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Un libro per voi: “La lumaca e il tamburo”

Aggiornamento: 31 ago 2022


di Marco Travaglini


Trieste, molo Audace. Al tempo dell’Impero si chiamava San Carlo e in seguito prese il nome della prima nave italiana che attraccò lì, nel porto della città dalla “scontrosa grazia”, il 3 novembre del 1918. Da lì era partito (e lì terminò) il viaggio a piedi di una donna incinta e di un uomo malato (“confini estremi della vita”) che giunse in Bosnia passando per Slovenia e Croazia, varcando confini ufficiali e non, attraversando terre cattoliche, ortodosse e meticce, fino a quelle dell’islam europeo, laico, aperto e in quanto tale ignorato e offeso. Si intitola La lumaca e il tamburo il bel libro pubblicato da Infinito Edizioni che racconta l’ultimo viaggio di Paolo Vittone, giornalista della redazione esteri di Radio Popolare, morto di cancro a soli 46 anni il 23 agosto 2009.


L’ultimo viaggio di Paolo Vittone


Un itinerario, in auto e a piedi, da Trieste al ventre della Bosnia, in quei Balcani che conosceva come le sue tasche. Un libro postumo, prezioso, realizzato come una delle più testarde sfide alla morte che stava per strapparlo agli affetti e alle amicizie. Vittone amava profondamente le terre sulle sponde orientali dell’Adriatico e, dopo averci lavorato come inviato durante la guerra nell’ex Jugoslavia, decise di riattraversarle in tempo di pace, lentamente, con un passo da lumaca, accompagnato da Elisa Iussig, che ha arricchito il libro illustrandolo con i suoi disegni.



A quel tempo lei aspettava di diventare madre mentre lui, malato terminale, era sofferente: quasi per un incredibile disegno della sorte s’incrociarono le strade di una vita che iniziava e di una che si incamminava verso la fine.


Il sottotitolo del libro (“favola di un viaggio alla riconquista del tempo”) descrive bene l’andare con lentezza di Paolo Vittone per riprendersi uno spazio proprio nel tempo e in questi tempi amari, stretti tra la pandemia e la guerra, lo si può capire ancor meglio. Una straordinaria lezione su come non sia mai troppo tardiva la scelta di intraprendere la ricerca delle proprie emozioni, dei luoghi e delle storie che si sono amate come quelle della “terra degli slavi del sud”, etnicamente purificate o ancora meticce, lungo il crinale che separa la cultura del mare e quella della terra. Esattamente lì dove si trova una delle faglie storiche ed emozionali che congiungono l’Occidente con l’Oriente. Gli ultimi mesi di vita Paolo Vittone li trascorse a Trieste.


L’introduzione di Paolo Rumiz


Una scelta che motivò così, in una lettera ad un altro Paolo, l’amico Rumiz, giornalista come lui: “Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilità a morire. Vengo a Trieste perché è al confine delle terre della mia e nostra anima ed essere più vicino mi fa pensare che tornerò almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i ćevapčići e la pita in Baščaršija, che forse vedrò persino ancora una volta il vecchio amico Hilmo. Vengo a Trieste perché nelle sue strade i vocaboli si mescolano, perché solo a Trieste le scintille si chiamano falischee i gabbiani imperiali cocài”.


Paolo Rumiz, nell’introduzione a La lumaca e il tamburo, scrive a sua volta: “Avevamo condiviso il mito della Bosnia, della sua resistenza antinazista, dei suoi boschi, delle sue donne e dei suoi briganti, della leggenda nera che la pervadeva, di un islam capace di coesistere con cattolici, serbo-ortodossi ed ebrei. In Bosnia era stato per lui fatale tornare. Era bastata una mappa al 100.000 del territorio fra Trieste e Bihać perché tutto gli apparisse chiaro. Era su quel percorso che doveva partire la sua riconquista del tempo. La volle e la realizzò, travolgendo gli ostacoli come sempre. Dopo il viaggio conquistò calma e persuasione di sé. Sapeva di avere la Signora alle calcagna e non voleva sfuggirle, ma semplicemente farsi trovare al posto giusto”.


L’appuntamento con la nera signora


Lui e la nera signora, come nella Samarcanda di Roberto Vecchioni, si diedero appuntamento nella città stretta tra il Carso e la parte più a nord dell’Adriatico. In ogni tappa del viaggio raccontato nel libro s’incontrano persone, volti segnati dalla fatica e cotti dal sole, scoppi di gioia e incredibili malinconie, boschi, montagne e fiumi, delicati tramonti balcanici e musiche d’ottoni, suoni di campane e canti dei muezzin nell’ora della preghiera. Paolo Vittone appuntava tutto su un block notes ma non si limitava a questo: da buon giornalista radiofonico, portava sempre con sé il registratore. Imprimeva sul nastro le voci, i suoni e il fiato profondo delle terre che dalle doline carsiche e dall’Istria scendono fino alla foce della Neretva. Per non dimenticare nulla, portando tutto dentro di se e lasciando a noi un testamento prezioso, ricco di emozioni e di significati.





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