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L’Italia discute di benzina, il mondo decide gli equilibri

E noi non contiamo più nulla...


di Alberto Scafella


Non è la benzina il problema. È la nostra statura. Nel grande disordine globale, tra le mosse istintive di Donald Trump e la lucidità strategica di Benjamin Netanyahu, si ridefiniscono rapporti di forza, alleanze, deterrenze. Si fa storia, nel bene o nel male. E l’Italia? Fa il pieno. O meglio: si lamenta di non riuscire a farlo. Qualche centesimo in più al litro ed ecco il coro nazionale: indignazione, talk show, analisi da bar. Ma il punto non è il prezzo. Il punto è perché lo paghiamo. E soprattutto perché non possiamo evitarlo.

Abbiamo scambiato la sicurezza energetica con la buona coscienza. Abbiamo sacrificato autonomia sull’altare di una transizione ecologica raccontata più che costruita. Abbiamo detto no a tutto, trivellazioni, nucleare, diversificazione seria — convinti che bastasse dichiararsi virtuosi per esserlo. Il risultato è semplice: dipendenza.

Dipendenza dagli umori dei mercati, dalle crisi internazionali, dalle decisioni altrui. Dipendenza da un mondo che corre mentre noi ci raccontiamo favole. E intanto il Medio Oriente cambia pelle. Non con i comunicati, ma con la forza, con la strategia, con la volontà di sopravvivere. In questo quadro, il nodo iraniano resta centrale: un regime aggressivo, ideologico, ma internamente fragile. Un potere che si regge anche sulla repressione di una società che, a più riprese, ha mostrato di voler respirare.

Pensare che tutto questo si risolva con appelli diplomatici è ingenuo. La storia, quella vera, non quella raccontata nei convegni, insegna che i cambiamenti profondi avvengono quando la pressione esterna incontra una crepa interna. E in Iran quella crepa esiste. È lì, visibile a chi vuole vedere.

Non si tratta di tifare per la guerra, ma di smettere di fingere che il mondo si muova secondo i nostri desideri. Alcuni regimi non cambiano per persuasione. E quando cambiano, spesso lo fanno perché qualcuno, dentro e fuori, ha reso inevitabile quel cambiamento.

E noi? Noi siamo al distributore.

“Costa troppo”. Fine del pensiero strategico italiano.

Nel frattempo abbiamo perso tutto ciò che conta: autonomia, visione, peso. Non decidiamo le rotte energetiche, non incidiamo sugli equilibri geopolitici, non anticipiamo le crisi. Le subiamo.

E poi ci lamentiamo.

L’Italia che protesta per la benzina è la stessa che ha accettato, senza combattere, di diventare irrilevante. La stessa che ha preferito l’illusione alla responsabilità. La stessa che oggi scopre che il mondo non è un seminario, ma un campo di forze.

Non è la benzina che manca. È la serietà.

E finché continueremo a confondere il prezzo del carburante con il costo della nostra irrilevanza, resteremo lì: fermi. Con il serbatoio mezzo vuoto e la testa completamente altrove.

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