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Ebola, il silenzio che continua a contagiare più del virus

Allarme nella Repubblica democratica del Congo


di Alberto Scafella


C’è un paradosso, enorme, quasi osceno, che attraversa il nostro tempo iperconnesso: viviamo immersi in un flusso continuo di notizie, ma continuiamo a ignorare quelle che davvero raccontano il mondo. Le recenti vittime di Ebola registrate nell’Africa centrale, i nuovi focolai che ciclicamente tornano a colpire comunità fragili tra la Repubblica Democratica del Congo e i territori confinanti, sono finite nelle retrovie dell’informazione globale. Poche righe d’agenzia, qualche trafiletto tecnico, il silenzio. Ma per quanto poche quelle righe hanno un'eco angosciante in Africa, perché negli ultimi cinquant'anni Ebola, una febbre emorragica e contagiosa ha provocato la morte di 15 mila persone. Ora, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana, ha denunciato 246 casi e 65 vittime.

Ebola non è un virus qualunque. È il simbolo perfetto di ciò che l’Occidente sceglie di vedere solo quando il pericolo sembra attraversare il Mediterraneo e bussare alle proprie frontiere.

Chi ha vissuto l’Africa, chi ha respirato l’odore acre degli ospedali di frontiera, chi ha visto che cosa significa affrontare una crisi sanitaria in luoghi dove la medicina spesso combatte a mani nude, sa bene che dietro ogni numero c’è una storia. E che dietro ogni storia ignorata si consuma una piccola sconfitta della nostra coscienza collettiva. Come abbiamo detto sopra, In questi giorni si torna a parlare di vittime, di sospetti casi, di monitoraggi rafforzati. Ma il dibattito resta confinato tra addetti ai lavori, epidemiologi, rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e comunicati che raramente superano la barriera dell’indifferenza mediatica.

Ed è qui che la memoria personale diventa politica. Chi ha operato tra Angola e Repubblica del Congo conosce bene quel confine sottile tra emergenza sanitaria e dignità umana. Sa che dietro la parola “epidemia” ci sono volti, mani tese, occhi che cercano una possibilità. Come quella suora che nell’agosto del 2019, in piena pandemia mondiale, fu strappata a un destino segnato grazie a una macchina della solidarietà che riuscì a fare ciò che spesso la burocrazia rende impossibile. Insieme a Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Repubblica Democratica del Congo, e lì ucciso barbaramente il 22 febbraio 2021, nei pressi del villaggio di Kibumba, vicino a Goma, con determinazione e senso dello Stato, fu organizzato un volo speciale che la portò in Italia. Non fu solo un’operazione logistica. Fu una lezione. Una lezione su che cosa significhi davvero la cooperazione internazionale quando smette di essere slogan da conferenza e diventa azione concreta. Una lezione su quanto il valore di una vita non dovrebbe dipendere dalla latitudine in cui quella vita rischia di spegnersi.

L’Africa, troppo spesso, entra nelle nostre cronache solo quando serve evocare paure: migrazioni, colpi di Stato,

epidemie. Mai quando bisognerebbe raccontarne la resilienza, la dignità, il coraggio quotidiano di chi combatte

contro malattie devastanti con mezzi insufficienti, ma con una forza morale impressionante.

Ebola oggi ci ricorda una verità scomoda: l’informazione selettiva è una forma raffinata di indifferenza. Si accendono riflettori abbaglianti su polemiche da salotto, su schermaglie politiche domestiche spesso irrilevanti, mentre tragedie che interrogano il nostro senso di responsabilità internazionale restano confinate in fondo alla pagina, quando va bene.

Il punto non è drammatizzare. Il punto è capire. Capire che ignorare ciò che accade nel cuore dell’Africa significa rinunciare a comprendere una parte decisiva del nostro presente. Perché le crisi sanitarie non conoscono confini, ma soprattutto perché l’umanità non dovrebbe conoscerne.

Forse servirebbe meno provincialismo informativo e più memoria. La memoria di chi in Congo e in Angola ha visto quanto sottile sia il confine tra emergenza e speranza. La memoria di chi sa che, a volte, salvare una sola persona con un volo speciale vale più di cento dichiarazioni solenni. E la memoria di chi continua a credere che raccontare queste storie non sia un esercizio retorico, ma un dovere civile.


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