ma sicuramente, cominciare da un uso più limitato dei cellulari in alcuni momenti, come durante le lezioni scolastiche, sembra oggi quanto mai opportuno. Quello però su cui occorre riflettere, è la possibilità di comunicare resa potenzialmente infinita dai social e, di fatto, limitata dalla capacità di dialogo. Non ci si può dimenticare che, come insegnava il sociologo Maslow, il relazionarsi con gli altri e il far parte di un gruppo, sono bisogni fondamentali per un individuo, preceduti solo dai bisogni fisiologici dello sfamarsi e del coprirsi dal freddo. Un problema che prima che diventi sanitario deve essere gestito dalla società.


Ritiro sociale: una sofferenza silenziosa

Sempre più oggi sentiamo parlare di solitudine, scarsa relazionalità e ritiro sociale sia tra i giovani che tra gli adulti. I giovani, in particolare, vivono un senso d’inadeguatezza così forte da decidere, spesso, di non uscire più dalla propria stanza.

Il fenomeno degli Hikikomori, termine che comprende le parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”, si riferisce a tutti quegli individui che, per trovare conforto al loro sentirsi inadeguati all’interno della società in cui vivevano, decidevano di ritirarsi nella solitudine più totale. In Italia almeno 100.000 i casi di questo tipo, stando ai dati dell’Associazione “Hikikomori Italia”, ragazzi con un’età media compresa tra i 15 e i 25 anni. Le uniche attività svolte durante il ritiro sono solo attraverso l’utilizzo della rete e dei social network (Kato et al., 2020), per cui si riscontrano marcate associazioni fra ritiro sociale, sintomi psicopatologici e/o utilizzo problematico di Internet. E a questo isolamento si associa sempre la paura: paura di fallire, paura di essere giudicati per i propri insuccessi, paura di non essere all’altezza delle aspettative altrui ma anche delle proprie, paura di non riuscire a sfruttare le proprie potenzialità, paura di non riuscire a raggiungere gli obiettivi.

Tante sono oggi le urla silenziose che dobbiamo saper ascoltare, non solo dei giovani, ma anche degli anziani. L’ISTAT riporta che il 19,2% della popolazione italiana con età superiore ai 65 anni vive in una condizione di isolamento sociale e dichiara di non avere alcun contatto, neppure telefonico, con altre persone percependo scarsa la rete di sostegno sociale. La maggiore fragilità si osserva tra chi vive da solo: tra le persone anziane sole, sono gli uomini ad avvertire un maggiore senso di abbandono e, la mancanza di idonei supporti, porta questi alla manifestazioni di sintomi depressivi sempre maggiori all’aumentare dell’età.

E dunque, in questo nostro tempo dove la solitudine diventa per molti una grande nemica, il riuscire a contrastare la scomparsa di “reti umane” nelle nostre città, deve diventare obiettivo di tutte e tutti, ad ogni livello, contribuendo allo sviluppo di soluzioni inclusive per i più giovani ed i meno giovani.




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