top of page

Cavour, la laicità dello Stato e i rapporti con la Chiesa di Roma (parte prima)

Aggiornamento: 2 giorni fa


di Tullio Monti

 

Il processo di costruzione dell’unità italiana - attraverso il Risorgimento - ed il processo di laicizzazione dello regno sabaudo prima e dello stato unitario liberale poi, furono intimamente legati e procedettero parallelamente.

La politica ecclesiastica e dei rapporti fra stato e confessioni religiose della classe politica liberale, dalla seconda metà dell’800 al Concordato clerico-fascista del 1929, oscillò, a seconda delle diverse fasi storiche e della cultura dei singoli esponenti politici di quel periodo, tra una concezione liberale classica di tipo separatista ed una concezione giurisdizionalista, che in qualche modo entrava più direttamente a disciplinare, secondo gli interessi dello Stato, i rapporti con la Chiesa Cattolica.

Per meglio comprendere i diversi filoni di pensiero della cultura laica nel periodo liberale può giovare ricostruire, per sommi capi, il pensiero di alcuni tra i principali protagonisti di quella stagione di riscatto nazionale e laico che fu il Risorgimento.


Alfiere del separatismo liberale

Camillo Benso conte di Cavour, il vero artefice dell’unità italiana, fu il principale alfiere del separatismo liberale, a ciò fortemente influenzato dalla cultura liberale inglese ed a contatto con il mondo protestante europeo, nonché vicino ad ambienti legati alla massoneria, alla quale tuttavia non aderì mai formalmente.

Il separatismo di Cavour nasceva dalla sua convinzione che la Chiesa Cattolica, senza una radicale trasformazione - impossibile in costanza del potere temporale dei papi - non si sarebbe mai conciliata col mondo moderno e coi suoi principi di libertà.   

Cavour, pur restando sempre intimamente separatista, condivise il provvedimento del Governo sabaudo nel 1848 relativo all'allontanamento dei gesuiti dal Regno di Sardegna e nel 1850 fu un fermo sostenitore delle leggi Siccardi che abolivano i privilegi del clero, così pure come della legge sui conventi del 1855, che segnò il momento di massimo interventismo statale e di ispirazione giurisdizionalistica della sua politica nei confronti della chiesa, dopo il quale egli tornò al suo tradizionale separatismo fra Stato e Chiesa, abbandonando ogni iniziativa anticlericale da parte del governo. Quindi Cavour, anche nelle relazioni fra le due istituzioni, seppe essere, a seconda delle necessità dello Stato, assai flessibile e pragmatico, secondo i principi dell’empirismo anglosassone che egli ben conosceva e praticava.

Il suo primo discorso alla Camera - 7 marzo 1850 - riguardò il progetto di legge per la soppressione del Foro ecclesiastico, i Tribunali speciali per i religiosi, la prima delle leggi Siccardi: la legge si proponeva di abolire uno dei più odiosi privilegi del clero e di dare attuazione alla norma dello Statuto albertino sull’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Già allora Cavour enunciò il concetto fondamentale della sua politica in materia ecclesiastica e religiosa, ossia il convincimento che, al progresso della civiltà, possono concorrere la religione e la libertà politica. Le altre leggi Siccardi riguardavano la riduzione del numero delle feste religiose e l’autorizzazione governativa per l’accettazione di donazioni da parte degli enti ecclesiastici. Cavour fu applaudito sia dai banchi del governo che da quelli dell’opposizione e anche dalle tribune del pubblico.


Le leggi Siccardi

Nello stesso 1850 morì il ministro Pietro di Santarosa, suo grande amico, al quale furono negati i sacramenti perché aveva votato le leggi Siccardi e dunque era scomunicato. Cavour si arrabbiò molto con il vescovo di Torino, monsignor Luigi Fransoni, fermo oppositore delle leggi Siccardi, che le aveva boicottate con una circolare diretta ai parroci: Cavour, sul giornale “Risorgimento”, chiese ed ottenne il suo arresto, seguito da un anno di reclusione ed all’esilio a Lione.

Il suo secondo discorso riguardò l’insegnamento di teologia nei seminari. Egli affermò che lo Stato non deve fare il teologo, ma semplicemente lo Stato. Altri discorsi sui temi religiosi furono: nel dicembre 1852 sull’istituzione del matrimonio civile, cui egli naturalmente fu favorevole; tra febbraio e marzo 1855, sulla soppressione di alcune corporazione religiose puramente “contemplative” e quindi senza alcun ruolo di utilità sociale. Fu questo un momento di crisi: la famosa “crisi Calabiana”, dal nome del vescovo di Casale Monferrato, Luigi Calabiana, il quale si batté duramente contro la riforma del patrimonio ecclesiastico ed in questo ebbe l’appoggio del re Vittorio Emanuele II.

Ma una mano a Cavour la dette Massimo Taparelli D’Azeglio, che scongiurò il sovrano a non cedere a quello che definì “un intrigo di frati”. Le legge venne approvata e furono soppressi 334 conventi, rimandati a casa 5.000 tra frati e monache. Ne restarono 4.000. Il papa Pio IX, al secolo Giovanni Mastai Ferretti, more solito, scomunicò i responsabili della legge, ma la confisca di una parte dei beni ecclesiastici doveva servire per finanziare la guerra di Crimea e pertanto Cavour non batté ciglio di fronte alla scomunica.

Nel febbraio 1861 Cavour tentò una conciliazione con la Chiesa di Roma, inviando in Vaticano una missione diplomatica, sperando che la Santa Sede si convincesse dell’ulteriore impossibilità di difendere, con ostinazione, il potere temporale dei papi. Ma tale missione, composta da padre Carlo Passaglia - gesuita e teologo, fautore dell’Unità d’Italia e contrario al potere temporale dei papi e per questo poi espulso dai gesuiti - e da don Giuseppe Pantaleone - sacerdote e patriota - non ebbe successo e, a causa dell’intransigenza di Pio IX, non vi fu alcun accordo. Giunsero pertanto i tre grandi discorsi conclusivi di Cavour alla Camera dei deputati sulla “Questione romana”, nel marzo e nell’aprile 1861.


La "Questione romana"

Nel primo, tenuto il 25 marzo, egli disse che considerava “una sventura” la riunione, nei governanti, del potere civile e di quello religioso. Si chiese se davvero, come veniva preteso dal Papa, il potere temporale assicurasse una effettiva indipendenza spirituale. In quello del 27 marzo, dopo aver ribadito che la chiesa meglio poteva restare indipendente perdendo il potere temporale, affermò solennemente: ”Noi siamo pronti a proclamare in Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato”. Era la prima volta che egli lo enunciava.

Nel secondo discorso - il 5 aprile -  tornò sull’argomento e disse che il principio della libertà religiosa, offerta alla chiesa in cambio di un sacrificio sul piano degli interessi temporali, era una cosa del tutto nuova nel mondo. Non veniva realizzata in pieno neppure in paesi avanzati come Inghilterra, Francia e Svezia; forse solo in Belgio veniva attuata pienamente il principio della separazione fra Stato e Chiesa. Disse che l’Italia era la nazione che, nel mondo, era la più adatta ad applicare questo principio, poiché il partito liberale era, qui, il più cattolico che in ogni altro paese europeo e citò personaggi come Alessandro Manzoni e Vincenzo Gioberti, cattolici liberali che avevano tentato di conciliare “lo spirito di libertà con il sentimento religioso” e concluse con una affermazione davvero profetica, affermando che, se la Chiesa si fosse conciliata con lo Stato italiano, prima o poi i cattolici avrebbero preso il sopravvento nella vita politica italiana ed avrebbero mandato all’opposizione i liberali (cosa che in effetti avvenne quasi cent’anni dopo nella Repubblica italiana).

Per Cavour la questione romana non rappresentava solamente un problema di annessione territoriale per completare l’Unità d’Italia, che esigeva, per ragioni storiche, intellettuali e morali, che Roma, e Roma soltanto, fosse designata capitale del Regno d’Italia; oltre che essere “di vitale importanza” per il paese, il destino di Roma riguardava anche i “200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo”. La sua liberazione avrebbe comportato l’abbattimento del millenario potere temporale dei papi e solo con il consenso della Francia e garantendo al pontefice la più ampia indipendenza.


(continua/1)

La seconda e ultima parte venerdì, 27 marzo.


Commenti


L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

Nel rispetto dell'obbligo di informativa per enti senza scopo di lucro e imprese, relativo ai contributi pubblici di valore complessivo pari o superiore a 10.000,00, l'Associazione la Porta di Vetro APS dichiara di avere ricevuto nell’anno 2024 dal Consiglio Regionale del Piemonte un'erogazione-contributo pari a 13mila euro per la realizzazione della Mostra Fotografica "Ivo Saglietti - Lo sguardo nomade", ospitata presso il Museo del Risorgimento.

© 2022 by La Porta di Vetro

Proudly created by Steeme Comunication snc

LOGO STEEME COMUNICATION.PNG
bottom of page