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Il lungo cammino dell'emancipazione femminile in Italia: 80 anni fa le donne votavano per la prima volta

  • Vice
  • 24 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Un dibattito domani al Salone del Libro a Torino


di Vice


Donne, domani 16 maggio alle ore 11, protagoniste al Salone internazionale del libro di Torino (area esterna dell'Oval) in un incontro organizzato dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei Consulenti del lavoro.

Ad ottant'anni dal voto alle donne in Italia (10 marzo 1946), la riflessione sarà affidata a sette donne che da più angoli di osservazione personale e di esperienza professionale descriveranno gli effetti della partecipazione femminile alla vita politica e nel lavoro sulla società italiana e sulla condizione femminile.


Il voto alle donne in Italia divenne concreto con il decreto luogotenenziale del 1° febbraio 1945, n. 23, firmato il giorno precedente da un democristiano e neo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, e da un comunista, Palmiro Togliatti. Per la verità non erano soltanto "uno" dei rispettivi partiti, la Dc e il Pci, ma i numeri uno, i capi, leader della rinascita politica e morale del nostro Paese, non ancora del tutto liberato dal nazifascismo.

La storia, come è stata raccontata dalla giornalista e scrittrice Mirella Serri, in un più che istruttivo articolo di taglio rievocativo, pubblicato del 31 gennaio 2005 su La Stampa, non decollò propriamente nel modo migliore, perché conteneva un passaggio di legge decisamente discriminatorio - per usare un eufemismo - con cui si impediva il voto alle «prostitute che esercitano il meretricio al di fuori di luoghi autorizzati», cioè all'interno delle case chiuse che con le famose "marchette" contribuivano a sanare il debito pubblico. Quel passo della legge sarà comunque eliminato due anni dopo, ma non con la dovuta tempestività da permettere a "tutte" le donne di votare alle amministrative del marzo 1946 e al successivo referendum istituzionale del 2 giugno.

Seguendo la scaletta dell'articolo di Mirella Serri, colpisce anche un'altra pruderie dell'iniziativa di legge catto-comunista, che nel secondo articolo prevedeva la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili. In fondo, erano tempi ostici per la condizione femminile che si ritrovava sempre nella posizione di dovere dimostrare per meritare, nella guerra partigiana come nella professione, dopo essere stata relegata nel ruolo di pura fattrice dalla dittatura fascista. E la stessa condizione generale del nostro Paese, affamato, lacerato e diviso da una sanguinosa guerra civile, non facilitava l'emancipazione della donna stretta tra le sue rivendicazioni e la necessità di far evolvere il rapporto con il maschile.

Non a caso, i quotidiani dell'Italia liberata comunicarono l'evento senza troppo rilievo. "Unica a strillare la notizia in prima pagina era l'Unità, annunciando che avrebbero potuto votare nella successiva primavera le donne che avevano compiuto 21 anni entro il 21 dicembre 1944." Anche qui, non a caso. Il Partito nuovo di Togliatti, guardava lontano, al rapporto da costruire con l'elettorato femminile in un Paese fortemente influenzato dalla Chiesa cattolica e condizionato da un atavico anticomunismo.

Tuttavia, quelle richiamate non erano le uniche anomalie di una legge scritta in giornate convulse e con il proposito comprensibile di chiudere con il passato e la transizione dei governi Badoglio e Bonomi. Ve ne era un'altra di ben altra caratura negativa: l'impossibilità per le donne di essere elette, non essendo contemplato l'elettorato passivo. Una lacuna presto colmata che darà alle donne la possibilità di essere elette alle amministrative del 10 marzo 1946 e il 2 giugno a 12.998.331 donne di votare per il referendum monarchia-repubblica. L'inizio di una storia importante.


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