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Marco Aime: “L’Africa? Miopi, non vediamo cosa accade alle nostre porte”


di Alberto Ballerino

 

Al centro dell’attenzione in questo periodo è il Medio Oriente, mentre i conflitti in altre parti del mondo sono meno considerati dai mass media. Anche quando riguardano per le loro conseguenze il nostro paese. È il caso di una zona per noi fondamentale come il Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad), area di passaggio sulla rotta dei migranti verso il Mediterraneo. Il tema viene trattato dal professore Marco Aime, antropologo dell’Università di Genova, nell’incontro che si terrà mercoledì 27 maggio alle 16,30 nella sala incontri dell’Isral, in via dei Guasco 49 ad Alessandria. L’iniziativa è organizzata con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e della Fondazione CRT.

“Questa area – dice il professore Aime – è in una situazione critica dovuta ai gruppi jihadisti che hanno attaccato diverse città, conquistandone alcune. C’è una assoluta instabilità con i governi che non controllano completamente il territorio”. Una situazione che risale addirittura al 2011 con il crollo del regime di Gheddafi in Libia. “I corpi speciali a sud della Libia, armati e ben addestrati, non avendo più nessun riferimento, hanno invaso il Niger e il Mali. Poi si sono uniti altri gruppi che controllano il traffico della cocaina in Europa dal Sud America”.

Non sta nascendo però un nuovo emirato dell’Isis come era accaduto in Siria. “Questo perché non hanno un particolare interesse in questo senso, ma si limitano a controllare le rotte della cocaina e dei migranti, che sono molte redditizie. Per cui più che conquistare Stati hanno tutto interesse a mantenere il controllo di questi spazi per gestire i loro traffici”.

Inquietante è anche l’uso dei proventi di queste attività. “In parte vengono usati per finanziare operazioni terroristiche e la galassia jihadista”. Una situazione quindi che riguarda direttamente l’Europa e l’Italia, dal momento che questi gruppi controllano il flusso dei migranti verso il Mediterraneo. “Purtroppo non si può fare niente perché gli eserciti di questi Stati sono debolissimi. Nel Mali tra l’altro c’è anche l’Africa Korps, che altro non è se non l’ex Wagner russa: può respingere qualche attacco, ma non ha la capacità di occupare spazi come quelli del Sahara, che sono troppo vasti”.

L’ex Wagner è sempre legata alla Russia. “Direttamente a Putin ma hanno come riferimento anche la Turchia e i Paesi Arabi”. L’Europa si è così rivolta alla Libia. “Ad essa è stato affidato il respingimento dei migranti e così fa finta di non vedere niente”. Un dato importante è l’eclissi della Francia in un’area in cui era molto presente. “Un po’ si è allontanata e in parte è stata espulsa. Oggi non ha più quella presenza perché sono subentrati altri attori: dal punto di vista economico la Cina e da uno più bellico Russia e Turchia. La Francia aveva avuto un ruolo determinante nella caduta di Gheddafi, ma le conseguenze non sono state favorevoli. Ha sbagliato tutto e ha perso tantissimo della sua influenza, non è più come vent’anni fa”.

Resta il problema della debolezza strutturale di questi paesi africani. “C’è un malgoverno nella maggiore parte del continente con i leader che si arricchiscono, vendendo le materie prime, e non fanno niente per migliorare le condizioni del proprio paese. Quindi ci sono forme diverse di neocolonialismo che continuano a impedire il decollo del continente, anche se sta cambiando molto rispetto al passato. Non riesce però ancora a trovare una sua via”.  

I rapporti con le grandi potenze mondiali sono ancora improntati a una logica di sfruttamento. “Tutti approfittano. Sicuramente la Cina ha stabilito un rapporto di commercio e di scambio che è un po’ meno peggio rispetto agli altri, è meno aggressiva. Oggi economicamente è più presente rispetto a tutti, ha incominciato a immettere sul mercato africano prodotti a basso costo, favorendo le economie locali, e allo stesso tempo ha costruito infrastrutture in cambio di materie prime. Quindi si è creato uno scambio commerciale in cui sicuramente la Cina tiene le redini del gioco, ma si è anche verificata una ricaduta sul modello africano. Senza armi, più di tutti ha cercato di stabilire un rapporto duraturo e continuativo con i paesi di questo continente”.                                                                                                           

 

 

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