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"Torino ferita" ritorna in mostra a Rivoli nel ricordo di Enrico Boffa

Aggiornamento: 6 nov 2023


La mostra fotografica "Torino ferita" dell'Associazione La Porta di Vetro, calco della memoria sul terrorismo degli anni Settanta nel capoluogo torinese, presentata dall'11 marzo (giornata europea dedicata alle vittime del terrorismo) per tre settimane presso la Biblioteca Universitaria di piazza Carlo Alberto, "emigra" a Rivoli, nella Casa del Conte Verde, in via Fratelli Piol 8. Con la collaborazione e la supervisione di Unitre Rivoli, la riproposizione dell'iniziativa culturale, che sarà inaugurata venerdì 7 ottobre alle 18, è declinata anche su episodi locali, secondo una formula itinerante che si spera possa diffondersi in Piemonte. Infatti, sostenuta dall'amministrazione rivolese [1], la mostra presenta una sezione dedicata alla figura di Enrico Boffa, presidente di Unitre Rivoli per 12 anni dal 2000, dirigente industriale, scomparso nel gennaio scorso. Il 21 ottobre del 1975, Boffa, all'epoca direttore del personale della multinazionale Singer nello stabilimento di Leinì, fu ferito alle gambe dal piombo delle Brigate Rosse. Una "esecuzione", nel vaniloquio ideologico del partito armato, da cui nacque il feroce termine "gambizzato", che per anni accompagnò lugubremente il quotidiano nel nostro paese. Racconterà Boffa:

"Sto rientrando a casa intorno alle 19,30. […] Posteggio l’automobile nel mio box, faccio appena in tempo a spegnere il motore e mi ritrovo davanti tre persone, di cui due impugnano grosse pistole e il terzo regge un rotolo, una macchina fotografica e una lampada portatile. Quello che sembra il capo mi dice perentoriamente: «Siamo le Brigate Rosse; stia fermo e stia zitto, sennò lei è un uomo morto». Ubbidisco. Il secondo armato passa dietro di me, mi fa accovacciare e da dietro tiene il suo pistolone (una P38) puntata alla mia tempia destra, che mi tocca e la sento. Il terzo uomo mi appoggia davanti il suo rotolo allargato (che, capirò poi, è il manifesto di rivendicazione legato al mio collo e mi scatta alcune foto. A questo punto (sempre in velocità) quello dietro di me esce fuori; il capo mi si avvicina e con la sua pistola a 40 – 50 cm da me mi spara un colpo alla parte alta della gamba destra. Sento per ora un gran caldo. La pallottola non esce. Il capo arretra di circa un metro e mezzo e mi spara un secondo colpo, diretto all’inguine. Non sento nulla

dopo questo sparo. Il capo mi strattona via il mio borsello e i tre si allontanano".



Il dottor Boffa non seppe mai con certezza chi gli aveva sparato. Dopo l'attentato non rientrò più allo stabilimento di Leinì e la sua vita lavorativa prese percorsi diversi. In un dossier interno delle Br sulla Singer di Leinì, uno stabilimento di 1800 lavoratori da mesi in lotta sindacale per evitare la chiusura decisa unilateralmente dalla multinazionale americana, ritrovato successivamente, alcune frasi motivavano la scelta della sua persona come bersaglio. C'era scritto: “Enrico Boffa aveva due colpe: la prima è che tratta bene tutti, democristiani, socialisti, comunisti. La seconda è che faceva buoni accordi sindacali”.


Ad Enrico Boffa e al rivolese Vittorio Musso, ferito durante l'assalto alla Scuola di Amministrazione Aziendale dell'11 dicembre 1979 (episodio filo rosso della mostra) si deve il grande impegno per la realizzazione del Monumento alle Vittime del Terrorismo inaugurato in piazza Martiri a Rivoli nel dicembre 2018. Nei giorni della mostra, che chiuderà il 30 ottobre, sono previste visite organizzate e il 21 ottobre - a 47 anni dall'attentato subito da Enrico Boffa - avrà luogo un convegno dedicato a quella lontana stagione di estremismo ideologico.


Note


[1] La mostra ha il patrocinio del Consiglio regionale del Piemonte e del Comitato Resistenza e Costituzione, e la collaborazione con Aiviter, SAA, Archivio Storico della Città di Torino.

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