Torino, Italia: l'economia di guerra non l'unica risposta alla crisi industriale
- Gianni Alioti
- 25 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Un incontro stasera on line, propiziato dal messaggio del cardinale Repole
di Gianni Alioti

Il messaggio dell'Arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, Roberto Repole, indirizzato ai lavoratori, agli imprenditori e alle loro famiglie in occasione del 1° Maggio di quest’anno, non è stato lasciato cadere nel vuoto.
Sono molti i torinesi, e non solo, che non si abituano all’economia di guerra quale unico destino. E condividono il suo turbamento. Mentre «le guerre seminano morte nel mondo», nella sua diocesi e in Piemonte rappresentano «un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione».
Chiedersi se la città, dopo il passato legato all’auto, voglia essere l’hub dell’industria bellica, affidando alla guerra le speranze di una ripresa occupazionale, è una questione etica, ma anche economica e industriale – ineludibile. Il suo “j’accuse”, però, non è rivolto contro qualcuno «nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena» –, ma è piuttosto un invito a fermarsi e a «riflettere se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi».
Una riflessione raccolta dal Laboratorio permanente sulla politica industriale di pace in Italia che oggi, lunedì 25 maggio 2026, alle ore 21.00 ha promosso una diretta on line dal titolo «Torino città delle armi?», come primo appuntamento di un percorso di analisi e proposte.[1]
Il secondo step sarà un Convegno in presenza a Torino, in fase di programmazione presso il Centro Sereno Regis, entro la fine del mese di giugno, al quale dovrebbe partecipare anche don Bruno Bignami, direttore Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro.

Il “Laboratorio permanente” è stato promosso a fine 2024 da: Archivio Disarmo, Città Nuova, Comitato riconversione Rwm, Centro Studi Pax Christi, Centro Studi Sereno Regis di Torino, Economia Disarmata Focolari Italia, Fondazione Finanza Etica, Pastorale Sociale Lavoro Piemonte e Valle D’Aosta, Rete Italiana Pace e Disarmo, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei.
Da subito ha identificato alcuni territori emblematici su cui lavorare, come il Sulcis Iglesiente e Torino, in quanto problematici crocevia di drammatiche crisi industriali e occupazionali (la metallurgia di base nel distretto sardo e l’automotive in quello piemontese) e, al contempo, di crescita delle fabbriche d’armi. In seguito, il lavoro sul campo ha coinvolto anche la Valle del Sacco, con baricentro Colleferro e si è iniziato il monitoraggio dei distretti industriali di La Spezia e Roma, che rappresentano due realtà ad alta concentrazione di aziende e occupati che producono beni e servizi a uso militare.
Anche nel caso di Torino, dal mio punto di vista, qualsiasi ragionamento e discussione non può prescindere da un’esatta conoscenza del settore aerospaziale e della difesa nel contesto economico-industriale della città e della regione. Non si può partire da una narrazione distorta e non veritiera della dimensione del settore, come veicolata dal gruppo Leonardo e dalla Confindustria piemontese e rilanciata acriticamente da molti media senza alcuna verifica delle fonti e dell’attendibilità.
Ad esempio, le circa 400 aziende dichiarate da Leonardo come parte della sua filiera piemontese sono del tutto inverosimili, se ci riferiamo ad aziende di sub-fornitura rientranti nel settore aerospaziale e della difesa. O peggio prendere per buoni i dati della Confindustria Piemonte, che arriva a quantificare la presenza del comparto aerospaziale in regione in 400 imprese, 35 mila addetti e 8 miliardi di euro di fatturato. Specie se teniamo conto che il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio CTNA - Confindustria ha mappato di recente, nei comparti aeronautico e spazio in tutta Italia 276 imprese, 38 enti e centri di ricerca, 24 istituti universitari. E ha stimato (dati 2024) un fatturato complessivo di € 21,4 mld (€ 17,8 mld ricavi Leonardo, di cui circa un 40% realizzati in Uk, Usa e Polonia) e un totale di 54.300 occupati (di cui 36.704 nel gruppo Leonardo in Italia). Se consideriamo poi che lo stesso Distretto Aerospaziale Piemonte, facente parte del CTNA, conta poco più di 70 associati e identifica nel settore aerospaziale (aeronautica e spazio) in regione 129 aziende.
La prima cosa da fare è, quindi, ricostruire l’effettiva dimensione economica e occupazionale del settore aerospaziale e della difesa a Torino e nel resto della regione, mappando il numero e il profilo delle aziende – prodotti, tecnologie, ricavi suddivisi tra mercato civile e militare, numero di occupati ecc. – che ne fanno realmente parte.
La seconda cosa da fare è superare, attraverso un’analisi seria di tutte le implicazioni economiche, tecnologiche, organizzative, produttive e di mercato, la narrazione fuorviante che immagina e promette un’exit strategy dalla crisi (industriale e occupazionale) dell’automotive grazie alla riconversione al militare.
Su queste premesse è auspicabile che si sviluppi un dialogo e un confronto tra i diversi attori, anche se portatori di idee, sensibilità, interessi differenti. L’auspicio è che siano all’interno di una concezione del lavoro come valore fondamentale della nostra società, un bene comune che contribuisce alla sicurezza, alla sostenibilità ed alla costruzione della pace. E che le guerre e le politiche di riarmo (a discapito di altre spese e investimenti) non rappresentino l’orizzonte a cui affidare il nostro futuro.
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Note
[1]La diretta on line «Torino città delle armi?» alle ore 21.00 di Lunedì 25 maggio 2026, potrà essere seguita in streaming sul canale youtube di Economia Disarmata.
Interventi programmati:
Enzo Ferrara, direttore centro studi Sereno Regis Torino
Gaetano Quadrelli, direttore Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta
Alessandro Svaluto Ferro, direttore Ufficio Pastorale Sociale della Diocesi di Torino
Caterina Mele, professoressa Politecnico di Torino, Dottorato Nazionale in Peace Studies
Stefano Tassinari, responsabile nazionale Acli Terzo Settore
Don Flavio Luciano, vicario episcopale a Cuneo
Gianni Alioti, esperto politiche industriali The Weapon Watch
Chiara Bonaiuti, ricercatrice Ires Toscana e presso il Jean Monnet Centre Università di Newcastle
Francesco Vignarca, coordinatore campagne Rete Italiana Pace e Disarmo
Giorio Beretta, analista Opal, Rete pace e disarmo La Spezia
Cinzia Guaita, portavoce Comitato riconversione Rwm e War Free Sulcis Iglesiente
Elisa Sermarini, direttrice Gea scuola per la Giustizia Ecologica e AmbientaleD
p. Dario Bossi, Verona. coordinatore della rete Iglesias y Minería in Brasile
Coordinano Carlo Cefaloni e Domenico Palermo – Economia Disarmata









































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