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Dambe So, un ostello sociale per i lavoratori agricoli stagionali del saluzzese


di Giovanni D'Ambrosio

dal sito @mediterranean hope
dal sito @mediterranean hope

Ancora poche settimane e comincerà nel Saluzzese la stagione della raccolta della frutta, mele, kiwi, pesche e frutti di bosco, una produzione agricola che fa del territorio un autentico pilastro agricolo e fonte di ricchezza, ma nello stesso tempo ogni anno ripropone antichi problemi, primo tra tutti l'accoglienza per una decina di migliaia di lavoratori stagionali, prevalentemente stranieri.

A numeri così elevati, la risposta è arrivata dalle organizzazioni religiose, dalla Caritas, ma non solo. Da alcuni anni è attiva Mediterranean Hope, emanazione della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia che dà sostegno dei migranti. Di qui l'apertura nel 2022 degli ostelli sociali dal nome esotico “Dambe So”, che in lingua Bambarà significa "casa della dignità". Il primo ostello è nato in Calabria (Piana di Gioia Tauro), cui è seguito quello di Revello, in provincia di Cuneo, dieci chilometri da Saluzzo. Il racconto di Giovanni D'Ambrosio.


L’ostello sociale per lavoratori agricoli “Dambe So” si trova poco distante dal centro di Revello, un paese di quattromila abitanti all’imbocco della Valle Po, nella ricca provincia cuneese, in Piemonte. Per raggiungerlo, dal centro del paese bisogna percorrere un breve tratto di strada asfaltata di campagna, costeggiata da lunghi filari di mirtilli, mele e kiwi. Dambe So si riconosce subito dalla facciata colorata dai graffiti realizzati da alcuni giovani artisti della zona.

Omar torna all’ostello preceduto dal ronzio del suo monopattino elettrico. Parcheggia davanti alla porta, si toglie il caschetto, sfila gli scarponi infangati e li appoggia ordinatamente su uno degli scaffali all’ingresso. Ha l’aria stanca: si intuisce che non vede l’ora di farsi una doccia e cambiarsi. “Ciao Omar”, gli dico mentre si infila le ciabatte, “come stai?”. Conosco già la risposta. “Eh, Giovanni. Il problema sono sempre i soldi”. Si ferma un attimo davanti alla porta. Fa un respiro profondo, mi sorride, poi scompare all’interno.

Omar lavora in una delle tante aziende agricole sparse nei dintorni di Revello. La fertile pianura che si estende all’ombra del Monviso è infatti uno dei più importanti distretti agricoli italiani, e i lunghi filari dei frutteti caratterizzano il paesaggio appena si entra nel comune di Saluzzo arrivando da Torino.

La frutticoltura è in gran parte intensiva e, nonostante il processo di meccanizzazione, richiede ancora moltissima manodopera per la cura dei campi, la potatura e, ovviamente, la raccolta. Ogni anno da queste parti, tra fine maggio e fine ottobre, vengono attivati tra i 13 e i 15 mila contratti agricoli. Corrispondono a circa 10 mila lavoratori stagionali. Le nazionalità più rappresentate sono Mali, India e Albania.

Poco dopo arriva Brahima, in bicicletta. Sull’asta porta una cassa da sei bottiglie d’acqua. Mi saluta e si siede accanto a me, prima di togliersi anche lui gli stivali infangati. Brahima è arrivato in Italia il 7 luglio 2011. Se glielo chiedessi sono sicuro che si ricorderebbe anche l’ora esatta in cui ha messo piede sul molo Favaloro di Lampedusa. Si trovava in Libia quando scoppiò la guerra civile, ormai quindici anni fa. Era arrivato dal Senegal poche settimane prima e aveva iniziato a lavorare in un cantiere edile. Poi arrivò la guerra. Insieme a tanti altri, costretto dalle circostanze salì su un grosso peschereccio diretto verso l’Italia. Dopo tre giorni di viaggio arrivò a Lampedusa.

Brahima racconta dei primi anni nelle campagne di Rosarno. Dormiva in una tenda. Ricorda gli incendi che illuminavano le notti nei ghetti della piana di Gioia Tauro. Veniva pagato così poco che, a un certo punto, decise di trasferirsi a Malta, dove aveva trovato contatti per lavori meglio retribuiti. Poi tornò in Italia, quando sentì dire che le cose andavano un po’ meglio. Foggia, Rosarno, San Ferdinando, Napoli. La sua esperienza disegna una sorta di mappa del lavoro agricolo in Italia: lavoratori che si spostano seguendo le stagioni della raccolta. Qualche settimana fa è arrivato a Saluzzo. È rimasto circa tre settimane nel dormitorio della Caritas, poi è entrato nell’ostello sociale per lavoratori agricoli di Revello.

L’Italia è tra i principali produttori europei di mele — oltre 2 milioni di tonnellate nel 2023 — ed è oggi il primo esportatore mondiale in termini di valore economico dell’export. Il Piemonte è la seconda regione italiana per produzione, dopo il Trentino-Alto Adige, con 254.490 tonnellate raccolte nel 2025, di cui oltre l’80% nella sola provincia di Cuneo. Più in generale, il comparto frutticolo del Cuneese genera un fatturato di oltre 400 milioni di euro e coinvolge più di 4.500 aziende agricole. Eppure, trovare una casa per i mesi di lavoro in campagna non è facile, soprattutto se sei un bracciante straniero. Nonostante la precarietà del lavoro e i bassi salari — tra i 7 e gli 8 euro all’ora — il problema principale, per molti lavoratori, non è pagare un affitto, ma trovare qualcuno disposto ad affittare un alloggio.

dal sito @mediterranean hope
dal sito @mediterranean hope

La maggior parte dei circa 10 mila lavoratori stagionali trova un posto letto nelle aziende agricole in cui lavora o nei 250-300 posti che i comuni della zona allestiscono durante i mesi della raccolta per far fronte all’emergenza abitativa. Alla fine del contratto, però, le persone devono lasciare l’alloggio e trovare un altro posto dove andare. In mancanza di alternative, molti sono costretti a spostarsi continuamente, seguendo la stagionalità dei raccolti. D’inverno si sta al Sud e d’estate si risale verso Nord.

È seguendo percorsi come quello di Brahima che Mediterranean Hope — il programma rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, sostenuto dall’8x1000 valdese e metodista — nel 2022 ha aperto il primo ostello “Dambe So” per lavoratori stagionali a San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, in Calabria. Oggi l’ostello in Calabria conta 64 posti letto e si compone di una grande struttura con 14 appartamenti a San Ferdinando, oltre ad alcuni appartamenti autonomi sparsi nella piana. Nel 2025 è stato aperto un secondo ostello a Revello, nel Saluzzese, che oggi conta 15 posti letto.

L’idea è semplice: offrire, a un prezzo sociale di 90 euro al mese, un luogo dignitoso dove abitare a chi è costretto a spostarsi da una campagna all’altra. Non un container, una tenda o una casa sovraffollata e in cattive condizioni, ma un ostello per lavoratori aperto tutto l’anno. Oggi, nell’ostello di Revello, vivono persone che fino a poco tempo fa si trovavano in condizioni di forte vulnerabilità abitativa. C’è chi, alla fine della stagione, perdeva il posto nelle accoglienze delle aziende o dei comuni; chi pagava 100 o 110 euro per un materasso a terra in appartamenti sovraffollati in subaffitto; chi aveva l'estremo bisogno di una residenza anagrafica per poter rinnovare il permesso di soggiorno.

E poi c’è Amadou, poco più che ventenne. Lavorava, aveva un contratto con un’azienda della zona, ma non aveva trovato un posto dove stare. Così, alla fine della giornata, tornava al parco Gullino di Saluzzo. Dormiva all’aperto, sotto gli alberi, steso su dei cartoni. Quando pioveva, si rifugiava sotto i portici lungo un lato del parco. Amadou, come altri, è un bozalleur, come si chiamano tra loro. Boza, che alcuni traducono in italiano come vittoria. Sono le persone che negli anni più recenti sono riuscite ad attraversare il Mediterraneo senza perdere la vita.

Spesso sono giovani uomini e donne provenienti dall’Africa occidentale affacciata sull’Atlantico: Mali, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Senegal. Gli stessi che lavorano qui, nelle campagne intorno a Saluzzo, insieme ad altre comunità di lavoratrici e lavoratori indiani, arabi, cinesi e albanesi. La sera è il momento in cui Dambe So si anima davvero. Verso le 18 le persone tornano dal lavoro, la cucina si riempie di profumi e lingue per me incomprensibili.

Per chi vive seguendo le stagioni dei raccolti, quasi tutto è temporaneo: il lavoro, i contratti, il salario, i posti letto, le città attraversate. Dambe So fornisce una piccola, ma solida boa a cui aggrapparsi. “Qui mi sento tranquillo”, racconta Ali, un altro abitante dell'ostello. “Spesso noi lavoratori abbiamo la testa piena di preoccupazioni. Ma qui mi sento tranquillo. E libero”.

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