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Lo spirito anarchico che viveva nella musica di Gino Paoli

Si è spento all'età di 91 anni l'ultimo dei grandi della scuola genovese

a cura del Baccelliere


Gino Paoli, che ci ha lasciato oggi a novantuno anni, era uno spirito anarchico. Lo era nella vita e lo erano le sue canzoni, che la sua vita riflettevano un po’ come gli specchi che si trovano nelle hall dei grandi alberghi. Paoli anche sul palco era capace di assumere pose di freddo cinismo e poi di travolgere il pubblico con inaspettate cascate di dolcezza. Una dolcezza a tratti amara ma sempre sincera.

Viveva da più di sessant’anni con un proiettile in corpo. All’apice del successo - uno dei numerosi apici di una carriera fatta di “discese ardite e risalite” - aveva tentato il suicidio. “Volevo fare un viaggio, come quelli degli astronauti” avrebbe detto in un’intervista. Se l’anarchia è il rifiuto degli imperativi, per un momento Gino Paoli aveva mostrato la disponibilità a rifiutare anche l’imperativo più categorico, cioè quello di vivere.

Pur essendo nato a Monfalcone, era genovese a tutti gli effetti. A Genova era arrivato profugo con la sua famiglia alla fine della guerra e dei genovesi aveva assimilato un certo fare apparentemente indolente. Insieme a Lauzi, Bindi, a Tenco ha portato avanti una rivoluzione. Senza proclami e senza urlare. Riuscendo a colorare di poesia il soffitto di una casa di tolleranza.

Suo è stato il primo tormentone estivo, quel Sapore di sale per il quale si scomodarono nel 1963 Ennio Morricone per l’arrangiamento e Gato Barbieri al saxofono. Ha avuto amori controversi con donne bellissime, spesso vissuti in pubblico - Ornella Vanoni e Stefania Sandrelli. Ha conosciuto il successo negli anni Sessanta e l’oblio degli anni Settanta per poi tornare in auge a partire dagli anni Ottanta. Nel ‘91 ha vinto addirittura il Festivalbar con Quattro amici. Sempre dando l’impressione di non dare importanza alla dimensione spettacolare, cercando l’autenticità nella verità emotiva più che nella performance. D’altronde le regole non gli andavano a genio. Le regole dello show business, come le convenzioni sociali.

Ci piace ricordarlo con due contributi. Il primo chiama in causa il grande Wes Montgomery, che nel 1966 incise Senza fine con il titolo Phoenix love theme, colonna sonora del film Phoenix [1]. Un Paoli swingante, un po’ commerciale rispetto all’hard bop di altri dischi di Montgomery ma elegante e malinconicamente melodico. L’altro viene da un incontro recente di Gino con la marching band Funk Off, un disco in cui canta i classici del suo repertorio accompagnato da un’orchestra di fiati. La miscela di intimità e groove è di grande effetto. La classe incontra l’energia. Quanto basta perché questo saluto che gli rivolgiamo non sia nostalgico - non crediamo lo avrebbe voluto - ma caloroso e soprattutto luminosamente coinvolgente]2]. In sintonia con uno spirito anarchico come il suo.


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