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IL RACCONTO. La Venere Colca, suggestioni anarchiche tra marmi, mare e... chantilly

di Luisella Fassino


Mio padre Giovanni aveva una strana inquietudine addosso. Da bambina non avrei saputo darle un nome, naturalmente. Mi sembrava semplicemente che il babbo fosse sempre alla ricerca di qualcosa. Qualcosa che non era mai soltanto un oggetto. Era come se inseguisse continuamente una scintilla capace di sorprenderlo, una bellezza nascosta agli occhi degli altri, una sua personale pentola d’oro da trovare dove finisce l’arcobaleno.

Mamma Pierina quella inquietudine non l’aveva mai capita davvero. L’aveva amata, certamente. Ci aveva costruito una famiglia, una casa piena di figli, di sacrifici e di vita. Però quell’eterna ricerca del babbo continuava a sembrarle una forma incomprensibile di irrequietezza.

Così in casa nostra si ripeteva sempre la stessa scena.

Quando il babbo comprava qualcosa, un quadro, un violino o un oggetto di antiquariato cedendo alla tentazione del bello, mamma protestava. Quando, anni dopo, vendeva o scambiava quello stesso oggetto con qualche amico o collezionista di passaggio, protestava di nuovo. E le proteste si facevano spesso ancora più accese.

Da bambina quella contraddizione mi lasciava perplessa. Non riuscivo a capire come fosse possibile criticare allo stesso modo sia l’arrivo che la partenza delle cose. Mi sembrava quasi che gli oggetti avessero una loro vita segreta: entravano in casa nostra portandosi dietro storie misteriose e poi, un giorno, sparivano di nuovo, diretti verso altre case e altri destini.

Erano gli anni del boom economico e l’Italia stava cambiando abitudini, desideri e perfino il modo di trascorrere l’estate. Le grandi migrazioni interne avevano portato molte famiglie verso le città industriali del Nord, ma agosto continuava a riportare tutti verso le proprie radici: i paesi d’origine si ripopolavano improvvisamente di figli e nipoti tornati dalla città, le automobili viaggiavano cariche all’inverosimile lungo strade assolate, e il ritorno ai nonni sembrava quasi un rito collettivo.

Noi, in fondo, eravamo più fortunati di altri. La nostra campagna, il paese dei nonni, era a pochi chilometri dalla città e non avevamo bisogno di affrontare lunghi viaggi per ritrovare affetti, cortili e profumi familiari. Eppure, anche nelle nostre vite stava entrando lentamente un’idea nuova di vacanza. Tornare al paese non sembrava più sufficiente: si iniziava a dire che i bambini cittadini avessero bisogno di sole, di aria buona e soprattutto del mare. Così, un po’ alla volta, anche noi sentimmo quel richiamo.

Il nostro mare però non era quello delle fotografie eleganti delle riviste, degli hotel di lusso ma neanche quello delle pensioni a gestione familiare della riviera romagnola. La zia Rosina, suora e sorella del nonno, dirigeva una casa vacanze per famiglie a Massa, sulla collina sopra il castello Malaspina, vicino alle terme di San Carlo. Villa “Le Grazie” era immersa nel verde, sospesa fra il profilo delle Alpi Apuane e il mare che, seppur lontano, lasciava intuire la sua presenza dall’odore nell’aria, quel luogo che qualcuno ha definito “la terra di marmo con l’anarchia nel cuore”.

Ogni mattina si prendeva il filobus da Piazza Aranci per andare alla Marina. Si faceva il bagno, si giocava un poco sulla spiaggia e poi si tornava indietro per pranzare tutti insieme. Per noi piccoli quella strada sembrava lunghissima, ma aveva il sapore dell’avventura e della libertà.

Il babbo invece non era tipo da spiaggia e dunque non amava stare fermo sotto l’ombrellone o fare il bagno con noi. Così spariva per ore nelle sue esplorazioni. Le cave di marmo, i laboratori artigiani, la polvere bianca del marmo delle Apuane erano per lui una specie di richiamo irresistibile.

Cercava pietre, quarzi trasparentissimi che i cavatori consideravano un “cancro” del marmo, minerali, sculture, piccoli tesori dimenticati. All’eterna ricerca della sua pentola d’oro.

Il babbo, però, nelle sue esplorazioni non cercava soltanto oggetti. Quello che lo attirava erano anche le persone, le storie, l’umanità nascosta dietro la pietra e la polvere bianca delle cave. Le Alpi Apuane erano fatica, rischio, silenzi e vite consumate troppo in fretta dal duro lavoro nelle cave.

Restava affascinato dai racconti dei cavatori, parlava a lungo con loro, ascoltava le loro storie come se fossero parte stessa delle montagne.

E più di tutti lo colpivano i lizzatori, figure oggi quasi leggendarie che, con ruoli e strumenti immutati dai tempi di Michelangelo, erano incaricate di accompagnare a valle gli enormi blocchi di candido marmo, lungo ripidissime discese, frenandoli con corde, pali e una forza fisica che sembrava disumana. Bastava un errore, uno scivolamento, una corda spezzata, e la montagna si prendeva la sua vittima.

Quel lavoro scavava gli uomini prima ancora della montagna.

E il babbo manifestava un’insolita curiosità verso la storia politica e umana di quei luoghi. Da quella durezza erano nate idee ribelli e un profondo bisogno di giustizia sociale. Colonnata, che oggi tutti associano soltanto al lardo conservato nelle conche di marmo e alle trattorie per turisti, custodiva ancora la memoria di un paese operaio e fiero, dove il movimento anarchico aveva trovato terreno fertile già dalla fine dell’Ottocento. Fra cavatori, scalpellini e lizzatori circolavano giornali clandestini, idee libertarie, racconti di scioperi e di repressioni. Quelle montagne isolate avevano custodito uomini abituati a sfidare ogni giorno la morte e quindi poco inclini ad accettare padroni.

Proprio a Colonnata, dopo il secondo conflitto mondiale, si era tenuto il congresso che segnò la rinascita del movimento anarchico italiano uscito dalla Resistenza. In quelle cave molti partigiani avevano trovato rifugio durante l’occupazione nazifascista, aiutati dalla popolazione locale che conosceva sentieri e nascondigli meglio di chiunque altro. La Lunigiana e l’Alta Versilia furono territori di grandi sacrifici umani durante l’occupazione tedesca, si pensi alla strage di civili, prevalentemente donne e bambini, della vicina Sant’Anna di Stazzema

Credo che tutto questo lo affascinasse profondamente.

Per lui quelle statue, quei blocchi di marmo, quei volti perfetti scolpiti nella pietra non erano mai soltanto oggetti belli. Dentro vi vedeva la montagna, la cava, la fatica degli uomini, le mani consumate dei cavatori, gli occhi bruciati dal riverbero del sole sul candido marmo, il sudore, le idee, le vite intere rimaste intrappolate nella polvere bianca del marmo delle Apuane.

Forse era questo, in fondo, il vero tesoro che cercava continuamente nelle sue peregrinazioni: non le cose, ma le storie umane che le cose riuscivano a custodire.

Fu durante una di quelle esplorazioni che incontrò la vedova di uno scultore, Giovanni Vinchesi, morto da poco d’infarto mentre lavorava. Ricordo ancora una delle mie sorelle che, in un tema sulle vacanze, al ritorno a scuola raccontò: “siamo andati dalla moglie dello scultore che fu colpito da un colpo mentre scolpiva”. Nel nostro linguaggio familiare del nord ovest, l’infarto era semplicemente “il colpo”.

Il babbo rimase affascinato da quelle candide e perfette opere marmoree.

Ne comprò alcune, tre grandi statue di soggetto classico e una testa chiamata “La Furia”.

Come siano riuscite ad arrivare fino a Torino quelle pesantissime fanciulle di marmo, ancora oggi non riesco a spiegarmelo. Nella memoria di bambina le cose apparivano semplicemente, quasi per magia.

Così un giorno il salotto buono della nostra casa si riempì di quelle presenze solenni. Le statue entrarono nelle nostre vite quasi naturalmente e finirono per diventare silenziose testimoni della quotidianità familiare, immobili custodi di un mondo che oggi sembra lontanissimo.

Ricordo i momenti in cui mi fermavo a guardare il volto perfetto di una di queste, la Colca, la statua su cui stava lavorando il marmista nell’ora fatale, e dunque incompiuta in alcuni dettagli.

La Colca apparteneva a quel mondo classico che allora ignoravo completamente, ma che istintivamente mi affascinava. Aveva il volto delle dee antiche: linee perfette, sguardo assorto e seduta sulla sua anfora emanava una calma che sembrava attraversare i secoli. Da bambina mi fermavo spesso davanti a lei e seguivo con le dita il profilo della fronte, del naso e delle parti incompiute, incredula che una pietra potesse diventare così viva sotto le mani di uno scultore

Particolare della Venere Colca
Particolare della Venere Colca

Le statue, dal loro piedistallo osservavano i sabati sera di casa nostra, quando si ricevevano gli ospiti di riguardo: la maestra, i maestri di musica delle mie sorelle, i cugini benestanti, gli amici partigiani del babbo che arrivavano portandosi dietro racconti, discussioni politiche, memorie di anni durissimi che noi bambini ascoltavamo senza comprendere davvero. Nel salotto si faceva musica, si parlava fitto, si fumava molto, si rideva, qualche volta si discuteva animatamente, mentre la luce del lampadario si rifletteva sul marmo chiaro della Colca, dando quasi l’impressione che quel volto ascoltasse le conversazioni degli umani.

Per noi bambini era sempre festa e aspettavamo soprattutto il momento dei pasticcini.

Ricordo ancora l’attesa dell’apertura del pacchetto della pasticceria “La Fragola” della signora Brizio, posato con solennità sul tavolino apparecchiato con la tovaglietta rossa delle feste. Restavamo in osservazione, pronti a cogliere l’istante esatto in cui sarebbe stato concesso anche a noi di scegliere. La vera conquista erano gli chantilly, ambitissimi, soffici e preziosi come piccoli tesori. Bisognava arrivare fra i primi per riuscire ad aggiudicarseli. E intanto, la Venere Colca continuava il suo silenzio perfetto, elegante e immobile in mezzo alle nostre vite rumorose. Forse fu allora, senza che me ne rendessi conto, che imparai cosa fosse la bellezza.

Mamma invece continuava le sue battaglie domestiche con il babbo. E una delle più memorabili scoppiò quando lui decise di cedere una delle statue in cambio del lavoro di una sarta che aveva confezionato gli abiti per tutta la famiglia, in occasione del matrimonio del cugino Gianni.

Per la mamma fu un doppio affronto.

Non solo perché la statua, quella che secondo lei era la più bella, lasciava la casa, ma soprattutto perché, quei vestiti, a suo giudizio di professionista incompiuta della sartoria, erano tagliati male e cuciti peggio. Credo comunque che la mamma avesse ragione da vendere, chi ci guadagnò davvero fu la sarta.

Il babbo viveva gli oggetti in modo diverso. Per lui nulla era definitivo. Le cose arrivavano, sostavano accanto a noi per un tratto di strada e poi ripartivano. Come le persone. Come le stagioni.

Il ginocchio "incompleto"
Il ginocchio "incompleto"

Oggi quella grande casa di famiglia non esiste più, così come i genitori e gli amici che la frequentavano nei sabati sera. Noi figli siamo più che cresciuti, dispersi nelle nostre vite adulte, e gli oggetti raccolti dal babbo nelle sue infinite ricerche si sono sparsi nelle nostre case come frammenti di memoria.

La Venere Colca, dopo molti anni e molti passaggi, è arrivata da me.

Ora è qui e mi sembra di rivedere mio padre mentre rincorre la sua pentola d’oro fra la polvere bianca delle cave di marmo, e mia madre che lo aspetta scuotendo la testa, incapace di comprendere fino in fondo l’irrequietezza di quell’uomo, sospinto dall’eterna ricerca del suo tesoro, che aveva sposato.

E forse oggi, dopo una vita trascorsa nelle risorse umane, ad ascoltare le storie delle persone attraverso il loro lavoro, comprendo meglio anche lui.

Perché quella statua incompiuta, apparentemente immobile e silenziosa, non riesco a vederla soltanto come un oggetto d’arte. Dentro quel marmo continuo a scorgere la fatica del cavatore che ha strappato la pietra alla montagna, il rischio dei lizzatori che l’avevano accompagnata verso valle sfidando la morte, la mano dello scultore che da una materia dura e fredda aveva liberato un volto gentile e vivo e perché no?, la cura con cui trasportatori movimentarono le statue da Carrara fino a Torino, portandole a casa nostra, su al terzo piano senza ascensore.

Forse è deformazione professionale, ma in ogni cosa intravedo il lavoro dell’uomo. E forse è proprio questo che mio padre cercava davvero nei suoi infiniti vagabondaggi: non semplicemente la bellezza delle cose, ma l’umanità che rimane prigioniera dentro di esse.

Così, oggi, l’incompiuta Venere Colca mi accoglie nel silenzio ogni sera, non soltanto come memoria di famiglia, ma come testimonianza di vite, di lavoro, di fatica e di talento. E ogni volta che il mio sguardo si posa sul profilo perfetto del suo volto, mi sembra che dentro quel marmo continuino ancora a vivere insieme il sogno inquieto di mio padre, le proteste di mia madre, le mani rovinate dei cavatori e l’estro silenzioso dell’artista che diede forma umana al candido marmo.

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