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La stanza del pensiero critico

L’economia come arma di guerra: un Paese disarmato davanti ai poteri globali


di Savino Pezzotta


Con questo articolo Savino Pezzotta, Segretario Generale della Cisl dal 2000 al 2006, parlamentare nella XVI legislatura (2008) e tante altre cose ancora nel suo lungo impegno sociale e politico, cattolico, comincia oggi, lunedì 10 novembre, la sua collaborazione con la Porta di Vetro. Nella sua "Stanza del pensiero critico", il titolo che ci siamo assunti l'onere e l'onore di dare alla rubrica, Pezzotta spazierà di lunedì con il suo eclettismo su più argomenti, scrutando un orizzonte che vorremmo sempre più ancorato alla coesistenza pacifica e meno insanguinato dalle guerre. Ed è proprio con l'economia diventata "nuova arma di guerra" che entriamo per la prima volta nella stanza del pensiero critico. La Porta di Vetro


Viviamo in un tempo in cui la guerra non ha più confini netti. Non serve più un esercito per piegare un Paese: bastano una sanzione, un embargo, un rialzo dei tassi o il blocco di una fornitura energetica. L’economia è diventata la nuova arma di guerra. È un’arma “pulita” solo in apparenza, perché non lascia macerie visibili, ma produce disuguaglianza, disoccupazione e povertà. In questa guerra silenziosa l’Italia si trova in una posizione fragile, costretta a subire le scelte delle potenze più forti e a reagire sempre dopo gli altri, raramente in anticipo.

Le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina sono state un esempio evidente di come la politica estera si combini oggi con la guerra economica. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno tentato di isolare Mosca, colpendo le sue esportazioni e congelando le sue riserve finanziarie. Ma a pagare il prezzo più alto, almeno nel breve periodo, sono stati anche i cittadini europei. L’Italia, legata per anni alle forniture di gas russo, si è ritrovata improvvisamente esposta a una crisi energetica senza precedenti. Le bollette sono esplose, le imprese hanno dovuto rallentare la produzione, e l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie.


Energia, dipendenza economica irrisolta per l'Italia

Il governo italiano ha reagito con una serie di misure emergenziali — bonus, crediti d’imposta, sconti temporanei — ma senza una strategia strutturale. Si parla tanto di “indipendenza energetica”, ma la soluzione trovata è stata semplicemente cambiare fornitori, spostando la dipendenza dalla Russia verso Paesi come Algeria, Libia o Azerbaigian. È una politica del giorno per giorno, che serve a tamponare le crisi ma non a prevenirle. Manca una visione vera di lungo periodo, che punti su energie rinnovabili, ricerca e innovazione industriale. In pratica, si parla di futuro ma si governa guardando solo ai sondaggi e alle scadenze elettorali.

Parallelamente, la guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina mostra un altro volto della competizione economica globale. I due giganti si sfidano per il controllo dei microchip, delle reti 5G e dell’intelligenza artificiale. L’Europa, e con essa l’Italia, rimane spettatrice, costretta a schierarsi ma senza avere un ruolo realmente autonomo. Si parla spesso di “sovranità digitale”, ma la verità è che la maggior parte delle nostre infrastrutture tecnologiche dipende ancora da aziende straniere. In Italia, si investe poco in ricerca, si sottovaluta la formazione scientifica, e si continua a vivere di un’industria tradizionale che fatica a innovarsi. In questo contesto, la “guerra economica” si traduce per noi in un lento ma costante arretramento.


Sindacati molto politici, poco voce dei lavoratori

E mentre la politica fatica a trovare una rotta, anche i sindacati sembrano vivere una fase di crisi profonda. Nati in un’epoca in cui il lavoro aveva una sua stabilità oggi si trovano di fronte a un mondo frammentato, fatto di partite IVA, contratti precari, lavoro digitale e piattaforme. Eppure, spesso sembrano ancora ancorati a vecchi schemi praticati nella società industriale. Difendono giustamente i diritti dei lavoratori, ma faticano a interpretare i nuovi bisogni che sorgono nel passaggio alla società digitale e a una nuova organizzazione del lavoro.  Quando l’inflazione esplode o i salari reali calano, la risposta resta debole e in molti casi ininfluente. In molti casi, i sindacati italiani sembrano più preoccupati di mantenere un ruolo politico che di reinventarsi come voce reale dei lavoratori di oggi.

Nel frattempo, la politica economica del governo procede tra slogan e contraddizioni. Si parla di “sovranità economica”, ma si resta vincolati ai parametri europei e ai mercati finanziari. Si invoca la crescita, ma si taglia su scuola, sanità e ricerca, cioè proprio su ciò che garantirebbe uno sviluppo duraturo. La gestione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è un esempio emblematico: grandi promesse, molta burocrazia, pochi risultati concreti. E ogni volta che un settore entra in crisi, il governo risponde con un bonus o con un decreto urgente, senza affrontare davvero le cause strutturali del problema. È un modo di fare politica che cura i sintomi ma non la malattia.


Imparare a difendersi economicamente con le idee...

A questo si aggiunge la fragilità finanziaria dell’Italia, condizionata da un debito pubblico enorme e da una dipendenza quasi totale dalle decisioni della Banca Centrale Europea. Basta un rialzo dei tassi d’interesse per mettere in difficoltà le famiglie e le imprese. In un mondo in cui l’economia è un’arma, noi ci presentiamo disarmati, vulnerabili, incapaci di incidere davvero sullo scenario internazionale.

In questo quadro, la guerra economica non è solo qualcosa che “accade fuori”, ma anche un fenomeno interno: si combatte nelle disuguaglianze, nelle retribuzioni ferme da decenni, nel divario tra Nord e Sud, nella perdita di fiducia dei giovani verso il futuro. L’Italia sembra vivere in una continua difensiva, oscillando tra emergenze e compromessi, senza una vera strategia di cambiamento.

In conclusione, se l’economia è diventata un’arma di guerra, allora l’Italia è una nazione che deve ancora imparare a difendersi. Non con le armi, ma con idee, investimenti e coraggio politico. Serve una classe dirigente capace di pensare oltre il presente, e sindacati disposti a rinnovarsi davvero, invece di limitarsi a gestire un’eredità ormai logora. Finché continueremo a reagire invece che ad anticipare, resteremo esposti agli urti del mondo, vittime di guerre economiche che non abbiamo deciso ma che paghiamo ogni giorno. E forse la vera sfida, oggi, non è più scegliere da che parte stare, ma trovare finalmente la forza di stare in piedi da soli.

 

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