Sigonella: alibi di un governo prono ai voleri di Trump
- Marcello Croce
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di Marcello Croce

Per prima il nostro capo di governo si è affrettata a smentire un’interpretazione che andasse al di là della normale routine, riguardo il diniego della base di Sigonella ai due caccia statunitensi avvenuto nella sera del 27 marzo: “Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato» ha aggiunto la presidenza del Consiglio, per poi concludere in modo emblematico: «Non si registrano criticità né frizioni coi partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». E subito ne ha rafforzato il giudizio il ministro della Difesa Guido Crosetto: “Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”.
Quella notte tra il 10 e 11 ottobre
C’era stato, qual raggio di sole da nuvoli folti, per qualche ora l’illusione di un altro inaspettato caso “Sigonella”. A quella nobile memoria del 1985 ho dedicato a suo tempo un cantico di rimpianto su questo stesso canale. La storia della cessione di parti della terra italiana agli americani risale – come ognuno dovrebbe sapere – alla Seconda guerra mondiale.
I primi accordi che dettero forma giuridica all’occupazione permanente del territorio italiano da parte degli americani furono la Convenzione di Londra (Nato Sofa) del 1951, poi il “Bilateral infrastructure agreement” del 1954 (governo Scelba) – aggiornato nel 1973 (governo Andreotti) – e reso operativo con il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995 (governo Dini).
La Convenzione comprendeva aeroporti come Aviano e Ghedi nel nord Italia e appunto Sigonella, porti a Napoli e a Gaeta (la sesta flotta Usa, con 40 navi e 175 aerei da combattimento), numerose basi: in particolare Camp Darby a ridosso della pineta di Tombolo (il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa), e Camp Ederle in Veneto. In Italia sono stabili ben tredici mila militari americani. Liberi di spadroneggiare come a casa loro? Purtroppo questo accade.
Le limitazioni giuridiche imposte da questi accordi da parte degli americani sono già stati violate. Nel 1999 fu il governo D’Alema a consentire il bombardamento di Belgrado, effettuato a partire dalle basi di Aviano e di Gioia del Colle. L’operazione militare Allied Force fu decisa allora dalla Nato senza alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, che autorizzasse l’uso della forza. L’intervento non rientrava nell’art. 5 degli accordi, che limita l’intervento armato alla sola autodifesa, perché non si trattava di difesa da un attacco armato contro un membro. Fu quindi un’operazione “fuori area”, basata su una decisione politica di Washington.
Ora il governo Meloni, che forse ha solo fatto eccezione a un seguito di arrendevolezze, ha cercato di attribuire al diniego dell’atterraggio una semplice ragione formale, evidentemente allo scopo di evitare un’interpretazione politica, per confermare alla presidenza americana e al resto del mondo che l’Italia non intende mettere in discussione il suo ruolo di alleato entro il sistema militare retto dagli Stati Uniti, al di là delle esasperazioni del presidente americano.
Non entro qui in merito agli effetti propagandistici per la nostra politica interna, che mi sembrano di scarso rilievo, e in ogni caso scevri da qualsiasi confronto con gli eventi del lontanissimo 1985, segnati da Bettino Craxi e Giulio Andreotti. La grandezza delle scelte compiute allora da questi ultimi sono misurabili unicamente alla luce del prezzo che essi pagarono successivamente, esilio e infamia.
Ai piedi di una nuova guerra mondiale
Ma l’evento del 27 marzo pone a tutti gli italiani una questione di fondo. Veramente siamo nel corso di una vera guerra mondiale – come dichiarato dal papa Francesco per la prima volta nel 2014, (lo ricordino gli smemorati) e ripetuto nel 2023: “Siamo nella terza guerra mondiale, ma a pezzi”?
In tal caso l’Italia sta percorrendo una fase della sua storia confrontabile con quella che già visse fra l’agosto e il maggio del 1914-15, e il settembre e il giugno del 1939-40. Certo, le analogie si arrestano qui. Troppo lontane e diverse le circostanze storiche di quelle due epoche drammatiche. Ma c’è un filo che le collega al nostro tempo. Il filo è rappresentato dalla stato di sospensione ambiguo e pericoloso della neutralità senza vie d’uscita. Ancora una volta, come dopo il 1917, come dopo il 1941, gli Stati Uniti entrano in campo nella conflittualità internazionale con il ruolo prepotente di decisori. Certo, il linguaggio di Trump non usa più l’enfasi un po’ untuosa di Wilson o quella solenne di F.D.Roosvelt. Il tono, sempre ultimativo, nel frattempo si è fatto apertamente arrogante, e rispecchia un cinismo privo di maschere; ma rappresenta pur sempre la punta apicale di un disegno di potenza secolare, che è partito da Cuba nel 1898, è passato attraverso Versailles e attraverso Yalta, lasciandosi dietro un’Europa distrutta, Hiroshima e Nagasaki.
Il filo di cui parlavo segue una logica fissa, la libertà d’azione di fronte a tutto il resto del mondo, grazie al controllo dello spazio (prima marittimo, poi aereo, oggi elettromagnetico).
Di fronte a questo, oggi non solo l’Italia ma tutta l’Europa (anche irretita da un devastante conflitto russo-ucraino cercato e alimentato dai vertici americani della Nato) sta trepidante e umiliata ai margini del teatro bellico che comprende l’intera Asia occidentale, fino alle porte della Cina.
Tuttavia nazioni come la Spagna, la Francia e la Gran Bretagna hanno finora saputo tener duro, consce del precipizio in cui è affondato il diritto internazionale, calpestato da Israele e dagli Usa. Ci sono momenti della storia in cui resta solo la dignità da difendere, al venir meno dei punti di riferimento essenziali.
L’Italia della Meloni ha il grave carico di questo attraversamento, pieno d’incognite, pericolosissimo. Che cosa lo può sostenere, se non anzitutto la coscienza comunitaria, che si traduce nel condividere il sentimento dominante della popolazione? Una popolazione che nonostante la lunga disaffezione per la politica, ha condiviso nella propria coscienza le sofferenze atroci di popoli come quello di Gaza, dei libanesi, oggi delle genti dell’Iran – e che reagisce con orrore al pieno disvelamento, dagli inizi del XXI secolo, della profonda avidità di potere e corruzione mercantile delle classi dirigenti nordamericane – quelle stesse che in passato aveva ritenuto maestri di democrazia e mandati per una missione di liberazione degli altri popoli.
Nessun governo, anche in Italia, dovrebbe ignorare sfacciatamente il sentimento popolare prestandosi ad affiancare, o anche solo giustificare o ignorare, le azioni di rapina e di sterminio condotte dai Trump e dai Netanyahu. Così solamente si potrà costruire un’altra Europa (fino agli Urali, sosteneva De Gaulle).
Siamo dentro la terza guerra mondiale, ricordiamolo. Non a caso, oggi, 4 aprile, le agenzie hanno battuto la richiesta che arriverà al Congresso americano di approvare il bilancio della difesa che stima un aumento fino a circa 1.500 miliardi di dollari entro il 2027, con un incremento del 50 per cento rispetto ai livelli precedenti. Nel 2024, la spesa aveva toccato la punta di 886 miliardi. Sul potere del complesso militare-industriale non si spende altre parole...
È l’ora del massimo pericolo. È necessario che il governo abbandoni la facciata degli slogan mediatici vuoti di contenuto, e assuma la responsabilità richiesta dall’ora, senza defilarsi. Solo così può dirsi rappresentativo, e non solo di una risicata maggioranza, ma di tutti.













































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