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Titubanze della signora Meloni ripensando all'11 gennaio 1944, a Ciano, genero di Mussolini

  • Menandro
  • 11 gen 2024
  • Tempo di lettura: 2 min

di Menandro


Che cos'è il fascismo? Uno spettacolo di degenerazione malefica continua e insistente dell'animo umano, se dovessimo riandare alla fucilazione alla schiena di ottant'anni fa, avvenuta al poligono di tiro di San Procolo a Verona. Un'esecuzione che mise fine alle esistenze di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, avendone sposato la figlia Edda, e di altri esponenti del Gran Consiglio del Fascismo, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi. Cioè di coloro che il 25 luglio avevano votato a favore dell'ordine del giorno Grandi, decisivo nel crollo del regime e nel successivo arresto del Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato sua Eccellenza Benito Mussolini. In quell'11 gennaio del 1944, la Repubblica di Salò giustiziava i "traditori", cioè coloro che avevano espresso un giudizio sull'andamento della guerra e sulla responsabilità del Duce, come previsto dal Gran Consiglio, un organo voluto da Mussolini nel 1923, diventato l'organo supremo del regime e , come tale, il principale organo costituzionale dello Stato monarchico, la cui ultima riunione era avvenuta il 7 dicembre del 1939, per confermare la decisione della "non belligeranza"[1].

La morte di Ciano, decisa dopo un processo farsa che si era aperto tre giorni prima, il cui esito era scritto senza appello e sotto l'incalzare del volere di Adolf Hitler, ci porta a riconsiderare il presente all'indomani della inquietante adunata di "neri" per le vittime dell'odio ideologico di Acca Larentia e delle difese d'ufficio dei vari ras che circondano la titubante presidente del consiglio e capo di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni. Una titubanza che non dovrebbe avere asilo politico se riguardiamo la foto di Galeazzo Ciano che si volta ad un nanosecondo dalla morte, quasi impavido, in un sussulto estremo di dignità e di sfida a chi lo ha condannato e giustiziato, verso il plotone d'esecuzione, trenta militi, in posa cinematografica.

Invece, ottant'anni dopo le morti di Ciano, De Bono, Gottardi, Marinelli e Pareschi, e dinanzi a un fiume di invasati che si sono comportati come se fossero (e forse ne sono convinti) gli eredi degli arditi, dei reduci dalle trincee della Prima guerra mondiale diventati pretoriani di Mussolini, sempre immersi nell'odore acre del sangue che non volevano abbandonare anche in stazzonati abiti civili, che si sono esaltati secondo copione nel saluto romano sognando di elevare al cielo immaginari pugnali o baionette, tubando grotteschi motti in una scenografia che ha causato il disonore dell'Italia e della Patria cui si richiamano confusi nel loro delirante misticismo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni tituba, dice e non dice, lascia agli altri di nettare la sporcizia storica dalla sporcizia politica. E si guarda bene dallo sfidare il passato da cui, probabilmente, non si è mai emendata.



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