Il caldo nei luoghi di lavoro: evidenze scientifiche e sfide per la prevenzione
- Michela Bonafede
- 4 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Dai dati sugli infortuni alle nuove ordinanze: cosa cambia con il clima che si surriscalda
di Michela Bonafede*

Il caldo si è progressivamente radicato nei luoghi di lavoro in modo silenzioso. Non come un evento improvviso, ma come una condizione persistente che, nel tempo, modifica le modalità operative, i processi produttivi e i livelli di esposizione ai rischi.
Negli ultimi anni, l’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore ha reso evidente ciò che la ricerca aveva già iniziato a documentare: il caldo non è solo un fattore di disagio, ma un determinante concreto di salute e sicurezza sul lavoro. I dati indicano che una quota significativa di lavoratori è esposta a temperature estreme durante l’attività lavorativa, e le prospettive climatiche suggeriscono che questa esposizione crescerà nel tempo. Il problema, tuttavia, non è solo ambientale. È anche culturale.
Percezione del rischio e illusione di controllo
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il modo in cui il rischio caldo è percepito dai lavoratori. Le indagini condotte nell’ambito del progetto Worklimate, progetto coordinato da Inail e Cnr-Ibe e che ha visto la partecipazione di numerosi Enti partner, mostrano un quadro articolato: tra i lavoratori esposti esiste una consapevolezza diffusa del fatto di operare in condizioni potenzialmente rischiose, ma questa percezione non si traduce automaticamente in una conoscenza adeguata del fenomeno.
In altre parole, si sa di essere esposti, ma non si sa esattamente perché e con quali conseguenze. I dati evidenziano infatti una discrepanza tra percezione e conoscenza del rischio, con una comprensione spesso limitata dei meccanismi dello stress termico e delle misure efficaci di prevenzione. In questo contesto emerge il cosiddetto paradosso dell’overconfidence: i lavoratori che dichiarano di avere una conoscenza più elevata del rischio risultano, nei fatti, quelli con una conoscenza più bassa.
Questo fenomeno ha implicazioni rilevanti. La convinzione di saper gestire il caldo porta a comportamenti meno cauti e a una sottovalutazione dei segnali di affaticamento e stress termico. Va inoltre considerato che la formazione, pur presente, non sempre si dimostra efficace: meno della metà dei lavoratori dichiara di aver ricevuto una formazione specifica sul tema.
Caldo e infortuni sul lavoro: il contributo degli studi epidemiologici
Il legame tra caldo e infortuni è oggi supportato da evidenze epidemiologiche consolidate. Le alte temperature non agiscono quasi mai come causa diretta, ma incidono sui fattori che determinano l’infortunio: attenzione, tempi di reazione, capacità decisionale.
Le analisi basate su dati Inail indicano una correlazione significativa tra esposizione a temperature estreme e aumento degli infortuni sul lavoro. Le stime più aggiornate quantificano in oltre 4.000 casi annui gli infortuni associati al caldo, evidenziando anche impatti sulla produttività.
Il rischio non è uniforme. I settori più esposti sono quelli in cui il lavoro si svolge all’aperto o comporta un elevato sforzo fisico: agricoltura ed edilizia in primo luogo. In questi ambiti, il caldo agisce come fattore aggravante di un rischio già elevato.
Emergono inoltre elementi rilevanti in relazione a specifici gruppi di lavoratori. Tra questi, i lavoratori più giovani, che in diversi contesti risultano più vulnerabili. La minore esperienza e una percezione del rischio non completamente sviluppata contribuiscono a una maggiore esposizione agli infortuni, soprattutto nelle giornate caratterizzate da temperature elevate.
Accanto agli infortuni meno gravi, il caldo contribuisce anche agli esiti più severi. Studi recenti indicano un incremento del rischio relativo di infortuni mortali nelle giornate caratterizzate da temperature elevate, con stime di circa 15 decessi all’anno associati al caldo in ambito occupazionale.
Anche in questo caso il fenomeno è più marcato nei settori outdoor, in particolare in agricoltura e costruzioni. Il caldo interviene come fattore che amplifica le criticità già presenti: carichi di lavoro elevati, condizioni organizzative non ottimali, scarsa prevenzione.
Il contributo del progetto Worklimate
In questo scenario si colloca il progetto Worklimate, che ha fornito negli ultimi anni un contributo rilevante sia sul piano scientifico sia su quello operativo e che in questi giorni riparte con la sua terza fase (BRIC Inail 2025).
Il progetto ha permesso di integrare dati epidemiologici, osservazioni sul campo e indagini sulla percezione del rischio, restituendo un quadro complessivo del fenomeno. Tra gli elementi distintivi vi è il coinvolgimento diretto delle imprese, con focus aziendali dedicati allo studio delle condizioni reali di esposizione e delle pratiche di prevenzione. Parallelamente, sono stati sviluppati strumenti previsionali e sistemi di allerta in grado di tradurre informazioni meteorologiche e dati sanitari in indicazioni operative per la gestione del rischio.
Uno degli sviluppi più significativi è rappresentato dal trasferimento delle evidenze scientifiche nelle politiche pubbliche. Negli ultimi anni, e con ulteriori aggiornamenti nel 2026, diverse regioni italiane hanno adottato ordinanze che limitano o vietano il lavoro nelle ore più calde della giornata, in funzione dei livelli di rischio segnalati dal sistema previsionale di allerta Worklimate.
Queste misure, inizialmente circoscritte a specifici territori e settori, sono state progressivamente estese. Oltre ad agricoltura ed edilizia, hanno interessato ambiti come la logistica, il florovivaismo e altri comparti caratterizzati da esposizione diretta alle alte temperature. Complessivamente, si stimano oltre 2 milioni di lavoratori coinvolti.
Le analisi disponibili indicano che tali ordinanze sono associate a una riduzione significativa dei tassi di infortunio nei settori interessati, con diminuzioni che in alcuni casi superano il 20%.
Una sfida aperta
Il caldo è ormai una componente strutturale del lavoro contemporaneo. Non rappresenta più un’eccezione, ma un fattore con cui è necessario confrontarsi in modo sistematico. I dati mostrano che le conoscenze esistono e che strumenti efficaci sono disponibili. Tuttavia, permangono criticità significative: nella percezione del rischio, nella formazione, nell’organizzazione del lavoro e nell’adozione diffusa delle misure di prevenzione.
Colmare questo divario rappresenta una delle principali sfide per la salute e la sicurezza nei prossimi anni. Non si tratta solo di adattarsi al cambiamento climatico, ma di ridefinire il rapporto tra lavoro e ambiente, integrando il rischio caldo nei sistemi di prevenzione in modo stabile e consapevole.
In questa prospettiva, esperienze come quella di Worklimate indicano una direzione possibile: trasformare la conoscenza scientifica in strumenti operativi e politiche efficaci, capaci di incidere concretamente sulla tutela dei lavoratori.
*Senior Researcher – Inail, Dipartimento di Medicina, Epidemiologia e Igiene del Lavoro e Ambientale








































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