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Pensioni: il governo rimandato a settembre


di Emanuele Davide Ruffino e Edmondo Rustico



La tela di Penelope delle pensioni continua a perpetuarsi con incontri, non troppo proficui e rinvia, questa volta si parla di settembre (si spera del 2023), per nuovi incontri e per sapere su quali risorse poter contare. Nel mezzo alcuni tavoli tecnici: l'11 luglio riunione tecnica sulle garanzia ai giovani, il 18 luglio su flessibilità in uscita e il 5 settembre su Opzione Donna. Forse l’unica notizia, sono i saluti di Papa Francesco in occasione al 125 anniversario della nascita dell’INPS.


Si spera che le parti sociali escano dalla logica del “vorrei, ma non posso” e formulino ipotesi realistiche che si possano attuare compatibilmente con la situazione economica e non rafforzino la tendenza che porta a richiedere l’impossibile per impedire scientemente qualsivoglia riforma, esasperando la situazione con conseguenze simili a quelle che si sono realizzate nella vicina Francia[1] I problemi di ordine pubblico rilevano la difficoltà di trovare una sintesi democratica ai problemi, lasciando alle frange estremistiche ipotesi risolutive, tanto demagogiche quanto irrealizzabili. Il problema però non è finanziario, ma di scelta politica e comporta, in primis, separare la previdenza dall’assistenza e poi chiedersi quante risorse il generico contribuente deve sacrificarsi per assicurare la pensione ad altri soggetti e per quanto devono continuare a lavorare gli ultra sessantenni per rendere sostenibile il bilancio INPS.


Equità pensionistica

Sono evidenti le discriminazioni perpetuate negli anni e decenni passati, dove i vari governi, per aggraziarsi le singole categorie o le singole fasce di età, procedevano a concedere possibilità che poi sono ricadute sulle generazioni successive. Ora, ci si rende conto che la generazione successiva è la nostra e il problema non si può rinviare: in effetti, il Governo Meloni fin dall’inizio di questa legislatura ha parlato di riforma strutturale, ma le parti sociali e i singoli partiti stanno cercando, più che una soluzione globale, il potersi presentare come paladini di una posizione remunerativa da un punto di visto elettorale.

Poca attenzione viene prestata al fatto che quota 103 ha interessato un numero molto basso degli aventi diritto (44.000 in un anno, contro una platea di potenziali pensionandi di circa 5 milioni di persone). E così si continua a disquisire sulle quote e sulle coorti di beneficiari dove diventa difficile trovare un accordo perché si ha il sospetto che un'altra componente si possa avvantaggiare, anche se ormai tutti si rendono conto che l’unico sistema sostenibile è quello contributivo.

Tecnicamente qualsiasi riforma è possibile: basta giocare su quanto deve tirar fuori lo stato (oggettivamente poco) e quanto si è disposti a rinunciare per andare in pensione prima. Quest’ultima dovrebbe essere una decisione dei singoli individui, non una trattativa condizionata dai capricci delle parti in campo e che hanno portato l’accesso alla pensione ad una specie di cabala. Il problema si risolverà non accontentando una categoria, ma con una soluzione omnicomprensiva che difficilmente sarà quota 41, non solo perché insostenibile finanziariamente, ma perché svantaggia chi ha avuto un stabile percorso lavorativo.


Possibili soluzioni per non cadere nell’immobilismo

Così anziché avvantaggiare la flessibilità e il passaggio di professionisti e lavoratori tra settori diversi, per rispondere ai mutamenti della società, si avvantaggia gli affezionati del posto fisso, come insegnava Checco Zalone in “quo vado?”, che porta ad estendere il concetto del “posto fisso è sacro” anche per la carriera pensionistica.

Il futuro sarà inevitabilmente caratterizzato da un sistema contributivo, già decretato con la Riforma Dini (1995) e Fornero (2012), ma che solo oggi la Corte dei Conti sembra accorgersi che con carriere discontinue, con pochi versamenti e per periodi limatati, non raggiungeranno mai 41 anni, porteranno a pensioni insufficienti, rendendo inevitabili integrazioni della finanza pubblica (ma ciò dipenderà più che dagli auspici politici, dall’andamento dell’economia e dalla capacità di creare ricchezza).

Nel breve, una possibile via di uscita, per restituire un po’ di flessibilità e uscire da provvedimenti transitori che lasciano nell’incertezza lavoratori e imprese, sarebbe quella di ricorre ad una quota 103 non vincolata, nel senso di permettere di andare in pensione a 41 anni di contributi e più 62 di età (come già oggi prevede la normativa che però scade a fine anno) con lo stesso requisito, ma indipendentemente da parametri prefissati: per esempio con 40 anni di contributi e 63 di età o con 39 anni e 64 di età. E per tutelare la sostenibilità del sistema occorrerà prevedere un tetto che garantisca allo Stato di non dover intervenire con sostegni (la pensione di questi soggetti dovrà superare di 2 o 3 volte la pensione minima: si vuole evitare condizioni di indigenza durante la vecchiaia a causa di importi troppo bassi).

Lo Stato dovrà intervenire per supportare una contribuzione di garanzia per le carriere discontinue e per i redditi bassi facendo ricorso alla fiscalità generale: una coperta che però non si può tirare oltre una certa misura. È curioso come si dia per assodato che i giovani di oggi andranno in pensione tutti con il contributivo puro, mentre lo stesso principio si fatica ad attuare già nell’immediato, permettendo così di uscire dall’attuale impasse.

In attesa che l’Osservatorio sulle pensioni, appena istituito dal governo Meloni, fornisca un quadro dettagliato sulle previsioni di spesa al momento opportuno (ma fino ad oggi Inps e Ministero perché non vi hanno provveduto) l’11 luglio ’23 ci sarà un tavolo tecnico sul tema delle pensioni di garanzia per i giovani: in quell’occasione bisognerebbe tenere in considerazione che la stabilità del sistema passa anche attraverso la sua credibilità. Sul tema basterebbe proporre un’inchiesta per rilevare quanti cittadini sanno (o ritengono di sapere) a che età potranno andare in pensione: la confusione sarebbe assoluta ed è questa la prima cosa da evitare.


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