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La Stanza del pensiero Critico. La Repubblica delle parole vuote

Un dialogo che mi ha fatto riflettere


di Savino Pezzotta

Qualche giorno fa ho incontrato un amico che non vedevo da tempo. Parlando della situazione italiana, della politica e del clima pubblico che attraversa il paese, mi ha detto una frase semplice, quasi pronunciata con rassegnazione: “Io non partecipo più. Non capisco più niente di quello che dicono.”

Non era disinteresse. Non era superficialità. Non era nemmeno antipolitica nel senso più comune del termine. Era qualcosa di più profondo: la sensazione di essere stato lentamente espulso dal linguaggio della politica. Mi ha colpito perché in quella frase c’era probabilmente uno dei problemi più seri della democrazia contemporanea: quando i cittadini smettono di comprendere il linguaggio pubblico, smettono poco alla volta anche di sentirsi parte della vita pubblica.


Quando le parole non spiegano più

Ascoltare oggi il dibattito politico italiano significa spesso attraversare una nebbia di parole continuamente ripetute e raramente spiegate: “riforme, responsabilità, sicurezza, crescita, merito, interesse nazionale”. Le si sente ovunque: nei talk show, nei discorsi parlamentari, nelle conferenze stampa, nei social dei leader politici. Parole pronunciate come se il loro significato fosse ovvio, condiviso, immediatamente comprensibile. Eppure, più vengono usate, più sembrano perdere contorni precisi. Il problema non è che la politica utilizzi concetti complessi. La complessità è inevitabile. Il problema nasce quando il linguaggio smette di aiutare i cittadini a orientarsi nella complessità e comincia invece a renderla ancora più opaca.


Il potere delle parole elastiche

Prendiamo la parola “riforma”. Nel dibattito pubblico può indicare quasi tutto: tagli, privatizzazioni, semplificazioni amministrative, modifiche costituzionali, riduzioni della spesa pubblica. La parola ha assunto un valore automaticamente positivo. “Riformare” viene presentato come sinonimo di progresso, modernità, miglioramento. Ma raramente si chiarisce una domanda essenziale: miglioramento per chi?

Così il linguaggio smette di spiegare e diventa una superficie liscia, rassicurante, dentro cui i contenuti reali si confondono. Ed è proprio in questa ambiguità continua che molti cittadini finiscono per sentirsi esclusi.


La politica che parla alle emozioni

Lo stesso accade con parole come “sicurezza”. Apparentemente descrivono problemi concreti, ma spesso vengono utilizzate soprattutto per produrre reazioni emotive. La politica contemporanea sembra parlare sempre meno alla comprensione e sempre più agli istinti immediati: paura, rabbia, appartenenza, indignazione. Gli slogan funzionano esattamente in questo modo. Sono brevi, memorabili, emotivi. Non servono a spiegare fenomeni complessi; servono a creare identificazione immediata. La realtà viene compressa fino a diventare una formula semplice da ripetere.

 

La distanza tra cittadini e politica

Ripensando alle parole del mio amico, mi sono reso conto che forse il problema non è soltanto la sfiducia verso la politica, ma la crescente incomprensibilità del linguaggio pubblico. Una democrazia dovrebbe permettere ai cittadini di capire, discutere, partecipare. Dovrebbe considerare la chiarezza un dovere democratico. Perché partecipare a qualcosa che non si comprende diventa sempre più difficile. E quando il linguaggio si riempie di formule vaghe, tecnicismi, slogan e parole elastiche, molti cittadini finiscono per ritirarsi in silenzio. Non perché non abbiano opinioni o valori, ma perché percepiscono la politica come un luogo distante, chiuso, incomprensibile.


La chiarezza come responsabilità democratica

Forse oggi il problema più serio non è soltanto ciò che la politica decide, ma il modo in cui lo racconta. Una democrazia forte non dovrebbe avere paura della chiarezza. Dovrebbe pretendere parole comprensibili, concetti verificabili, linguaggio trasparente. Perché la chiarezza non impoverisce il dibattito pubblico. Lo rende accessibile.

E forse il vero rischio del nostro tempo è proprio questo: che milioni di persone smettano lentamente di partecipare non perché abbiano perso interesse per il bene comune, ma perché non riconoscono più nel linguaggio della politica qualcosa che parli davvero anche a loro.

 

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