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Toni Negri, PotOp e Autonomia, le contraddizioni di un decennio

Aggiornamento: 17 dic 2023

di Vice


Dall'8 aprile del 1979, una domenica, il professor Antonio Negri, non è più stato soltanto un raffinato studioso del marxismo e del movimento operaio, leader di Potere Operaio, dell'Autonomia e docente universitario. Da quella domenica, infatti, il professore, morto oggi a Parigi[1], nato a Padova nel 1933, per anni docente di Dottrina dello Stato alla Facoltà di Scienze politiche di Padova, diventò sinonimo di "cattivo maestro"per le generazioni di giovani che si erano avvicinate alla politica e ai movimenti di estrema sinistra. E per tutti, divenne confidenzialmente Toni Negri.

La parabola dell'ideologo di Potere Operaio - dialogicamente conosciuto come PotOp - e di Autonomia operaia, che cavalcava la protesta e la contestazione sociale promuovendo il livello dello scontro di piazza perché "lo Stato borghese si abbatte non si cambia", in quell'aprile di quarantaquattro anni fa precipitava in una serie di gravi imputazioni formulate dall'inchiesta di un sostituto procuratore della Repubblica di Padova, Pietro Calogero, sconosciuto ai più.

La sua era ciò che gli scettici e i detrattori, tra cui noti giornalisti e intellettuali, avrebbero definito il "Teorema Calogero", ovvero una serie di concatenazioni non dimostrabili scientificamente nelle sue conclusioni, pur partendo da evidenti dati di realtà. La realtà era una violenza politica esercitata in forma continua e ramificata geograficamente in quel fine anni Settanta dai gruppi di estrema sinistra, un arcipelago di sigle che nascevano e sparivano, lasciando però insieme con i volantini inneggianti la rivoluzione, anche rivendicazioni di una triste sequela di attentati. Non sfuggiva però ai più che a dividere era l'interpretazione dei conflitti sociali e del dissenso nel passato recente del Paese piuttosto le opinioni su singole circostanze e sulla legittimità delle incriminazioni. La crescita di Autonomia, della violenza e del terrorismo diffuso nel biennio '77-'78 era sotto gli occhi di tutti, e il turbamento prolvocato dall'uccisione di Aldo Moro, giustificavano a buona parte degli italiani le iniziative di Calogero e del suo collega della Procura di Roma, Achille Gallucci.

Il "rastrellamento", come era stato scritto da alcuni quotidiani, aveva interessato le città di Padova, Milano, Roma, Torino e Rovigo e le manette, oltre a Toni Negri, erano scattate ai polsi di decine di persone, cui si sommava un centinaio di provvedimenti giudiziari. I reati, ipotizzati dalla magistratura patavina e da quella romana erano gravissimi: "Insurrezione armata contro i poteri dello Stato e partecipazione a banda armata costituita in Brigate rosse".

Da quel giorno, in un'Italia che combatteva il terrorismo neofascista e rosso, con quotidiani morti e feriti nelle strade, attentati a sedi di partito e quotidiani, quei capi d'imputazione sarebbero rimasti associati nella memoria collettiva soprattutto a Toni Negri con una data diventata storica: "7 aprile". Insieme con Toni Negri, arrestato a Milano, l'inchiesta del sostituto procuratore Calogero decapitava la "testa" intellettuale dell'Autonomia, gli "ideologi", nella sintesi offerta dalle cronache. In carcere erano finiti a Roma Oreste Scalzone, trentenne, un passato da leader in Potere Operaio, direttore della rivista "Metropolis, che nei suoi trascorsi milanesi era accreditato come uno degli ideologici di Senza Tregua, una rivista da cui sarebbe nato il gruppo terroristico di Prima linea; a Padova, era stato arrestato Emilio Vesce, stretto collaboratore di Negri, direttore di una emittente locale "Radio Sherwood" e del giornale di riferimento dell'area "Autonomia"; arrestati anche il professor Luciano Ferrari Bravo, ordinario alla Facoltà di Scienze politiche di Padova, il giornalista del Mattino di Padova Pino Nicotri, ex redattore de l'Espresso, mentre lo scrittore Nanni Balestrini era sfuggito al mandato d'arresto, rifugiandosi in Francia.

In quell'aprile del 1979, l'inchiesta a tutto campo sull'Autonomia trovava l'Italia in difficolta e in prossimità delle terze elezioni anticipate. Ma l'instabilità non era soltanto politica. Il mese prima, il governatore Paolo Baffi, un galantuomo, era stato accusato con Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d'Italia e capo della Sorveglianza, di interesse privato in atti d'ufficio e favoreggiamento personale. Un terremoto per l'istituto di Palazzo Koch a Roma, reso ancora più drammatico dal successivo arresto di Sarcinelli, mentre a Baffi le porte di Regina Coeli erano state evitate per ragioni d'età. I vertici di Bankitalia erano sotto assedio non a caso. Chi li assediava, si sarebbe scoperto anni dopo, rispondeva direttamente alla P2 del Maestro Venerabile Licio Gelli e agli interessi di più bancarottieri collusi o apertamente mafiosi, Roberto Calvi e Michele Sindona, entrambi destinati a morte violenta. In quel caso, il "braccio della legge" della Procura di Roma era interpretato da magistrati notoriamente vicino all'estrema destra, il sostituto procuratore Luciano Infelisi, e il giudice istruttore Antonio Alibrandi, il cui figlio Alessandro, "Ali Babà" per i camerati, era da tempo attivo nelle file dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), il gruppo terrorista neofascista capitanato da Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, autore di numerosi omicidi nella Roma di quegli anni. Alessandro Alibrandi sarebbe morto nel dicembre del 1981 in un conflitto a fuoco con la polizia. Lo stesso anno in cui Baffi e Sarcinelli sarebbero stati assolti in Tribunale, dopo un purgatorio di umiliazioni e di sospetti.

Toni Negri e l'Autonomia operaia erano una sorta di endiade, in cui la teoria del primo, che propugnava una rilettura dell'operaismo marxista, insistendo sul concetto di autonomia di classe e sull'opposizione alla linea sindacale della concertazione, nutriva l'altra e la sospingeva all'uso della violenza nelle fabbriche o all'esterno di esse durante scioperi e manifestazioni. Ma, nell'orizzonte del professore non vi erano soltanto elementi intellettuali con cui dare voce e sostanza all'estremismo di sinistra.

Nella sua abitazione milanese, nel marzo del 1977, gli investigatori avevano arrestato Maurice Bignami, uno prossimo a diventare uno dei capi militari di Prima linea, dopo un flirt con un'altra organizzazione armata. In quell'occasione, Bignami era stato trovato in possesso di alcune carte di identità appartenenti a uno stock ritrovato in casa di un altro terrorista, Corrado Alunni, la cui perquisizione aveva rivelato una foto del giudice Emilio Alessandrini, che sarebbe stato ucciso nel gennaio del 1979 proprio da Prima linea.

Ma c'è di più. Lo stesso Alessandrini aveva incontrato a cena, in casa di un collega, Toni Negri. Un incontro imbarazzante per i discorsi su cui si era incamminato il professore, sempre estremamente criptico e dal linguaggio difficile, nell'analisi del grado di vicinanza tra Autonomia e violenza politica. Concetti ambigui e strani, pericolosamente allusivi, che avevano costretto il magistrato, in compagnia della moglie, ad abbandonare i commensali piuttosto bruscamente. Ma era stato un altro dei tasselli del convincimento che cominciava a delinearsi nella visione di Alessandrini del terrorismo rosso, dell'esistenza di un doppio livello, clandestino e pubblico, che veniva sorprendetemente sempre più a galla osservandone connessione e legami, come un quadro multistrato. Una tesi che Alessandrini aveva poi riproposto ad un gruppo di studio che si era riunito a Cadenabbia sul lago di Como con il proposito di svolgere una ricerca su "Violenza armata e terrorismo come mezzi di lotta politica". Un'analisi che nella sostanza correva sugli stessi binari dell'operazione del "7 aprile", dai quotidiani filtrata con titoli ancora dalla punteggiatura interrogativa, ma che occhieggiavano a possibili coperture offerte dall'Autonomia alle Brigate Rosse.

Nei fatti, Calogero si sarebbe spinto ad accusare Negri di essere coinvolto nel sequestro Moro, fino all'ipotesi, presto tramontata, che il professore fosse uno dei telefonisti durante la prigionia dello statista democristiano. Una pista, comunque, degli intrecci tra Autonomia, Negri e terrorismo rosso, mai abbandonata dalla magistratura italiana, che negli anni immediatamente successivi al blitz del 7 aprile, puntò a destrutturare il movimento con una serie di operazioni di polizia di lungo raggio, così da costruire, volutamente o non, nell'opinione pubblica la suggestione che esso rappresentasse lo Stato maggiore dell'eversione di sinistra e che Negri ne fosse "Grande vecchio" o lo stratega occulto. Il 20 dicembre del 1979, un'operazione della Digos ordinata da più Procure, portò all'arresto di una ventina di militanti dell'Autonomia e delle Br, alcuni dei quali già in carcere, tra cui lo stesso Negri, accusati di insurrezione armata contro lo Stato, partecipazione a banda armata, sequestro di persona, omicidio preterintenzionale. Accuse, alcune fantasiose, che in parte decaddero in giudizio e che furono drasticamente ridimensionate nei dibattimenti processuali. L'anno successivo, un'inchiesta ipotizzò stretti collegamenti tra gruppi autonomi di Padova, di Catanzaro e di Cosenza, altrettanto suggestivi, quanto fumosi.

Le imputazioni di Calogero comunque ressero alla prova della giuria. Almeno in primo grado. Poi il suo "teorema" diede segni di cedimento in appello, e parte delle condanne furono o cancellate o sterilizzate. Ma Toni Negri non attese oltre. Nell'ottobre del 1985, da due anni eletto parlamentare nelle liste del Partito Radicale, già in Francia sotto l'ombrello della dottrina Mitterand (sarebbe rientrato in Italia soltanto il 1 luglio del 1997), di cui avrebbero beneficiato numerosi condannati per azioni terrostiche dalla magistratura italiana, Toni Negri avrebbe ascoltato con discreto distacco la requisitoria di Pietro Calogero nel processo contro l'Autonomia veneta che vedeva imputati 140 militanti. Una ricostruzioni storica minuziosa con una retrospettiva puntigliosa che poneva sotto la lente di ingrandimento le riflessioni politiche del professore fin dai tempi di Potere operaio, mirata a scardinare anche l'interpretazione del giudice istruttore Giovanni Palombarini, sostenitore della tesi che PotOp non fosse stato niente e che le strutture illegali e armate erano sorte per iniziativa di singoli.

Una assurdità per Calogero che ricordava alcuni fondamentali passaggi nella costruziona di un disegno eversivo che era stato persino formalizzato da una serie di assunti condivisi in situazioni pubbliche. Alla conferenza di Roma, nel settembre del 1971, la relazione di Negri aveva indicato come «poli inscindibili del processo rivoluzionario illegalità di massa e lotta armata». E la mozione conclusiva affermava che era necessario costruire «il partito dell'insurrezione per spingere il movimento alla lotta armata contro le articolazioni dello Stato». Il 3 marzo del 1972, con il sequestro-lampo (venti minuti) di Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens (la stessa azienda in cui lavorava il futuro capo della Br, Mario Moretti) Potere operaio aveva definito l'azione «parte integrante del proprio programma», e ne specificava «la soppressione fìsica di chi svolge funzioni di comando: colpire i magistrati, i capi del personale in fabbrica, i funzionari dello Stato... Il terrore rosso è un indispensabile aspetto dell'insurrezione armata».

Tre mesi dopo, in un convegno nazionale, ancora Negri aveva ribattuto sul concetto di «unire il terrore alla lotta di massa». Più avanti il docente padovano sottolineava che «il problema fondamentale è articolare le basi rosse del Potere operaio e le Brigate rosse dell'attacco operaio». E ci si ferma qui, per non dover ripercorrere l'intera gamma della qualità e quantità delle relazioni con il terrorismo nazionale e con quello internazionale.

Dunque, un "cattivo maestro" senza se e senza ma? Toni Negri ha sempre rifiutato quella sorte di equazione ed ha contropposto la sua personale lettura, da molti condivisa, che la repressione dello Stato voleva colpire le idee. Fu dunque sostanzialmente una repressione ideologica che ha fatto leva sul contesto storico, sull'emergenza di un Paese che sembrava scivolare verso la guerra civile. Quasi trent'anni fa, in un commento raccolto da Letizia Paolozzi e Roberto Roscani, apparso su l'Unità il 10 febbraio del 1994, un grande intellettuale della levatura di Alberto Asor Rosa (scomparso il 21 dicembre 2022), che aveva incrociato negli anni Sessanta numerosi di quei protagonisti della stagione di PotOp, era stato esplicito nel dare una rappresentazione asciutta, quanto concreta, di quel passaggio giudiziario e investigativo, sostenendo che "indipendentemente dal fatto se la repressione [fosse] meritata o no, a prescindere da quanti passarono alla clandestinità, la reazione del sistema operò certo una disgregazione più consistente in quel gruppo, i cui quadri furono fatti fuori, messi nell'impossibilità di nuocere". Di nuocere perché, si. Potere operaio "voleva seriamente abbattere il sistema, come ogni estremista che si rispetti. Anche se sbagliava paurosamente il calcolo".[2]

Calcoli che in quella fase storica il professore Antonio Negri aveva contribuito ad alterare, convinto, sulle ali dell'entusiasmo di un '68 contagioso e straordinario per la rappresentazione che dava dei rapporti di forza in rapida trasformazione, che la rivoluzione fosse il naturale capolinea da cui le idee avrebbero nuovamente ripreso slancio per conquistare una società più giusta e più libera. Ingenuo, forse, più che cattivo maestro.

Note

[2] Archivio storico de l'Unità, Roberto Roscani e Letizia Paolozzi, Potere operaio, il nucleo di ferro, page_002.pdf (unita.news)


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