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E se Stellantis non stesse più a guardare, andandosene dall'Italia?  

di Dunia Astrologo


Nervosismo e tensione oggi, giovedì 8 febbraio, davanti allo stabilimento Stellantis di Mirafiori a Torino tra operai, che hanno bloccato la strada per manifestare e coinvolgere la popolazione sul grave problema occupazionale che affligge il polo produttivo, e automobilisti. Ennesimo segnale di una grave disgregazione sociale, che segue le polemiche di questi giorni tra rappresentanti del governo italiano e il top management della multinazionale. Ma, che cosa sta accadendo, mentre la protesta operaia si estende al Sud, a Pomigliano d'Arco? Si è di fronte a fibrillazioni sintomatiche di movimenti sotterranei nel mondo della finanza - come le voci sul possibile merge tra Stellantis e Renault farebbero pensare - o sono soltanto sintomo di un gran nervosismo sul versante del principale produttore di auto italiano? E le affermazioni dei nostri governanti sono a loro volta sintomi di mancato autocontrollo - a causa delle difficoltà obiettive in cui versa il nostro sistema industriale e dell'allergia, in particolare della Presidente del Consiglio, verso chi glielo ricorda dai principali quotidiani italiani - o sintomi di una persistente e radicata mancanza di idee e di capacità di progettazione di una politica industriale degna di questo nome che potrebbero innescare un processo di abbandono dei marchi Stellantis dal Paese?

Domande che preludono al riassunto delle puntate precedenti e di alcuni passaggi della vicenda che dà l'impressione di essere sfuggita di mano sia a Palazzo Chigi, sia ai vertici di Stellantis.

Atto primo. Giorgia Meloni, confondendo il gruppo GEDI (editoria) con il gruppo Stellantis (automotive) rimprovera a quest'ultimo di aver assorbito aiuti di stato a iosa e quindi di non poter dire la sua (ma non l'aveva detta da nessuna parte, Stellantis) su acquisizioni o vendite di partecipazioni pubbliche da parte del governo. E per soprammercato rimprovera a Stellantis la sua natura di azienda franco-italiana.

Atto secondo. Il CEO di Stellantis, il portoghese Carlos Tavares, dallo stile del convitato di pietra in Italia, ma estremamente ossequiente in Francia, si innervosisce e risponde per le rime, sostenendo che gli aiuti necessari per consentire al settore di stare in piedi nella fase di transizione verso l'elettrico non sono sufficienti e il governo deve fare molto di più. In caso contrario, avviso ai naviganti "in chiaro" l'occupazione negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano, dove si concentrerà la produzione di auto elettriche, sarà a rischio.

Atto terzo. Il ministro Adolfo Urso, che a dicembre aveva organizzato un Tavolo Sviluppo Automotive tra i protagonisti del settore, a questo sgradevole battibecco risponde con le lancette dell'orologio riportate a metà del Novecento, quando si avanzava l'ipotesi di nazionalizzazione della Fiat (bloccata peraltro proprio dal comunista Palmiro Togliatti), affermando che se Stellantis ha bisogno d'aiuto lo Stato italiano potrebbe entrare nel capitale della corporate, al pari dello Stato francese. Sembra di essere

Atto quarto. Come era prevedibile, Tavares fa il portoghese di nome e di fatto e si trincera nel silenzio, salvo concedere all'agenzia Bloomberg la riproposizione di nuovi incentivi, senza i quali e senza le infrastrutture funzionali (le famose colonnine per la ricarica elettrica) la contrazione dell'occupazione sarà un fatto scontato e inevitabile. Affermazione assai credibile, osservando i numeri della CIG e degli occupati nel complesso degli stabilimenti italiani. Ma un'altra affermazione tra le righe fa rizzare le orecchie agli analisti, quando il CEO di Stellantis non nasconde la necessità per l'industria automotive europea di “consolidarsi” per resistere alla concorrenza e alla penetrazione delle aziende cinesi in Europa.

Atto quinto. Forse a partire da questa affermazione o da indiscrezioni che circolano in Francia, incomincia a girare la voce che si sia in prossimità di un accordo industriale (merge o acquisizione?) tra Stellantis-PSA e Renault. John Elkann, presidente di Stellantis (erede dell'avvocato Gianni Agnelli che nel 1980, in un'intervista a Mixer, confidava fin dalle prime battute con Minoli che la Fiat rimanesse legata a vita al territorio), si affretta a smentire vigorosamente la notizia e dopo poco “scende” a Roma a incontrare i rappresentanti più importanti delle istituzioni, dal presidente della Repubblica Mattarella al ministro dell'Economia Giorgetti (la Presidente del Consiglio era assente giustificata).

Ora, non è molto chiaro il motivo per cui la Meloni si sia così duramente scagliata contro Stellantis e proprio in giorni in cui, credo, potrebbe essere più impegnata a risolvere alcuni problemi interni. In primo luogo, ponendosi domande su perché in Italia l'occupazione numericamente cresce, ma la produttività invece no, e il PIL cresce molto di meno in proporzione. Per non parlare degli equilibri dentro la sua maggioranza o, alternativamente, godersi gli indubbi successi della sua immagine internazionale che tuttavia non migliorano la qualità di vita dei suoi connazionali.

Invece, già durante un question time, il 24 gennaio scorso, rispondendo a una domanda di un deputato di Azione, Matteo Richetti, circa la possibilità che gli interessi francesi di Stellantis possano prevalere su quelli italiani, cosa che giustificherebbe il progressivo “sganciamento” di fatto dell'azienda, Meloni aveva fatto un’affermazione assai forte: "Occorre avere il coraggio di criticare alcune scelte fatte dal management aziendale, distanti dagli interessi italiani. Penso allo spostamento della sede fiscale fuori dai confini nazionali, alla presunta fusione tra FCA-PSA, che celava in realtà un’acquisizione francese dello storico gruppo italiano, tanto che oggi nel cda di Stellantis siede un rappresentante del governo francese e non è un caso se le scelte industriali del gruppo prendono in considerazione molto più le istanze francesi rispetto a quelle italiane". E ancora “Se si vuole vendere un’auto sul mercato internazionale pubblicizzandola come un gioiello italiano, allora quell’auto deve essere prodotta in Italia”[1]. Nazionalismo puro? Preoccupazione retroattiva per un evento svoltosi all’incirca cinque anni fa? O la consapevolezza  di non essere in grado di mettere in campo le azioni necessarie per sorreggere e accompagnare l'elettrificazione e con essa la stabilità in Italia di un'industria nazionale (industria dico, non azienda)?

Certo Tavares non si lascia sfuggire l'occasione di minacciare chiusure e licenziamenti. A quel punto, non deve stupire se il ministro Urso, come abbiamo detto sopra, soavemente afferma che se Stellantis vuole un più consistente aiuto dallo Stato italiano (che per bocca sua ha offerto meno di un miliardo in incentivi all'acquisto di auto elettriche, indipendentemente dalla loro “nazionalità”) ne deve prefigurare l'ingresso tra gli azionisti. Ignorando, però, che per avere un  ruolo e un peso reale nelle decisioni aziendali pari a quelli francesi dovrebbe acquistare almeno il 6,1 % del capitale, il che renderebbe necessario un esborso di circa 4,1 miliardi di euro [2]. In una fase in cui il governo sta cercando di privatizzare il privatizzabile sembra un'idea davvero originale, per non dire fantasiosa. Comunque respinta al mittente.

Stellantis non è interessata a questo, e non è gradita nemmeno l'ipotesi, sempre ventilata da “responsabili” del governo, di aprire la strada a investitori stranieri, magari cinesi, che portino in Italia altre case automobilistiche[3]. Vuole piuttosto che gli incentivi vengano usati solo (cosa impossibile) per le auto dei suoi marchi, anche se non prodotte in Italia, e che venga rimossa la normativa Euro 7 che pone vincoli di carattere ecologico alla produzione di vetture diesel e impone parametri stringenti per tutte le emissioni dannose[4] .  Nel frattempo,  per sottolineare la sua determinazione, fa ripartire la mai sospesa Cassa Integrazione a Mirafiori, mentre a Pomigliano, a Melfi e in tutti gli stabilimenti del Sud legati all'azienda il timore di esuberi è molto presente e concreto.

 Purtroppo il problema del settore automotive in Italia è veramente serio e sembra che il governo stia forse cominciando a rendersene conto, senza però avere uno straccio d'idea di come affrontarlo. Cosa che purtroppo non lo differenzia dai passati governi, in particolare il Conte I e il Conte I,  durante i quali ha preso corpo e poi si è realizzata la fusione tra PSA e FCA. A nessuno è venuto in mente di chiedersi a quali condizioni realmente stesse avvenendo e con quali conseguenze sul settore in Italia, anche se il Ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli (M5S) assieme al collega francese Bruno Le Maire dichiararono che «entrambi i Governi presteranno attenzione al contributo di Stellantis sull’occupazione industriale in Italia e Francia». Dichiarazione da far tremare le vene ai polsi per ciò che si registra oggi, almeno in Italia.

Il vero problema è l'assoluta mancanza di una politica industriale, in generale, ma in particolare per quella che è stata ed è ancora un'industria fondamentale per il sistema economico italiano. Di fronte alla transizione di questo settore verso l'elettrico siamo indietro di 10 anni e mentre rincorriamo Tesla, Volkswagen e BYD, quest'ultima con le altre aziende cinesi e asiatiche, già predominanti commercialmente e avvantaggiate dal gap dei dazi in Europa, stanno investendo sull'auto a guida autonoma e quindi progettando tecnologie avanzate per i dispositivi necessari.

Gli stabilimenti italiani di FCA sono ormai obsoleti, troppo grandi, adatti a una produzione che all'inizio di questo secolo era prevista per 2 milioni di vetture (!) e la gestione Marchionne, molto focalizzata sul portare a casa senza farsi male l'acquisizione di Chrysler e di difendere il valore azionario di Fiat, non è stata certo orientata a immaginare questo futuro per l'auto e per l'azienda, avendo tra l'altro decisamente osteggiato l'opzione elettrica. Sicuramente non avrebbe mai pensato di fare un'alleanza con il principale e più forte competitor francese, con il rischio evidente di farsi perlomeno indebolire, come sta avvenendo. O di farlo a condizioni di inferiorità politica.

Produrre automobili in Europa, oggi, è diventato un mestiere molto diverso dal passato e, in questa fase, più rischioso e più costoso; e l'elettrificazione impatta su una gran quantità di segmenti della filiera, tra i quali quello delle materie prime (dalle fonti energetiche alle infrastrutture portanti, dai minerali alle tecnologie per produrre le batterie, etc.) è certamente il più complicato da gestire; ma finché la mobilità individuale sarà un bisogno prevalente, bisognerà competere in questo settore con idee nuove e investimenti imponenti, per i quali sono necessarie sinergie tra privati e governi, come appunto accade in Cina. 

Il nervosismo che  emerge attorno a questa vicenda e la stessa ultima notizia circa il “pellegrinaggio” di Elkann, ma non siamo più alle Madonne pellegrine di democristiana memoria che qualche "miracolo" sociale lo realizzavano, a volte, ci dicono che si sta probabilmente coagulando una situazione vischiosa, per usare un eufemismo , che comporterà scelte sulle quali sembra che i nostri governanti non abbiano nessuna presa.

L'allarme del sindacato è giustamente molto alto, come si comprende per esempio dalle analisi approfondite svoltesi a Torino pochi giorni fa nella sede della CGIL durante il convegno dell'Alleanza Clima Lavoro [5], ma per il resto al momento sembra limitato soprattutto a dichiarazioni formali e richieste d'incontro con il Governo.

Se pensiamo che in Italia il gruppo Stellantis occupa al momento 86.000 persone (altri 170.000 occupati stanno nella componentistica) e potrebbe tagliare drasticamente parte di questi posti di lavoro, ci si chiede cosa aspetti il sindacato nel suo insieme a manifestare in modo più vigoroso la sua  preoccupazione, magari senza scendere in piazza con i trattori, ma con più snelle 500,  e a richiedere finalmente risposte concrete dall'azienda, ma soprattutto dal governo, che ha il dovere di immaginare, per tutto il Paese e non solo per i lavoratori dell'automotive, un futuro di sviluppo sia nei settori più maturi che in quelli  più innovativi ed ecologici.


Note

 [5] Molto interessante è stata l'iniziativa “Alleanza Clima Lavoro”, promossa dalla rivista on line Sbilanciamoci (www.sbilanciamoci.info/alleanza-clima-lavoro) che si è svolta a Torino il 24 e 25 gennaio scorso. Quanto si è discusso in quella sede merita un'ulteriore puntata delle riflessioni sull'automotive.

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