Ue e debito pubblico. Altro che vittoria: finiremo nelle mani degli "strozzini"...
- Giancarlo Rapetti

- 4 giu
- Tempo di lettura: 2 min
Nella scelta del governo non esiste visione del futuro, se non propaganda elettorale
di Giancarlo Rapetti

In tempi di memoria corta, pochi ricorderanno Luigi Di Maio, Vice Presidente del Consiglio del primo Governo Conte, che, la sera del 27 settembre 2018, esulta dal balcone di Palazzo Chigi, facendo il segno di vittoria. Festeggiava il DEF (Documento del Governo che prepara il bilancio dello Stato), nel quale era indicato un rapporto deficit/PIL superiore al tetto del 2 per cento. Una vittoria soprattutto nei confronti del Ministro dell’Economia Giovanni Tria, che da tecnico qualificato si era opposto, fin quando politicamente possibile, alla scelta foriera di ulteriori danni economici e finanziari.
Per chi si ricorda, è evidente l’accostamento con il video prodotto da Giorgia Meloni, in cui la Presidente del Consiglio, tutta tronfia, festeggia la vittoria nazionale sulla Commissione Europea, che farà finta di niente se l’Italia supererà i tetti di debito per investimenti finalizzati al contenimento dei costi energetici.
Dell’attuale vicenda si può anche dare una versione razionale. Ci ha provato Carlo Calenda che, a TG2 Post, ha spiegato, con sintesi efficace, che la flessibilità sarà ammessa per spese di investimento destinate strutturalmente a diminuire i costi energetici e non per interventi di riduzione delle accise o di diminuzione generalizzata delle bollette. Un’applicazione in concreto della dottrina Draghi sul “debito buono”.
Tuttavia, queste sono considerazioni valide per chi voglia capire o approfondire. Il messaggio massivo che passa è che “l’Italia s’è desta” e ha sconfitto l’Europa cattiva che non ci voleva lasciar spendere per il nobile scopo di aiutare famiglie e imprese. Innanzitutto prendiamo atto che Giorgia Meloni ha messo a segno un altro colpo nella sua inarrestabile marcia propagandistica, in cui ha dimostrato di essere imbattibile.
Nel merito, anche volendo affrontare razionalmente la questione, ci sono almeno due grossi “ma”. Il primo “ma” riguarda la definizione, spesso opinabile, di “debito buono”. Il PNRR doveva essere tutto “debito buono”, cioè, detto in parole semplici, investimento in grado di produrre reddito aggiuntivo sufficiente a ripagare l’investimento stesso e promuovere sviluppo. E’ andata così? Dal poco che si sa, è lecito dubitarne.
Il secondo “ma” riguarda la situazione debitoria dell’Italia. Davvero pensiamo che per il paese più indebitato d’Europa (e secondo nell’area OCSE) la soluzione sia fare ulteriore debito? Nel mondo delle famiglie e delle imprese chi si comporta così fallisce o finisce nelle mani degli strozzini.
Il Governo in carica queste cose le sa benissimo, ma l’interesse immediato è avere soldi da distribuire in anno elettorale. La frase attribuita ad Alcide De Gasperi, secondo cui “lo statista guarda alle prossime generazioni e il politico alle prossime elezioni”, si conferma non una brillante formula retorica, ma una semplice verità.













































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