L’omicidio di Bakari Sako e il volto inquieto delle periferie italiane
- Vito Rosiello
- 1 giorno fa
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di Vito Rosiello

Tre coltellate letali. L'omicida quindicenne di Bakari Sako ha confessato nell'udienza di convalida del fermo davanti al gip del Tribunale dei minorenni di Taranto Paola Morelli. E nel farlo, l'omicida si è giustificato nel modo più classico, quanto scontato: aveva paura per i suoi amici; temeva che potessero essere aggrediti da un uomo di trentacinque anni, con la testa occupata più dal senso di responsabilità per la sua famiglia in Mali, mantenuta con il lavoro duro e precario bracciantile, che da velleitari propositi aggressivi verso il "branco" di turno, almeno cinque giovani, e forse anche un sesto, un maggiorenne fermato ieri, 15 maggio, e per di più preparati allo scontro, alla rissa di strada tra bande, se c'era chi aveva un'arma da taglio in tasca...
Con Vito Rosiello, apriamo un canale di commenti e riflessioni sull'orrenda vicenda di Taranto ed invitiamo tutti i lettori de La Porta di Vetro a offrire il proprio contributo. (Mi.R.)
L’omicidio di Bakari Sako non riguarda soltanto Taranto o una singola vicenda di cronaca: riguarda tutti noi, perché mette in luce problemi sociali che attraversano molte città italiane e che coinvolgono l’intera società. La violenza giovanile, il disagio delle periferie, la difficoltà dell’integrazione e il senso di abbandono vissuto da molti adolescenti non sono fenomeni isolati, ma segnali di una crisi educativa e sociale più ampia. Quando un uomo viene ucciso, mentre va al lavoro da ragazzi poco più che minorenni, emerge una domanda collettiva sul tipo di comunità che stiamo costruendo e sul futuro delle nuove generazioni. Ignorare questi episodi significherebbe considerare la violenza come un problema lontano, mentre in realtà essa nasce spesso da fragilità diffuse che possono riguardare ogni territorio.
Di fronte a questa crescita della violenza, anche le politiche securitarie degli ultimi anni mostrano tutti i loro limiti. Le numerose leggi sulla sicurezza, l’inasprimento delle pene e l’aumento delle misure repressive non hanno inciso in modo significativo sulle cause profonde del disagio giovanile. Gli episodi di aggressione, le baby gang e la violenza nelle periferie continuano infatti a crescere, dimostrando che il problema non può essere affrontato esclusivamente attraverso il controllo e la punizione. La repressione può intervenire dopo il reato, ma difficilmente riesce a prevenire il vuoto sociale, educativo e relazionale da cui spesso queste forme di violenza prendono origine.
Le periferie urbane rappresentano spesso il terreno più fragile in cui questi fenomeni proliferano. Quartieri segnati da disoccupazione, povertà educativa, abbandono scolastico e carenza di spazi aggregativi diventano luoghi dove molti giovani crescono senza punti di riferimento solidi. In assenza di alternative culturali e sociali, il gruppo può trasformarsi nell’unica forma di identità disponibile. La forza del branco sostituisce il senso di comunità che manca. In questo contesto, anche il tema dell’integrazione sociale assume un ruolo centrale. Bakari Sako era un lavoratore straniero che viveva da anni in Italia, integrato nella vita quotidiana della città. La sua uccisione ha sollevato il sospetto di un possibile movente razziale, evidenziando quanto, in alcune realtà, persistano tensioni legate alla convivenza multiculturale. Quando mancano occasioni reali di inclusione, il diverso rischia di diventare facilmente un bersaglio simbolico su cui scaricare rabbia e frustrazione. Il disagio giovanile non nasce improvvisamente, è spesso il risultato di anni di solitudine sociale, famiglie in difficoltà economica, scuole lasciate senza strumenti adeguati e territori privi di investimenti. Molti adolescenti vivono un senso di esclusione che si trasforma in aggressività. La violenza diventa così una forma distorta di affermazione personale, un modo per sentirsi visibili in una società percepita come distante. Anche il ruolo dei social media contribuisce ad amplificare il fenomeno.
La ricerca di approvazione online, la spettacolarizzazione delle aggressioni e la diffusione di contenuti violenti possono rafforzare comportamenti emulativi. In alcuni casi, il branco non agisce soltanto per dominare, ma anche per costruire una reputazione digitale fatta di paura e consenso. Di fronte a episodi come quello di Taranto, il rischio è limitarsi all’indignazione del momento. Ma repressione e arresti, da soli, non bastano a risolvere il problema. Servono interventi profondi: scuole più presenti nei territori difficili, centri sportivi e culturali accessibili, sostegno psicologico per i minori, percorsi di educazione civica e inclusione sociale. È necessario ricostruire legami comunitari che in molte periferie si sono progressivamente indeboliti. L’omicidio di Bakari Sako obbliga il Paese a guardare dentro le proprie contraddizioni.
La questione non si può restringere alla città di Taranto, ma tutte quelle realtà dove giovani crescono ai margini, senza prospettive e senza strumenti per gestire rabbia e frustrazione. Comprendere queste dinamiche non significa giustificare la violenza, ma riconoscere che ogni società produce i propri conflitti. E che ignorarli, troppo a lungo, può avere conseguenze più tragiche di quelle con cui dobbiamo già confrontarci.













































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