Cosa vuol dire “fare la difesa europea” e perché dobbiamo occuparcene?
- Domenico Moro
- 1 giorno fa
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di Domenico Moro

Ringrazio Antonio Nicolosi per aver avuto la pazienza di leggere la recensione al libro di Fabbrini. Non mi pare che, tra noi due, vi sia una differenza di posizioni. Credo che siamo entrambi d’accordo nel dire che si è favorevoli ad una difesa europea. È una posizione che ho già espresso in precedenti articoli scritti per questo sito e che ripeto anche nel presente lavoro. In quest’ultimo si cerca di argomentare il fatto che l’obiettivo di una difesa europea va ben al di là dell’istituzione di una forza armata europea, ma che si tratta di un passo fondamentale per rafforzare una statualità europea.
Sempre più spesso si sente affermare - oltre che delle organizzazioni federaliste - dai partiti più europeisti e da molti media europei, che bisogna “fare la difesa europea”. Le discussioni che hanno avuto luogo su questo tema hanno però evidenziato che, generalmente, vengono confusi due modi di intendere questo obiettivo. Con questo articolo, si cerca di rimediare, nella speranza che la risposta sia soddisfacente.
Il piano Readiness2030
Ci sono due modi in cui può essere affrontato il tema di che cosa vuol dire “fare la difesa europea”. Il primo è quello di considerare la difesa europea come un fine in sé stesso, in ciò supportato da evidenti fatti come il collasso dell’ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi ottant’anni e le crescenti minacce alla sicurezza europea. Il secondo è quello di vedere nella difesa europea il passo decisivo verso il consolidamento della statualità europea. Le due prospettive non sono contrapposte, ma possono indirizzare la discussione su binari molto diversi, soprattutto dal punto di vista delle motivazioni a sostegno di una strategia federalista fondata su questo obiettivo.
Il primo modo di affrontare il problema, nel migliore dei casi e nel contesto di un sistema di difesa articolato su due livelli istituzionali, porta a discutere di aspetti strettamente tecnico-militari come, ad esempio, dei sistemi d’arma di cui si deve dotare l’Ue e di quelli di cui si devono dotare gli Stati; oppure, soprattutto dopo che la Presidente della Commissione europea ha varato il piano Readiness2030, tra chi vuole spendere solo per la difesa europea – come sostengono anche alcuni federalisti - e non per quella nazionale. Si tratta di punti di vista certamente utili quando si è già deciso di procedere verso una difesa europea, ma non nella fase in cui bisogna ancora decidere se questo è il punto di cui ci si deve occupare. Nella peggiore delle ipotesi, questo modo di affrontare l’argomento porta la discussione sul terreno di una falsa contrapposizione tra presunti “pacifisti” e presunti “militaristi”.
Il secondo modo è quello di considerare l’obiettivo di una “difesa europea” come lo intendevano Einaudi, Spinelli e Monnet. Per costoro, fare la difesa europea voleva dire fare un passo avanti verso una statualità europea, perché non c’è difesa senza Stato, come non c’è Stato senza difesa. Inoltre, affrontare l’obiettivo in questi termini porta a discutere, oltre che della forma di Stato che si dovrà dare l’Ue, del modello di difesa compatibile con quella forma di Stato e che, per i federalisti, non può che essere quello di un’unione federale. Infine, discutendo di difesa europea ci si rende subito conto del fatto che questo pone il problema dei rapporti con la NATO e con gli USA; del rapporto con un bilancio europeo che, per poter finanziare autonome forze armate europee, deve contare su risorse fiscali proprie su un debito europeo; e, soprattutto, pone il problema del ruolo che può avere una Ue credibile ed autorevole sul piano della sicurezza, se intende proporre un ordine mondiale inclusivo, fondato su solide istituzioni multilaterali e su regole condivise.
La visione federalista e le intuizioni di Altiero Spinelli
La prospettiva che devono assumere i federalisti, se vogliono condurre una seria battaglia, non tanto per fare la difesa europea, ma per fondare uno Stato europeo (o, meglio, uno Stato di Stati, come è la visione federalista), è pertanto quello di vedere nella difesa europea una componente essenziale, accanto alla moneta, della statualità europea. Einaudi vedeva nella moneta e nella difesa le competenze indispensabili per fondare una federazione europea su basi solide (L. Einaudi, Problemi economici della federazione europea, 1950). Altiero Spinelli, da parte sua, nel marzo del 1953, nel paragrafo dal titolo “L’unificazione militare primo passo verso l’unificazione politica”, di un opuscolo propagandistico a sostegno della C.ED., sosteneva che “la ragione essenziale per cui si deve essere in favore della C.E.D. è che l’organizzazione che essa prevede è tale, pur nei suoi difetti, che da essa è assi più facile andare oltre, che tornare indietro. Le manchevolezze che si sono segnalate – in particolare, l’assurdo per cui si tenta di creare un esercito comune senza l’indispensabile presupposto di un’autorità politica da cui esso dipenda – rappresentano in sé dei gravi elementi negativi, ma presentano anche una forte spinta dinamica: le forze politiche, l’opinione pubblica, i Governi già si rendono conto, e più si renderanno conto, che ‘organizzazione prevista è solo provvisoria, che se si vuole rafforzare la difesa dell’Europa, consolidare l’economia del continente, prevenire in radice ogni rischio di secessione, elevare i morale dei soldati europei – cioè insieme il loro livello di vita e il loro attaccamento alle istituzioni democratiche – è necessario passare rapidamente dalla organizzazione attuale a una vera e propria organizzazione federale” (Che cosa è la C.E.D. e perché deve essere ratificata, Supplemento al n. 3 di “Europa federata”, 1953).
Spinelli aveva anche compreso che la C.E.D. era il modo per dotare l’Europa di una politica estera comune. Nello stesso documento sosteneva, infatti, che “anche in tempo di pace le relazioni internazionali di qualsiasi Paese indipendente sono determinate, in ultima istanza, dalle forze armate di cui lo Stato dispone. E viceversa, le dimensioni delle forze armate, il loro armamento, la loro composizione, la loro dislocazione territoriale, il loro addestramento, sono determinati dalla politica estera che lo Stato conduce. L’unificazione militare dell’Europa non può dunque concepirsi senza la contemporanea unificazione della sua politica estera”.
Per la verità, il precedente di Spinelli insegna anche un’altra cosa: come la C.E.D. avrebbe posto il problema della convocazione di un’assemblea costituente, così oggi fare la difesa europea vuol dire porre le condizioni per modificare i trattati là dove sarebbe necessario. Mentre non vale il contrario, perché mentre i governi hanno il problema della difesa, non c’è il consenso a favore della riforma dei trattati: non ci sono scorciatoie sulla via che porta all’unificazione politica europea.
Il riarmo tedesco e le preoccupazioni europee
L’obiettivo di una difesa europea può anche essere visto da una prospettiva monnettiana. Monnet sintetizzò l’esperienza che aveva accumulato nelle molte battaglie condotte per far avanzare il processo di unificazione europea, in una frase che i federalisti dovrebbero sempre tenere a mente. “Avevo imparato – afferma Monnet – che non si può agire su linee generali, partendo da un concetto vago, ma che tutto diventa possibile se si riesce a concentrarsi su un punto preciso che determina poi tutto il resto” [sottolineatura nostra]. È proprio quello che aveva ben capito Spinelli il quale, nel sostenere la C.E.D., ne aveva tratto la conclusione che l’istituzione di un esercito europeo avrebbe posto il problema, oltre che di un’assemblea costituente e di una politica estera europea, anche quello della “creazione di un sistema fiscale europeo e di un bilancio europeo”. Oggi possiamo aggiungere che, istituire una difesa europea, significa soprattutto consentire all’Ue di avanzare, credibilmente, proposte per un ordine mondiale fondato sul multilateralismo e su regole condivise. In poche parole, la richiesta di una difesa europea è “il punto preciso che determina poi tutto il resto”.
Certamente occorre concordare sul fatto che la difesa europea è il punto decisivo. Per farlo credo che i federalisti dovrebbero fare quello che hanno sempre fatto: chiedersi in che misura i mutamenti negli equilibri di potere a livello mondiale e gli avanzamenti nel processo di unificazione europea pongono un problema che non può essere risolto a livello nazionale, ma solo a livello europeo. Storicamente, è stato così per le elezioni europee nel momento in cui, per avanzare, le istituzioni europee avevano bisogno di una legittimazione democratica, ed è stato così per la moneta europea, perché l’instabilità del dollaro stava mettendo in discussione le conquiste raggiunte con il mercato comune ed il mercato interno.
L’ascesa della Cina, il progressivo disimpegno americano dal continente europeo e la politica aggressiva della Russia, stanno imponendo all’Ue di dotarsi di una propria difesa e la sicurezza degli europei non può essere affrontata e risolta a livello nazionale, ma richiede una risposta europea. È, infatti, solo quando i governi hanno un problema strutturale che non possono risolvere a livello nazionale che si apre una finestra di opportunità per l’iniziativa federalista. L’alternativa è il riarmo nazionale e quello tedesco sta preoccupando l’intera Europa.
Quando si insiste sulla dimensione strategica (ai fini della fondazione di un’unione federale) della difesa europea, alcuni federalisti non convinti – in buona fede – del fatto che questo è l’obiettivo da perseguire, continuano a rivolgere domande del tipo: “è possibile una difesa europea, prima di una politica estera comune?”, oppure: “a quali istituzioni europee ed a quale struttura di comando e controllo risponderebbe una forza armata europea?”. Sono certamente domande legittime, ma Monnet e Spinelli avevano posto il problema in termini opposti: prima ci si mette d’accordo sull’obiettivo comune e che corrisponde all’interesse generale o poi si discute su come risolvere i problemi che esso può porre. Comunque, Spinelli, come si è visto prima, aveva già risposto anche a queste domande più di settant’anni fa.
Se non sono chiari questi punti, non solo è difficile promuovere una campagna per un sistema europeo di difesa, ma è ancora più difficile motivare le varie generazioni di militanti che frequentano le organizzazioni europeiste e federaliste.












































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