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Un libro per voi: “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa“

di Piera Egidi Bouchard


Che parola strana, il perdono! Quando mai la si usa? Quando la pronunciamo? Anche di fronte a casi gravi, chi ha offeso al massimo alla vittima chiede scusa! Ma che, scusa! Scusa è quando pesti un piede per sbaglio nella folla di un autobus. Chiedere perdono è una cosa molto più profonda e intensa, che esige pentimento: come dice Giobbe (42,6), che ha osato discutere con Dio “Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere.” Questo è il pentimento e il chiedere perdono.

Siamo nel mezzo di due guerre - la Russia che ha invaso l'Ucraina e Israele che si scontra con Hamas e si accanisce sui palestinesi della Striscia di Gaza - - con popoli che continuano massacrarsi a vicenda, in un odio e una violenza che paiono non avere fine. Non è possibile nella storia la pacificazione, il perdono? Eppure abbiamo un grandissimo esempio, ed è stato quello di  Nelson Mandela, nella lotta all’apartheid nel Sudafrica: 27 anni di carcere, ogni genere di violenze dei bianchi contro i neri e viceversa, eppure riuscì nell’opera incredibile della pacificazione, promuovendo la “Commissione per la verità e la riconciliazione “, diventando alla fine presidente del suo paese, e premio Nobel della pace nel 1993, insieme al bianco De Klerk, ex presidente a cui subentrò nel Sudafrica pacificato. In uno storico incontro televisivo i due si strinsero la mano:

“Noi bianchi abbiamo peccato”- disse  De Klerk - e Mandela a sua volta con semplicità rispose: “ E noi vi perdoniamo”. (Cfr. “Dio benedica l’Africa!”, in Giorgio Bouchard,”,Evangelici nella tormenta”, Claudiana, 2009).

“Persino in psicoanalisi - nota Massimo Recalcati, nel suo bellissimo libro tutto da meditare, che reca come sottotitolo “Elogio del perdono nella vita amorosa”[1], la parola ‘perdono non ha avuto alcun diritto di cittadinanza. Forse quella di ‘gratitudine’, nel lessico di Melanie Klein, è quella che più le si avvicina". Ma il discorso è estensibile a tanti altri aspetti dell’esistenza e dei rapporti umani.

E anche nei Vangeli, nel famoso episodio della donna adultera (Giovanni 8,1-11), -  qui da Recalcati analizzato - “Gesù non brandisce la Legge come fosse un bastone, non giudica (“Io non giudico nessuno”, Gv 8,15): la possibilità del perdono è tutta contenuta in questo movimento di sospensione della Legge e della sua introiezione soggettiva: chi sono Io, cosa è il mio Io per giudicare, per condannare senza possibilità di riscatto, di redenzione, l’Altro?” 

Gesù - che sembra assorto a pensare qualcosa perché ”chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra” - risponde agli scribi e ai farisei che invocano l’ applicazione della legge di morte con la lapidazione : ‘Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei’”:  al tempo stesso una risposta alla società  (la Legge) e alla coscienza dell’individuo. Il perdono esige tempo e lavoro su di sé, come quello del lutto: “La memoria dell’offesa viene attraversata e riattraversata al fine di giungere un punto di oblio che rende possibile un nuovo inizio.” 

L ‘autore si concentra sul rapporto di coppia, sulla dinamica del rapporto amoroso: “Nel lutto come nel perdono il soggetto si confronta  con la non-risposta dell’Altro. (…) Mentre nel lutto non resta più niente dell’oggetto - esso è entrato davvero nel regno dei morti - il lavoro del perdono affronta l’interruzione della presenza senza che la perdita dell’oggetto sia irreversibile. Il soggetto del perdono si confronta col soggetto dell’offesa, che non ha cessato affatto di vivere. Soprattutto nei casi dove esso resta ancora lì e chiede perdono, vuole essere perdonato, vuole riprendere il discorso amoroso che egli stesso ha interrotto. E’ dunque il soggetto a dover decidere se dare ancora vita a quell’amore o decretarne la fine definitiva. E’ il soggetto a dover decidere se lasciare andare l‘Altro nell’assenza o richiamarlo alla presenza: sono io a decidere se la sua immagine deve morire o meno.”

Il libro è composto da quattro densi capitoli e da un  “Diario”, tratto da esperienze vissute in quanto psicoanalista che “ascolta quotidianamente i tormenti della vita amorosa: isolamento affettivo, inibizioni e sintomi sessuali, ricerca compulsiva di rapporti che non danno alcuna soddisfazione, delusioni che seguono immancabilmente le prime estasi dell’innamoramento, infedeltà, noia, gelosia, caduta del desiderio, separazioni, maltrattamenti, incapacità di amare, difficoltà a trovar l‘uomo o la donna giusti.” Insomma, ce n’è per tutti. E la nostra esperienza quotidiana in qualche parte ci si ritrova. 

L’autore  attraversa i temi dell’Ideologia del Nuovo”, dell’Incontro e destino”, del Trauma e abbandono e de Il lavoro del perdono. Duro è il giudizio che Recalcati commina al presente, contraddistinto dalla frenesia del Nuovo: tutto che si consuma rapidamente, senza ostacoli né censure morali: “Il tempo del lutto viene rigettato maniacalmente come inutilmente triste e dispendioso. Anziché elaborare con dolore la perdita dell’oggetto amato, si preferisce trovare nel più breve tempo possibile il suo sostituto, adeguandosi alla logica imperante che governa il discorso del capitalista: se un oggetto non funziona più, nessuna nostalgia! Sostituiscilo con la sua versione più aggiornata!”

Ma questo libro “vuole essere un canto dedicato all’amore che resiste. Non si occupa degli innamoramenti che si esauriscono nel tempo di una notte senza lasciare tracce. Indaga gli amori che durano il tempo di una vita, che lasciano il segno, che non vogliono morire, che sconfessano la sentenza cinica di Freud secondo la quale amore e desiderio sono destinati a vivere separati, perché l’esistenza dell’uno escluderebbe necessariamente quello dell’altro.(…) In questo libro ci si chiede cosa accade in questi legami quando uno dei due tradisce, vive un’altra esperienza affettiva nel segreto e nello spergiuro. Cosa accade degli amori investiti dal trauma del tradimento e dell’abbandono? Cosa accade poi se chi tradisce chiede perdono, e vuole che tutto ‘torni come prima’?”

Il percorso è complesso, e attraversa i campi della psicologia e dei suoi autori (soprattutto Freud e Lacan), della letteratura (Sartre, Proust con la sua Albertine e la possessoria claustrazione dell’amato/a, che porta alla fine del desiderio, perché “viene meno quella quota di distanza che istituisce la differenza, l’eteros, che alimenta la spinta del desiderio”.) E, inoltre, il paradosso della sessualità nelle diverse declinazioni del maschile e del femminile (“I maschi tendono a sorvolare sul valore effettivo della fedeltà. Distinguono troppo facilmente la fedeltà del cuore da quella del corpo. Le donne diversamente tendono a tradire quando non c’è l’amore del cuore o quando questo amore è stato deluso. A loro il parallelismo maschile che separa la fedeltà del corpo da quella del cuore sembra estraneo. I maschi invece non intendono come il corpo possa restare fedele nel tempo. Salvo poi reagire furiosamente all’infedeltà del corpo della partner.”) 

E diversa, ambigua e talora incomprensibile al maschio è “la lingua straniera del femminile - l’eteros radicale che essa incarna, e che non può essere mai assimilata del tutto. Per questo la violenza maschile può assumere le forme più odiose ed efferate. Come se nella vendetta a morte, nello sfregiare, nel maltrattare, nell’uccidere, l’alfabeto dell’amore e lo sforzo che comporta potesse essere distrutto per sempre.”

Ne sappiamo qualcosa nel dilagare ormai quotidiano dei femminicidi, e qui lo psicanalista s’interroga su un incontro reale, coinvolgente, in un carcere, con un ragazzo “dagli occhi buoni”, che in un dibattito contestò con dolcezza  l’idea di Lacan “secondo la quale il desiderio tenderebbe a spostarsi infinitamente da un oggetto all’altro, senza mai trovare il suo appagamento adeguato. Questo gli appariva inaccettabile, perché escludeva il carattere unico e insostituibile dell’oggetto d’amore.” 

Chi era questo ragazzo dagli occhi dolci?  Era un assassino. Aveva strangolato la sua fidanzata per gelosia. “Nelle parole che cercava di dire, quel giovane uomo provava a difendere una versione (insana e fondamentalista) dell’amore assoluto di fronte al cinismo nichilista che rendeva equivalenti tutti gli oggetti del mondo. In questo modo osava toccare il centro del suo dramma personale, ma anche una contraddizione tragica  che accompagna ogni amore umano: la contraddizione tra la spinta appropriativa e il rispetto per l’alterità dell’Altro.” 

Questo incontro porta ad ulteriori interrogativi: “Non è sempre l’amore umano a un passo dal superamento del confine della violenza? Come possiamo amare infinitamente l’Altro senza varcare il confine della sua libertà?” L’amore assoluto del ragazzo assassino è ”animato da un fantasma predatorio che ha trasfigurato quell’amore in una passione folle e omicida. Esso dimentica colpevolmente che amare è un rischio assoluto che esclude il possesso assoluto, sebbene nell’amore vi sia una spinta a voler possedere assolutamente l’oggetto amato. Questo contrasto - tra possesso e libertà - abita sempre e senza possibilità di conciliazione la vita amorosa.”

E come è possibile il perdono, allora? “Non è possibile perdonare chi è venuto meno alla promessa - conclude Recalcati - se non a partire da come il soggetto che ha subito l’offesa è in grado di rifondare un nuovo “Sì!”, un nuovo inizio. Questo significa attraversare non tanto la colpa dell’Altro, ma la propria mancanza. (…) Esiste una gioia misteriosa del perdono  che alleggerisce gli amanti che la sanno raggiungere.”

Questa gioia è forse possibile anche ripristinando con fatica e impegno collettivo un mondo di pace.


Note


[1] Massimo Recalcati , “Non è più come prima - Elogio del perdono nella vita amorosa “, Raffaele Cortina Editore


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