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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Tra Usa e Iran, strana pace per una strana guerra

Aggiornamento: 9 ore fa


La drôle de guerre, la strana guerra, tra Stati Uniti e Iran, è finita. O meglio, sospesa il 4 aprile scorso, non dovrebbe riprendere per la terza volta, dopo quella dei dodici giorni del giugno 2025, e i nuovi bombardamenti del 28 febbraio. Così afferma il presidente Donald Trump che in un lungo tweet su Truth ha raccontato con la certosina precisione del cronista le reazioni dei Capi di Stato direttamente interessati alla risoluzione del conflitto. E per nulla disposti al rischio di crisi globale dell'economia. Un racconto che merita di essere ripreso integralmente:

Sono nello Studio Ovale della Casa Bianca dove abbiamo appena avuto una buona chiamata con il Presidente Mohammed bin Salman Al Saud dell'Arabia Saudita, Mohammed bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti, l'Emiro Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani, il Primo Ministro Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, e il Ministro Ali al-Thawadi del Qatar, il Feldmaresciallo Syed Asim Munir Ahmed Shah del Pakistan, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan della Turchia, il Presidente Abdel Fattah El-Sisi dell'Egitto, il Re Abdullah II della Giordania e il Re Hamad bin Isa Al Khalifa del Bahrein riguardanti la Repubblica Islamica dell'Iran e tutto ciò che riguarda un Memorandum d'Intesa relativo alla PACE. Un accordo è stato in gran parte negoziato, soggetto alla finalizzazione tra gli Stati Uniti d'America, la Repubblica Islamica dell'Iran e i vari altri Paesi, come elencato. Separatamente, ho avuto una telefonata con il Primo Ministro Bibi Netanyahu, di Israele, che anche lui è andata molto bene. Gli aspetti finali e i dettagli dell'Accordo sono attualmente in discussione e saranno annunciati a breve. Oltre a molti altri elementi dell'Accordo, sarà aperto lo Stretto di Hormuz. Grazie per la tua attenzione su questa questione! Presidente DONALD J. TRUMP (In maiuscolo nell'originale)

Hormuz aperto, tutto risolto? Non ci saranno code improvvise o improvvisi scatti di collera del presidente sulla questione centrale che rimane insoluta, almeno rispetto alla motivazione primaria dello scatenamento della guerra, cioè il nucleare? I primi a domandarselo sono i principali media americani che quotidianamente sottopongono ai lettori le incoerenze della Casa Bianca, evidenziando il pressapochismo di un establishment votato al fanatismo e all'idolatria del leader più che agli interessi collettivi insieme con l'estremismo esacerbato di un presidente che dal suo secondo mandato ha lavorato per destabilizzare il principio del diritto internazionale con una politica militare di aggressione verbale e concreta, ha avallato il neo colonialismo che ha avuto effetti genocidiari del "primo alleato" dell'America, Israele, e del suo personale amico Netanyahu, e che, paradosso di tutti i paradossi, sostiene a caratteri cubitali la pace fomentando la guerra.

Ciò spiega, per esempio, il titolo del New York Times che dà l'impressione di voler scavare in maniera profonda nell'azione "diplomatica" all'insegna dell'ottimismo conclamato di Trump, ben più di quanto dica la semplicità del titolo: "Ci sono molte domande e pochi dettagli nell'ultima proposta di pace". In realtà, il quotidiano newyorchese prosegue nella sua linea editoriale, condivisa oramai da più della metà degli americani, di non credere non già all'accordo in sé, anche per i silenzi che arrivano da Teheran, quanto all'assenza di una strategia complessiva del presidente in politica estera, una volta perduto per strada il suo braccio armato, cioè la sua intima e infantile convinzione che qualunque problema si possa risolvere con la forza, trascurandone i lati oscuri delle conseguenze.

E il viaggio in Cina ha confermato anche i suoi limiti cognitivi di persona schiacciata da una senilità orientata a massimizzare il tornaconto personale che ha perduto, ammesso che l'abbia mai avuta, la visione d'insieme della complessità di un mondo multipolare; limiti resi ancora più pallidi al confronto di regime che pianifica e programma il futuro di un miliardo e trecento milioni di persone, con l'occhio attento a captare e a registrare le debolezze e fragilità del sistema occidentale.

La guerra con l'Iran, come lo è l'accordo o memorandum di cui si parla in queste ore, altro non è che l'ultima conferma in ordine di tempo della confusione che domina l'amministrazione Trump, diventata maestra nel rovesciare il famoso principio del generale Sun Tzu "massimizzare con il minimo sforzo". La sfida a un regime sanguinario si è, appunto, rivelata l'opposto.

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