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Migliaia di profughi premono al confine tra Polonia e Bielorussia. Varsav

Nel giorno della caduta del Muro di Berlino, 9 novembre del 1989, la Polonia ha mobilitato esercito e forze di sicurezza (almeno 12 mila uomini secondo quanto annunciato dal ministero della difesa polacco) per contrastare l’ingresso di centinaia di profughi che da giorni premono alla frontiera con la Bielorussia, nei pressi del piccolo villaggio di Kuznica Bialostocka. La questione si inquadra ormai nel braccio di ferro che oppone Minsk e il governo liberticida del dittatore Lukashenko all’Unione Europea e alla Nato per le sanzioni comminate dall’Occidente per la violazione dei diritti umani.

Gli immigrati, al grido di “Germania, Germania, vogliamo andare in Germania” hanno cercato di tagliare la recensione per entrare in Polonia, come si vede dai numerosi filmati diffusi sul web. I governo tedesco ha rivolto un appello all’Unione Europea per gestire con gli altri stati la crisi che di giorno in giorno assume dimensioni sempre più critiche. Ma non solo. Ritorna prepotente la questione dei muri dopo che Bruxelles ha rifiutato di sostenere finanziariamente la Polonia per costruzione di uno al confine con la Bielorussia. Dopo il 9 novembre del 1989 tutti si auguravano che con la fine della contrapposizione ideologica Est-Ovest e la fine della Guerra, fosse tramontato anche il senso della divisione “fisica”. Al contrario, sono sorti nuovi muri e barriere figli di muri mentali che governi miopi e reazionari hanno contribuito ad innalzare, seminando odio e cattiverie tra le masse. “Uova del serpente” che sono deposte con le stesse modalità che ricordano quelle degli anni Venti e Trenta del Novecento, e in questo XXI secolo da sovranità e populisti, da uomini privi di scrupoli con in testa Donald Trump.

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