OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 29 apr
- Tempo di lettura: 4 min
Vivere felici in una vita destinata a sfuggirci
di Domenico Cravero

Alla vita si nasce più volte: il parto biologico, la nascita all’umano, l’entrare nella società (il “venire al mondo”), per i credenti la rinascita “dall’alto”. Ogni successiva nascita invera e porta a compimento quella precedente. La nascita di un figlio assume un’efficacia simbolica di grande profilo. Racchiude in sintesi il senso generale del vivere, il suo significato e il suo valore. La generazione qualifica l’identità umana: avere una causa buona per cui spendersi, compiere un’opera grande, disporre di una vita (quella del “proprio” figlio) per restituirla alla sua definitiva autonomia, lasciandola andare a se stessa.
Come e perché si nasce oggi
La diminuzione della natalità, la crisi sempre più evidente della competenza educativa delle famiglie, la fragilità dei legami affettivi, la debolezza drammatica della stabilità della coppia sono segni della perdita di questa consapevolezza e, insieme, della caduta della speranza del nostro mondo. Si diffonde in questo tempo l’impressione di essere entrati in un mondo nuovo, in uno spazio aperto e planetario di straordinarie possibilità e, insieme, di angosciante vulnerabilità. Tutto è rapidamente cambiato: l’identità personale, il rapporto al corpo, il legame con gli altri, il modo di considerare il mondo, l’emozionale in rapporto al razionale. L’individuo si pone come valore assoluto. Si produce un criterio sconosciuto di rappresentare se stessi e di rapportarsi con gli altri. La radicalità dei cambiamenti la osservano soprattutto i genitori. Mutano le condizioni della procreazione e della nascita, cambiano le età della vita, sta avvenendo una rivoluzione fondamentale nel rapporto tra i sessi. Oggi si nasce in una condizione che mai prima si era potuta esprimere in questi termini: i figli sono cercati, voluti, pianificati. I nuovi nati sono sempre meno figli della natura e sempre più “figli del desiderio” (M. Gauchet), risultato del “programma” dei loro genitori.
Il bambino desiderato è trattato nella sua individualità, ben prima di nascere. Il figlio, da dono di Dio o trasmissione della vita, diventa l’esito del pensiero genitoriale. Più ancora che nel passato, si accoglie una vita voluta, attesa come il dono più bello della vita. Nessuna forma di amore potrebbe sostituire o compensare quello dedicato al figlio. Avere un figlio non è necessario, non lo è averne due o tre, piuttosto di uno. Quando tuttavia quell’esistenza è accolta, essa diventa il più-che-necessario della vita.
Gli inesauribili significati della generazione
I genitori non riuscirebbero più a immaginare se stessi senza quel “non-necessario”. Potenza della generazione! L’impegno d’amore, che ha fatto incontrare una donna e un uomo in un progetto di vita, li ha condotti a desiderare un figlio. Lo attendono come “unico”. Fin dalla nascita essi mettono la loro vita al suo servizio. La modificazione profonda della cultura e del costume contemporaneo può essere osservata nel cambiamento epocale che è avvenuto nell’infanzia. Il figlio non è quindi solo un bambino-persona, un bambino dell’uguaglianza ma è anche “un bambino della libertà”.
Questo volto buono dell’esistenza e questa riflessione sugli inesauribili significati della generazione sono l’orizzonte nuovo a cui ci sollecita la denatalità. Le condizioni per accogliere la speranza in una vita amabile e affidabile sono create fin dai primi istanti dagli stessi genitori. Essi vogliono il massimo di felicità per il loro figlio, sperano per lui ogni bene. Questa speranza decide della qualità e del senso della loro vita. Questa faticosa missione appare loro bella e necessaria. Generare un figlio è come fargli una promessa: che sarà felice, che potrà godere una vita buona, che compirà in pienezza i suoi propri desideri. I genitori sanno l’impossibilità di mantenere da se stessi questo programma. Venire al mondo voluti e desiderati è tuttavia un’opportunità straordinaria, una vera conquista della civiltà. Mamma e papà hanno generato il loro figlio per la sua vita! L’esperienza umana è un’irradiazione della vita che rinasce da un fondo di mistero, che la rende sacra, che costituisce il fascino e la bellezza dell’essere umani.
L’emozionante festa della nascita è quindi un tempo di grazia, ma...
Crescere liberi e autonomi invece è una fatica immane, dall’esito rischioso. Proprio nel momento in cui più emozionante è tenere in braccio quel neonato, più densa è la percezione del fragilità della creatura umana e la vertigine della responsabilità genitoriale. Nel loro piccolo, i genitori colgono da subito la precarietà della vita, sempre minacciata dalla fragilità del corpo, dalla cattiveria del mondo e dalla fine. La nascita umana rimanda inevitabilmente oltre a sé: la fragilità del bambino rende evidente che nasciamo “mancanti di essere”, che il nostro essere è incompiuto. Il corpo è evidentemente votato alla morte. Non è solo l’inevitabile deterioramento fisico con l’avanzare dell’età, ma è il trovarsi immersi, fin dal primo istante, nella costitutiva vulnerabilità dell’umano. La vita sfugge, si sottrae al controllo e alla comprensione. Non si regna su di essa. Nasciamo nella massima impotenza e moriamo perché attaccati e vinti. Non è facile accettarci così. Ci vuole una vita intera per riconoscerci impotenti e vulnerabili. La vita tuttavia si umanizza solo in questo smisurato lavoro: dare un senso alla nostra inconsistenza, trovare pace nella nostra debolezza, vivere felici pur sapendoci precari.













































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