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“Proviamo a spiegare la relazione tra vaccini e aumento della pandemia”

di Giuseppina Viberti e Germana Zollesi |


Può risultare in apparenza strano che a fronte dell’aumento del numero di vaccinati si registri una recrudescenza dei contagi, ma vi sono delle spiegazioni che le istituzioni dovrebbero diffondere ed invece non aiutano certo le dichiarazioni, in anticipo su dati scientifici, che sono stati dispensati sulla variabile Omicron come la più letale ed oggi la più veloce nel diffondersi (se si enunciano tutte le ipotesi una sarà sicuramente giusta), esattamente come ieri si dubitava sull’efficacia dei vaccini, oggi si danno per sicuri.

È legittimo chiedere al mondo scientifico, perché i contagi sono in crescita? La risposta non può che essere affermativa, ma la scienza deve fornire spiegazioni credibili solo quando si dispongono di dati attendibili. In altre parole, il problema dei problemi in questa lunga fase pandemica, sarebbe opportuno non formulare risposte affrettate, per assecondare le curiosità momentanee. I fattori del contagio

Ogni giorno sono forniti dai media i dati sul numero di cittadini over 12 anni vaccinati (da ieri è cominciata la vaccinazione dei bambini dal 5 agli 11 anni e quindi avremo anche queste informazioni) che sommati a chi ha contratto la malattia e a chi ha ricevuto almeno la prima dose, rappresentano almeno l’80–85% degli italiani comunque protetti dalla malattia. Per capire il fenomeno occorre tenere presente che diversi sono i fattori che concorrono ad accelerare la circolazione del virus e a far registrare l’aumento del numero dei casi positivi: un primo importante fattore è il numero complessivo dei non vaccinati (oltre 6 milioni di adulti e circa 6 milioni di bambini sotto i 12 anni di cui la metà in età scolare). A questo primo fattore si deve aggiungere la disomogeneità di distribuzione dei vaccinati sia a livello territoriale che per fasce di età. Questa situazione crea dei cluster (categorie) di individui, dove il virus ha una maggiore probabilità di essere mantenuto in circolazione; a ciò si deve aggiungere il comportamento irresponsabile di alcune comunità che si aggregano in forme di assembramento fortemente sconsigliate (da proibire, se non fosse per paura di generare azioni contrapposte ancor più pericolose) senza i dovuti sistemi di protezione. Altro fattore è il rilascio del green pass sulla base di un tampone antigenico che presenta vari limiti. Prima di tutto il test antigenico ha una sensibilità più bassa del molecolare e fornisce circa un 20% di falsi negativi che possono arrivare anche al 40% a causa dell’eterogeneità dei test e della modalità di esecuzione (cioè persone che presupponendo di essere sane, abbassano il livello di guardia e di attenzione). Inoltre l’esecuzione del tampone avviene in tempi sempre più rapidi e spesso da parte di operatori sanitari non sempre adeguatamente formati ed infine la durata di 48 ore è assolutamente eccessiva poiché è stato dimostrato che già dopo 6 ore alcuni individui si possono positivizzare. Necessario mantenere le protezioni individuali

Altra domanda molto diffusa riguarda la reale efficacia dei vaccini. Fin dall’inizio era noto che non tutti gli individui rispondono allo stesso modo alla vaccinazione (non solo a quella anti covid, ma ad esempio a quella contro l’epatite B), circa il 6% della popolazione non sviluppa un’adeguata risposta immunitaria; il secondo punto rimanda all’efficacia in caduta dei vaccini nel prevenire la trasmissione dell’infezione prevedibile per i virus che si trasmettono per aerosol. Questi due punti, pur essendo ampiamente conosciuti nel mondo scientifico, non sono mai stati adeguatamente esplicitati. In concomitanza con il picco della risposta immunitaria ed in presenza di un livello elevato di anticorpi neutralizzanti anche a livello mucoso, la probabilità di infettarsi e di infettare è minima (circa il 20% dei casi). Con il declinare dell’immunità (waning immunity) la protezione contro le forme severe rimane a lungo, mentre aumenta la probabilità di infettarsi e infettare gli altri. Ecco perché è assolutamente necessario mantenere le misure di protezione individuale (mascherine e lavaggio frequente delle mani) ed evitare gli assembramenti. È evidente che la somma di questi fattori causa un aumento progressivo dei contagi dove le attività lavorative e l’interazione sociale sono a ricominciate a pieno ritmo a volte senza alcuna protezione. Il vaccino fa la differenza: il confronto dei dati dei morti e dei pazienti in rianimazione è significativamente ridotto rispetto ai dati dello stesso periodo del 2020. Ne consegue che la somministrazione della terza dose ripristinerebbe rapidamente il livello immunitario di massima protezione possibile e ridurrebbe la pressione sugli ospedali e diminuzione dei decessi. Indubbiamente il perdurare di una popolazione complessiva di non vaccinati superiore agli 8-10 punti in percentuale, vanificherà gli sforzi e continuerà a gravare sul servizio sanitario dei Paesi Occidentali e potrebbe inevitabilmente costringere (come già sta accadendo) le autorità a nuove restrizioni anche per coloro che hanno mantenuto sempre comportamenti responsabili e hanno svolto il ciclo vaccinale completo: ma ciò può portare ad ulteriori inasprimenti della tensione sociale. Non sarà una grande scoperta scientifica, ma dobbiamo accettare che i vaccini non rendono immortali, ma statisticamente offrono ampie garanzie di evitare guai peggiori.

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