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“Magnifica Humanitas”: prima Enciclica di Papa Leone XIV al tempo dell’IA

Salviamo l’umano, il messaggio del Pontefice


di Luca Rolandi


Leone XIV nella sua prima Enciclica va al punto nodale del nostro presente e soprattutto del futuro. In sintesi, l’umanità nell’era post-industriale, nella società fluida, globale e individuale si salverà? Ci sono mille incognite prima fra tutte l’invasione e la pervasività del mondo digitale e dell’intelligenza artificiale nella vita delle persone. Tutte le persone dall’ultimo villaggio dell’Oceania alle grandi megalopoli di Oriente e Occidente. Il Papa deve fare il suo mestiere che è quello di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, il mistero della morte e resurrezione e dunque di salvezza per ogni creatura venuta al mondo. Questo il cuore e l’essenza del cristianesimo. Ma il cristiano è un uomo o una donna che cammina nella storia e dentro di esse, vive nel mondo anche se non è del mondo, parafrasando la celebre frase evangelica.

E allora Leone come il suo predecessore Francesco e gli altri pontefici prima di lui si interroga sulle grandi sfide, i pesanti interrogativi della contemporaneità. Papa Prevost analizza il rapporto tra verità e democrazia, si sofferma su chi controlla piattaforme digitali e mezzi di comunicazione, i padroni del mondo di oggi. Lo fa seguendo una logica quella cristiana, ovvero ricordare e sperare che chi dirige, comanda, sorveglia e controlla rispetti la dignità umana.

Nella prima enciclica, “Magnifica Humanitas” – 231 pagine, suddivise in cinque capitoli – in cui afferma che “la magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Il punto di riferimento: Leone XIII, che con la Rerum Novarum ha dato “nuovo impulso” alla dottrina sociale della Chiesa, chiamata oggi a confrontarsi con il fatto che “la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando il mondo”. ”Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo, ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto”, spiega il Papa, mettendo in guardia dal “volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”.

Leone XIV scrive nel terzo capitolo Tecnica e dominio, sulla grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA: “Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano”.

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore”.

Nel mondo attuale, scrive Papa Leone , “ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune”. Non bastano, allora, “strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico”: “occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti”.

Un tempo, infatti, “erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione”: “Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.

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