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Osservando i nostri tempi

Il piacere della parola nella sessualità


di Domenico Cravero


La sessualità è il risultato dell’attività inconscia (la pulsione) e del lavoro psichico sulla pulsione (la parola). Se non si vogliono confondere piacere, godimento e amore si deve ammettere che il sessuale è possibile solo nel riconoscimento dell’Altro, dunque non nel possesso ma nella distinzione e nella distanza, quella scavata dalla parola. Una sessualità senza parola e senza incontro è insoddisfacente. La maggiore importanza attribuita oggi ai valori personali rende la sessualità particolarmente esposta alla delusione. L’essenza della sessualità non è quindi il piacere ma il legame. Ci vuole, infatti, la parola per comporre in armonia le pulsioni (“Mi piaci, ti voglio”) e rendere possibile quella relazione emozionata in un incontro di persone (“Ti voglio bene”), per farne un legame umano (“Sei la mia donna, sei il mio uomo”). S. Freud intuì e dimostrò l’associazione della pulsione alla parola: nel linguaggio ci sono le tracce della presenza insospettata dell’impulso sessuale (il femminile e il maschile delle parole) e la pulsione diventa sessualità umanizzata attraverso la parola. Questo risultato procede dal lavoro della mente, dalla sua attitudine simbolica e dalla cultura.

Entrare nella parola comporta però una sottrazione del godimento: chi persegue il “tutto, subito, non importa come” non trova modo di parlare. Parlando ed esprimendosi, la persona entra in relazione con l’altro e con gli altri, all’interno di una collettività. Il linguaggio, infatti, è la prima istituzione sociale: quella che permette alle persone di esprimersi e di intendersi. La persona, infatti, non si genera da sé ma è da sempre presa in una storia d’incontri, legami e pratiche di vita e non può liberarsi che attraverso un lavoro di parola, destinato a esplorare questa rete e a dipanarla. Dipende da questo lavoro il ruolo creatore o distruttore della pulsione. Chi è capace d’introspezione diventa attento allo stato d’animo dell’altro, chi riconosce le emozioni sa ammettere le proprie paure e collegarle alla propria storia familiare. Sa esprimere tenerezza e sentimento. La sessualità è un incontro con una parte di sé sfuggente e anche ignorata. Tutto questo richiede la competenza della parola.

Il vissuto sessuale scatena emozioni così forti che normalmente si pensa che l’amore sia un “fare” e non un dire. Alcune ricerche (Ph. Brenot, 2011) registrano che circa un terzo delle coppie afferma di non parlare mai durante l’esercizio della sessualità. Questo silenzio può mascherare l’inibizione o il rifiuto. Parola e amore sono intrecciati, come dimostrano la letteratura sentimentale, il canto popolare, la poesia d’amore. La parola viene prima e orienta l’atto sessuale, perché ha la funzione di risvegliare e intrattenere l’immaginario. Il sentimento amoroso nasce dal racconto, dove nessuna parola è obbligata ma neppure preclusa: l’amore permette di vedere il mondo con gli occhi dell’altro e di raccontarlo. La parola d’amore libera dall’anonimato e restituisce la percezione piacevole ed emozionante dell’essere unici. Ciascuno sviluppa la propria interiorità emozionale entrando in contatto con le radici dell’altro.

La difficoltà però è moltiplicata dei ritmi diversi della sessualità maschile e femminile, che solo l’intelligenza, l’esperienza e la parola della comunicazione possono tentare di sincronizzare. Il piacere maschile è più breve e non è rinnovabile. Eccitazione e risoluzione avvengono in modi diversi. La parola aiuta i partner a perfezionare l’intesa. Nella sessualità maschile l’erezione mostra la sua potenza, l’eiaculazione la sua vulnerabilità. Nella donna, il lungo tempo richiesto dall’eccitazione la espone dapprima alla vulnerabilità, ma la durata e l’intensità del piacere la restituiscono alla sua potenza. La parola permette che il vantaggio dell’una riceva la fragilità dell’altro e viceversa. La tensione iscritta nella conciliazione della pulsione con la parola non può essere annullata. Si diventa virtuosi accettandola e vivendola. Banalizzazione del sesso e finzione erotica sono conseguenze della delusione quando, al termine della relazione sessuale, si affacciasse il dubbio: “Tutto qui?”. Ci si ama attraverso una ricostruzione continua, tentando e ritentando di risalire da ogni immaturità o delusione. Il riconoscimento dell’ambivalenza erotica contrasta l’arroganza di chi si sente competente in amore. L’eros è un cammino, non finisce mai: nessuno ha una sessualità risolta, una volta per sempre. La vita pulsionale, non investita nel lavoro psichico che la parola rende possibile, né posta in rapporto alla cultura, resta limitata e frammentata nei suoi stadi parziali. Cogliere solo un aspetto, una parte del corpo erotizzato, è una forma di feticismo, un sintomo tossico e difensivo di immaturità.

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