Accanto a Papa Leone XIV perché la pace e la dignità non siano ridotti a slogan
- Savino Pezzotta
- 14 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 15 apr
Dopo l'ennesima sfuriata del presidente americano
di Savino Pezzotta

Ridurre l’ennesimo attacco del presidente Donald Trump a Papa Leone XIV a un episodio folcloristico significa ignorare ciò che sta realmente accadendo: la Chiesa cattolica sta chiedendo ai fedeli — soprattutto negli Stati Uniti — di ripensare il proprio modo di abitare la sfera pubblica. Non per costruire nuove identità contrapposte, ma per tornare a essere cittadini responsabili dentro una democrazia ferita.
È questo un richiamo anche per noi, per anni il cattolicesimo pubblico italiano si è frantumato in blocchi: chi immaginava partiti d’ispirazione cristiana; chi, mettendo al centro aborto e famiglia, si riconosceva in determinati vescovi e campagne; chi guardava alla povertà, al lavoro, alla salute, costruendo altre reti e altri linguaggi. Una frammentazione in cui la fede è stata spesso usata come marchio politico più che come criterio di discernimento. Anche io, in passato, sono caduto in queste tentazioni.
La posizione della CEI
Oggi sembra emergere un cambio di rotta. La Conferenza Episcopale Italiana, con la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante, non propone un’agenda politica preconfezionata: richiama invece i principi fondamentali della dottrina sociale — dignità della persona, pace, responsabilità verso la comunità civile.
Il pontificato di Leone XIV si muove nella stessa direzione: uscire dalle guerre culturali e recuperare un linguaggio universale, umano, capace di parlare ai conflitti reali del mondo.
Durante il volo verso l’Algeria, Leone XIV è stato netto: «Non considero il mio ruolo politico. Non sono un politico». Eppure interviene, e sempre più spesso, su temi esplosivi. La sua motivazione è semplice: «Troppe persone soffrono. Troppe persone innocenti vengono uccise. Qualcuno deve dire che esiste una via migliore». È un linguaggio evangelico, non geopolitico. Proprio per questo irrita chi vorrebbe una religione addomesticata, confinata nei riti e lontana dai conflitti del presente.
La Chiesa USA si muove: dalla preghiera all’azione
Lo stesso spirito attraversa la Chiesa cattolica statunitense. L’11 aprile, nella cattedrale di San Matteo a Washington, il cardinale Robert McElroy ha invitato i cattolici a non fermarsi alla preghiera. La veglia per la pace — in sintonia con quella guidata da Leone XIV a Roma — era intercessione, certo, ma anche un richiamo all’azione: «Non basta dire che abbiamo pregato. Dobbiamo anche agire».
Negli ultimi giorni, diversi segnali mostrano come la Chiesa americana — e in parte anche quella italiana — stia ridefinendo il proprio ruolo pubblico:
condanna trasversale alle minacce online di Trump di “annientare un’intera civiltà”;
l’arcivescovo Timothy Broglio, ordinario militare, che si unisce a Leone XIV nel dichiarare moralmente ingiustificabile una guerra contro l’Iran, ricordando il diritto dei militari a rifiutare ordini ingiusti;
vescovi di tutto il Paese che denunciano gli abusi nelle politiche migratorie dell’amministrazione Trump, come il vescovo Steven Biegler del Wyoming: «Quando la compassione ci fa male, è allora che dobbiamo sostenerci, intervenire, prendere posizione».
La posta in gioco: non una battaglia politica, ma la democrazia
Per i cattolici americani — e, per analogia, per quelli italiani — la posta in gioco non è una singola battaglia politica. La questione riguarda la democrazia, la dignità umana, la capacità di una comunità di non cedere alla logica del nemico. Riguarda la responsabilità di non lasciare che la fede venga ridotta a strumento di potere o a identità tribale.
McElroy, immaginando il crollo del fragile cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e Israele, ha pronunciato parole che valgono anche per il nostro Paese, attraversato da paure, polarizzazioni e retoriche securitarie: «In quel momento critico, come discepoli di Gesù chiamati a essere operatori di pace, dobbiamo rispondere all’unisono: No. Non a nome nostro. Non ora. Non con il nostro Paese».
È un linguaggio che non consola: provoca. Ed è forse ciò che serve oggi, anche in Italia: essere una presenza attiva che non si lasci ingabbiare dalle appartenenze, che non si faccia usare, che non si rifugi nella nostalgia, ma che sappia dire — con chiarezza — che pace e dignità non sono slogan, ma criteri politici.













































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