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Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...

Mantova, città dall'architettura del potere e illusioni dello sguardo

di Ivano Barbiero


Il nostro infaticabile viaggiatore abbandona il Viterbese per la strada che gli riporta i profumi dell'infanzia e luoghi famigliari.

Oggi è a Mantova, patria di due personaggi sideralmente distanti nel tempo, come Virgilio, il poeta che "accompagna" Dante nella Divina Commedia nei canti dell'Inferno e del Purgatorio, e il pilota automobilistico Tazio Nuvolari, nato sì nel vicino Castel d'Ario, ma nell'immaginario collettivo il "Mantovano volante", la leggenda consacrata al mondo delle corse, e non solo, nelle parole e nelle note da Lucio Dalla.

Per Ivano Barbiero Mantova concilia più momenti della sua esistenza, riuscendo però a rinnovare lo stupore ad ogni incontro, visita; probabilmente ciò che provano tanti turisti che vi ritornano con l'immutata convinzione che la città riserva sempre qualcosa di insoluto...


A Mantova dovrei giocare in casa, visto che sono nato a una ventina di chilometri di distanza, eppure ogni volta che ci vado non smetto di stupirmi. Non è una città da guardare in fretta, funziona solo se la percorri lentamente, perché quello che sembra immobile, in realtà si muove, ma si muove assieme a te. Già l’acqua, che la circonda, racconta qualcosa che non è immediatamente visibile.


I laghi che la avvolgono non sono naturali: sono stati creati nel Medioevo deviando il Mincio, per trasformarla in una fortezza. È un paesaggio costruito, pensato per difendere, ma che nel tempo è diventato identità. Senza quei laghi, Mantova non sarebbe quella che conosciamo.

Entrando nel centro storico si incontra un altro elemento che racconta la stessa logica di stratificazione: la Rotonda di San Lorenzo, la chiesa più antica, risalente all’XI secolo, situata in piazza Erbe. Oggi appare come una piccola chiesa romanica, raccolta e quasi isolata, ma per secoli è rimasta inglobata tra edifici e botteghe, nascosta alla vista. Solo tra Ottocento e Novecento è stata “liberata”, riemergendo come una struttura molto più antica del contesto che la circonda. Mantova, qui, mostra una delle sue caratteristiche più evidenti: non cancella, ma sovrappone.
Il Palazzo Ducale è però il punto in cui questa sovrapposizione diventa sistema. Più di cinquecento ambienti, costruiti in epoche diverse, collegati da corridoi che sembrano a volte inutili, ma che in realtà rispondono a una logica precisa. Non è un palazzo progettato in un unico momento, ma una crescita continua, quasi organica. Più esteso, per articolazione, di residenze come Versailles, ma con una natura completamente diversa: meno scenografica, più funzionale al controllo. I percorsi separavano, evitavano incontri, regolavano i movimenti. Il potere qui non si mostra soltanto, si organizza nello spazio.

Piccola nota, se lo visitate d’inverno copritevi bene, molte stanze mancano del tutto di riscaldamento e in certi punti vi sembrerà di stare in una ghiacciaia. E prima di entrare fate caso alla “gabbia dei debitori”, truffatori e piccoli criminali, esposta all’esterno del palazzo. Su questo balcone con inferriate, i condannati venivano mostrati alla folla per ore o giorni, talvolta anche nudi o seminudi, esposti alle intemperie come forma di pena e di vergogna pubblica. A Mantova, dunque, la punizione passava dalla “gabbia” esposta al pubblico, dove il corpo pagava prima della reputazione. Vale la pena sottolineare le analogie con altre città. A Brescia, nella Piazza della Loggia, la Pietra del Vituperio colpiva invece l’onore: il condannato, esposto alla folla, diventava esempio di vergogna civile. A Firenze, la Pietra dello Scandalo davanti al Mercato Nuovo trasformava il fallimento economico in spettacolo pubblico, con il debitore costretto a confessare la propria rovina. A Venezia, tra colonne e piazze come Piazza San Marco, l’infamia si intrecciava alla potenza dello Stato: esposizione, umiliazione e controllo sociale. In tutte questi luoghi, diversi per storia e potere, la giustizia non era solo pena: era teatro, monito e memoria collettiva.

Freddo e castighi a parte, la Camera degli Sposi all’interno di Palazzo Ducale segna un passaggio ulteriore. È come se qualcuno avesse deciso che lo spazio non basta più. Andrea Mantegna, non è un semplice pittore ma l’architetto dello sguardo: costruisce uno spazio che esiste solo se ti metti nel punto giusto: apre il soffitto, crea un oculo che sembra davvero spalancarsi sul cielo. Ma la cosa più sorprendente è che quell’illusione funziona davvero solo da un punto preciso. Se ti sposti, anche di poco, qualcosa si incrina. È una prospettiva che ti impone una posizione, quasi un comportamento.

Ed è qui che, accanto alla grande rappresentazione del potere dei Gonzaga, compaiono dettagli più intimi e meno celebrativi. Tra le figure e la vita di corte emerge anche quella presenza particolare che le fonti ricordano come la Barberina, una nana di corte. Non una figura marginale, ma una presenza stabile, integrata nella quotidianità del palazzo. La tradizione - plausibile anche se non documentata in ogni dettaglio - racconta che le fosse stato riservato uno spazio adattato, con ambienti e arredi proporzionati alla sua statura, per permetterle di vivere senza disagio in un contesto pensato per corpi diversi. È un dettaglio che sposta lo sguardo: dietro la rappresentazione ufficiale del potere, c’è una corte fatta anche di relazioni personali, di attenzioni, di fragilità.


Anche i nomi, a Mantova, conservano tracce di ciò che non si vede più. Il Volto del Cavallo, in piazza Sordello, non prende il nome dalle statue equestri che oggi lo dominano. È un nome più antico, legato a un’insegna medievale, a un luogo di passaggio. A Ferrara, invece, il meccanismo è opposto: il Volto del Cavallo è la volta d’ingresso al cortile del palazzo estense, e il nome deriva direttamente dalla statua equestre lì collocata, inizialmente una, poi due. Stesso nome, ma origini diverse: a Mantova la parola precede l’immagine, a Ferrara è l’immagine a generare la parola.


A questo punto la città posta sulla punta estrema della Lombardia sembra aver già detto molto, ma è a Palazzo Te che cambia davvero tono. In questo luogo, Giulio Romano trasforma la pittura in qualcosa che reagisce. Nella Loggia, i cavalli delle quadrighe sembrano avanzare mentre cammini; non è un’impressione casuale, ma un effetto costruito deformando le figure e orientandole verso lo spettatore. In altre stanze, un gesto - un indice puntato - sembra seguirti lungo la parete, come se la figura si adattasse al tuo movimento. Non esiste più un punto privilegiato: ogni posizione genera una percezione diversa.


La Sala dei Giganti, ideata tra il 1532 e il 1535, porta questo meccanismo al limite. Le pareti scompaiono, la volta si dissolve, e la caduta dei giganti - colpiti dai fulmini di Giove - avvolge completamente lo spettatore. È una delle rare esperienze in cui si ha davvero la sensazione che qualcosa stia per crollarti addosso: i massi sembrano precipitare, i corpi scivolano, lo spazio perde stabilità. Non si guarda più un affresco, lo si attraversa.
Palazzo Te, inoltre, non era solo rappresentazione ufficiale. Alcuni ambienti decorati con scene esplicitamente erotiche o licenziose sono stati a lungo poco accessibili e in parte lo sono ancora, a testimonianza di una corte che accanto alla politica e all’arte coltivava anche dimensioni più private, più libere, meno controllate.
E poi c’è un’altra Mantova, meno visibile ma altrettanto forte: quella della tavola. La città è una delle tre grandi “isole culinarie” della Lombardia, assieme all’area milanese e alla Valtellina, ma con una varietà che la rende unica. Anche in questo caso la cucina non è solo tradizione, è identità stratificata, come la città stessa.
Tre dolci, più di altri, raccontano questa storia. In ordine di apparizione fotografica: la sbrisolona, detta anche “torta dura”, nasce come dolce povero: farina di mais, mandorle, burro, zucchero. Non si taglia, si spezza con le mani e in tempi antichi addirittura con il martello.
La torta di rose, invece, appartiene a un’altra dimensione: un dolce rinascimentale, morbido e burroso, nato secondo la tradizione per le nozze di Isabella d’Este, costruito da spirali di pasta lievitata che ricordano appunto boccioli di rosa. Infine, la torta Elvezia, più complessa e stratificata, fatta di dischi di meringa, crema al burro e mandorle: un dolce ottocentesco, più raffinato, quasi “europeo” nel gusto. Tre dolci diversi, come tre livelli della città: popolare, cortigiano, internazionale.
Alla fine, Mantova resta questo: un luogo compatto, apparentemente immobile, che però cambia continuamente mentre lo attraversi. Non si limita a mostrarsi. Ti costringe a guardare meglio, a rallentare, e a capire che quello che vedi non coincide mai del tutto con quello che c’è.

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