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Un libro per voi: "La mia Emmaus, storia di un pastore valdese"

Aggiornamento: 6 giorni fa


L'ultima fatica di Giorgio Tourn


di Giuseppe Platone


Il patriarca Giacobbe nel guadare, sul far della sera, il torrente Iabboc incontra uno sconosciuto con il quale ingaggia una lotta estenuante. Alla fine, colpito all’anca, cede stremato. Giunge l’alba e Giacobbe ha cambiato la sua identità. Si chiamerà Israele, ovvero Colui che ha lottato con Dio. Non è morto ma è cambiato. È uno dei testi più affascinanti della Genesi. Dall’altra troviamo Emmaus, villaggio che sorge a una dozzina di chilometri da Gerusalemme, citato nel Nuovo Testamento (Luca 24) come luogo della rivelazione di Gesù risorto ai suoi discepoli (che non l’avevano riconosciuto). È un itinerario teologico, quello che incontriamo nel nuovo libro di Giorgio Tourn(1), che attraversa l’intera Bibbia, perciò molto lungo. È una road map da sperimentare, reinterpretare. Oggi, nella tragica situazione in cui è precipitato l’ebraismo espresso da Bibi Netanyahu tutto quello che è ebraismo è generalmente vilipeso. Eppure Gesù era ed è ancora sempre ebreo. Una volta ancora il brodo dell’antisemitismo avvelena, sempre più, i pozzi dell’antica sapienza giudaica. Si preferisce fare di tutte le erbe un fascio piuttosto che distinguere, informarsi, contestualizzare. Attività che esigono tempi necessari di applicazione per capire e farsi un idea propria. Non necessariamente atta ad assolvere o condannare.  Per chi vuole arrivare subito alla soluzione di problemi complessi il fermarsi per studiare e comprendere è solo tempo perso. Tourn ha sempre studiato, cercando di comprendere la contemporaneità partendo dalla sua coscienza di storico competente.   

Tra i due poli biblici di cui dicevo si è srotolata la vita, di questo pastore valdese: Giorgio Tourn, nato e spentosi a Rorà, nel cuore delle Valli valdesi, alla bella età di 95 anni. Lucido sino alla fine e circondato dall’amore di sua moglie Gabriella e delle figlie Sara e Miriam. Il viaggio del Nostro è raccontato in un volume edito recentemente dall’Editrice Claudiana (fondata a Torino nel 1885) e s’intitola: La mia Emmaus, storia di un pastore valdese. Quando si parla di diaristica torna subito alla mente (perlomeno a quelli della mia  generazione di settantenni) il famoso Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos. Pagine amare, tragiche, monotone ma alla fine, per chi resiste sino all’ultimo, salta fuori quello che il povero curato aveva tentato di annunciare: l’inesauribile Grazia di Dio.

In Tourn c’è molto della crisi esistenziale di un pastore d’anime, espressa con accenti e toni che ritroviamo anche in pagine di Dostoevskij, di Kirkegaard, o, più vicino a noi di Giovanni Miegge, di Bonhoeffer, di Moltmann. I riferimenti letterari nell’opera teologica di Tourn abbondano (si era laureato in lettere a Torino con Nicola Abbagnano, a Basilea aveva avuto, nel corso dei suoi studi teologici, docenti del calibro di Karl Barth e Oscar Cullman). Da brillante intellettuale qual era poteva certamente avviarsi alla carriera accademica. Scelse invece di fare il pastore nelle chiese valdesi, esercitando il suo ministero prevalentemente nelle Valli del pinerolese.

Sere fa, nel saloncino dell’accogliente libreria Claudiana, ubicata com’è tra queste due vetuste madame torinesi, ovvero la Sinagoga ebraica e il Tempio valdese, all’ora del the (la bevanda che gli anglicani inglesi importarono tra i valdesi alpini nel XVIII secolo e che oggi ancora, comme un rite huguenot, gode ancora di buona salute) qui si sono  intrecciati  commenti, domande, impressioni, ricordi intorno all’ultimo libro di Tourn. L’incontro l’ha introdotto la pastora Maria Bonafede (già moderatora della Tavola valdese), quindi è stata la volta di Alberto Corsani, direttore di Riforma, il periodico dei protestanti italiani e di Gianmario Gillio giornalista radiotelevisivo. Tirando le somme alla fine si è capito come le pagine di Tourn non siano tanto una biografia quanto un’analisi non solo del protestantesimo, del suo essere chiesa, ma della nostra società degli ultimi ottant’anni. Il tutto visto attraverso la lente di questa storica minoranza.

Si comprende bene come, nel corso dei decenni di storia repubblicana, la chiesa valdese sia diventata sempre più una componente della nostra società. Non che prima non lo fosse o non volesse esserlo ma quel popolo, non dimentichiamolo, per secoli fu represso e ghettizzato. La sua vicenda è in parte simile a quella ebraica, non per nulla generazioni di giovani valdesi torinesi hanno studiato alla scuola ebraica intitolata al partigiano Artom. E non a caso tra i primi a stipulare l’Intesa con la Repubblica italiana (prevista dall’art.8 della Costituzione) siano state proprio queste due minoranze religiose storiche.

Per Tourn la domanda era: cosa dobbiamo fare in questo paese in quanto protestanti? Come persone che sono sì italiane, ci mancherebbe, ma un po' diverse. Non perfettamente integrate. Simili e dissimili. «Barbetti» insomma. E poi incalza un'altra domanda: l’incontro tra protestanti e italiani è realmente possibile? È uno dei tanti rovelli che restano aperti. L’elenco dei titoli, saggi, analisi, articoli è assai lungo. Dell’opera di Tourn ricordo solo il suo best seller: I Valdesi, la singolare vicenda di un popolo-chiesa (1979, tradotto in 5 lingue) e l’edizione italiana della Istituzione della religione cristiana di Giovanni Calvino (Utet 1983). Saldando così un debito aperto con la cultura italiana.

Oggi, a pochi mesi dalla sua scomparsa, ci ha lasciato in eredità la sua ultima riflessione. Penso che l’abbia scritta, obtorto collo, grazie alla spinta dell’affetto dei tanti amici, amiche che l’hanno circondato. Tra queste persone segnalo la storica Bruna Peyrot, attuale presidente della Fondazione Centro culturale valdese che ha sede a Torre Pellice. Ella ha vissuto in prima persona, accanto a Tourn e ai suoi collaboratori, la riorganizzazione della cultura valdese e del suo plurisecolare patrimonio a partire dagli anni 80 del secolo scorso. Che ha trovato una sua adeguata e moderna collocazione nella sede di Torre Pellice, voluta dallo stesso Tourn, dotata di biblioteca, archivi storici, Museo.

Il complesso culturale venne inaugurato nel 1989 alla presenza dell’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Che, ricordo, si presentò all’inaugurazione del nuovo complesso, con in mano il Common prayer book della Riforma inglese del XVI secolo, tempestando Tourn di domande, commenti. Quasi che quell’incontro ufficiale si svolgesse in Inghilterra, dove Cossiga amava, in vacanza, soggiornare. «Siamo in Italia anche se qui l’architettura - annotò scherzosamente Tourn - rimanda a quel mondo anglosassone culturalmente diverso e lontano. Espressioni di un internazionalità che ci accompagna da sempre e che non c’impedisce di stare con i piedi nella contemporaneità europea».

Quasi a volergli dire: Siamo gente che cerca, di partecipare e di servire là dove vive, proprio come suggeriva l’antico  profeta:

«Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene» ( Geremia 29,7).

Nella nostra Babilonia c’è un posto anche per i calvinisti. Per ottenerlo e conservarlo, storicamente, non ci sono stati sconti, nulla è stato donato. È bene non dimenticarlo senza per questo vantarsene. Tanto più, per dirla con il maestro, si è «solo fatto quello che eravamo in obbligo di fare».

 

[1] Giorgio Tourn, La mia Emmaus, storia di un pastore valdese, Claudiana, Torino, 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

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