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"Emmo za dæto": allarme in Val Bormida per l'ipotesi del termovalorizzatore sulle macerie dell'Acna

La denuncia di Maurizio Molan, vincitore del Premio Acqui Ambiente. La premiazione domani alle 17 nel Seminario Vescovile

di Alberto Ballerino


È dedicata alla Valle Bormida, area simbolo delle devastazioni dell’inquinamento, una delle due opere vincitrici della sedicesima edizione del Premio Acqui Ambiente. Si tratta del libro Oltre il guado. Le Bormide tra Liguria e Piemonte (Il Piviere) di Maurizio Molan; l’altra opera vincitrice è Senzienti. Quello che gli animali ci svelano di noi stessi (Longanesi) di Jackie Higgins. Nella sezione ragazzi, sono stati premiati Debora Fabietti con Lagnese (Libri per la terra) e Alessia Roselli con Piantala! (Carthusia). Le premiazioni si terranno domani, domenica 21 giugno alle 17 nel chiostro del Seminario Vescovile. Il libro di Molan, considerate le polemiche di oggi sull’idea di realizzare un termovalorizzatore su una delle aree più offese in Italia dall’inquinamento, si rivela di grande attualità e il suo autore nel giorno della premiazione intende lanciare l’allarme su quanto secondo lui si potrebbe ancora rischiare.

Il libro non si sofferma, infatti, solo sui disastri ambientali dell’Acna di Cengio. “Ci sono – spiega l’autore - anche tanti altri argomenti: la storia delle due valli, le chiese, i castelli, lo sviluppo dei mulini, l’antropizzazione del territorio. Interessante il tema del guado, citato anche nel titolo. Per sei secoli nel tratto di fiume compreso tra Monastero Bormida e Alessandria e tra Spigno Monferrato e sempre Alessandria non esistevano ponti. Tutta la dinamica degli spostamenti avveniva tramite guadi e traghetti. Una realtà ormai scomparsa che mi è piaciuto fare riemergere”. 

Scrivere questo libro è stata anche un’esperienza sul campo. “In queste due valli, ho avuto modo di conoscere persone e creare nuovi legami che continuano tuttora. Questo mi ha arricchito molto a livello personale”. L’ultimo capitolo si intitola ‘Un fiume ritrovato’. “Il termine Bormida è stato a lungo uno stigma perché per cento anni questo fiume è stato il più inquinato d’Italia e forse d’Europa. Grazie alle lotte della popolazione è stato forse l’unico caso in cui i movimenti popolari hanno portato alla chiusura di una fabbrica, l’Acna, che produceva immani disastri. Il fiume allora in qualche modo ha riacquisito  bellezza, colori, natura circostante. Teniamo presente che la vita acquatica era pari allo zero, non c’erano più pesci. Ora sono tornati come anche gli uccelli, anch’essi a lungo scomparsi. Soprattutto sono tornate le persone che hanno ripopolato la valle, giunte prevalentemente dal Nord Europa. Sono stati gli svizzeri ad apprezzare per primi le case in pietra, tipiche di queste valli. Poi sono arrivati anche i belgi, i francesi, gli olandesi e adesso gli svedesi e gli abitanti degli altri paesi Baltici”.

Un passato orribile ma che ora si può dimenticare? “Non possiamo fidarci delle apparenze. Non sappiamo cosa si trova sotto le falde sottostanti l’alveo, lo immaginiamo. Inoltre i rifiuti tossici pericolosi dell’Acna sono ancora presenti sul sito”. A questo aspetto bisogna aggiungere le recenti polemiche su novità poco simpatiche proposte proprio per questa già martoriata zona.  “Il detto gramsciano ‘La storia insegna ma non ha scolari’ ha una validità estrema. I problemi si ripropongono in due situazioni molto particolari. Una è quella di Spinetta Marengo con la questione dei PFAS, che riguarda un tratto limitato del Bormida, ma finisce per interessare il bacino del Po. L’altro è il discorso del termovalorizzatore, termine che è un puro eufemismo dal momento che di valorizzazione non c’è proprio nulla: si tratta di un inceneritore e metterlo sul sito dell’Acna mi sembra proprio un affronto.

La storia in questo caso si ripete anche in un altro modo. L’Acna era in Liguria, ma a cinquecento metri di distanza dal confine con il Piemonte, dove sversava. Ora per il termovalorizzatore le polemiche si ripropongono in termini simili, riguardando però l’aria. La protesta popolare non riguarda solo la parte ligure ma anche quella piemontese, comprendendo però anche l’Albese. Quando i sindaci delle Langhe hanno capito che i fumi potevano arrivare sulle colline del Barolo e del Barbaresco si sono mobilitati. Domani, giorno della premiazione, sul palco, dirò che si sta riproponendo una situazione che abbiamo già vissuto per quanto riguarda le problematiche della salute e dell’ambiente. In Liguria si usa il termine Emmo za dæto.

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