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La Mostra su Sarajevo: istantanee di "una guerra alla finestra"

di Marco Travaglini


Nella mostra fotografica di Paolo Siccardi dedicata alla "lunga notte” dell’assedio di Sarajevo nella prima metà degli anni ’90, ospitata presso il Mastio della Cittadella di Torino e organizzata dall'Associazione La Porta di Vetro[1], la sequenza delle foto incorniciate, rigorosamente in bianco e nero, e le immagini che scorrono in loop sullo schermo, riportano la memoria a trent’anni fa, al cuore martoriato della Bosnia, al dramma che ci stava consumando nei Balcani occidentali. Una realtà che Paolo Siccardi conosce bene, avendola a lungo frequentata come fotoreporter in quei luoghi dove tornavano, per la prima volta dopo l’ultimo conflitto mondiale, i terribili bagliori della guerra.


Le parole profetiche di Eros Bicic

Siccardi, nel suo lavoro, ha messo in pratica l’insegnamento di Henri Cartier-Bresson: “quello che un buon fotografo deve cercare di fare è mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio”. Ed è ciò che ha fatto con il suo codice di scrittura per immagini, con uno stile e una sensibilità che l’ha distinto da molti altri che preferivano le velocissime spedizioni di due o tre giorni con molto denaro a disposizione, giubbotti antiproiettile in prestito e una buona dose di cinismo nella ricerca dello scoop a tutti i costi. La conferma è testimoniata da questa mostra, perfettamente in linea con gli altri suoi lavori e principalmente con il libro fotografico che documentava i suoi reportage a Sarajevo e nei Balcani esattamente trent’anni fa quando il Gruppo Abele diede alle stampe Una guerra alla finestra.

Eros Bicic, giornalista nato a Pola a quel tempo corrispondente dall’estero per il Corriere della Sera, presentando quel volume, scriveva con parole quasi profetiche: “Soltanto fra molto tempo, anni, capiremo forse quanto la guerra nella ex Jugoslavia sia stata devastante per tutti noi. Anche per quelli che si credono fuori, lontani, appartenenti a un’altra civiltà, ad altri valori e destini. Allora comprenderemo forse che senza che ce ne fossimo resi conto, quegli orribili massacri, quell’immensa sofferenza della popolazione, quella violenza senza limiti, avevano sconvolto, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, il nostro modo di essere, il nostro concetto del bene e del male, la nostra sensibilità all’ingiustizia, la convinzione di essere forti nel bene e capaci di fermare il male. Allora, quando i tempi saranno probabilmente anche peggiori di quelli attuali, ci ricorderemo che, chi sa come, proprio la guerra jugoslava ci aveva abituati a convivere con l’orrore, ad accettarlo come un fatto quotidiano, quasi normale, senza più l’ambizione di ribellarsi. E capiremo che doveva essere proprio in questi anni che, distratti, abbiamo perso la nostra coscienza”.


Il bianco e nero di una città "amorosa che non si arrende"

Siccardi, all’epoca trentenne fotoreporter torinese con già all’attivo numerosi servizi e reportage in giro per il mondo, in quella sessantina di pagine con trentasette scatti che documentavano il dramma della gente nella ex Jugoslavia e in particolare a Sarajevo, interrogava le coscienze quasi in presa diretta, richiamando l’attenzione in quel 1993 sul conflitto che infuriava da quasi tre anni sull’altra sponda dell’Adriatico, nel tempo in cui Sarajevo nel cuore della Bosnia, la regione più jugoslava della terra degli Slavi del sud, era stretta d’assedio e si preparava al secondo, terribile inverno di sofferenze. L’occhio della macchina fotografica di Siccardi inquadrava la realtà, indagava la vita che resisteva testardamente alla violenza, scavava in quella tragedia dall’interno, si soffermava sulle istantanee della vita di tutti i giorni nella Sarajevo “amorosa che non si arrende” ( Liubavno Sarajevo se ne predaje ) come scriveva il poeta Izet Sarajlic.

Alcune di quelle immagini si possono vedere oggi al Mastio della Cittadella, nella mostra dedicata agli anni terribili della capitale bosniaca. Come allora vanno guardate lentamente, senza fretta per coglierne l’essenza. Come diceva Bicic “bisogna lasciare che quelle immagini entrino in noi da sole, senza forzature “ per avvertire il dolore di cui sono impregnate, per cogliere il racconto “ dell’assurdità della sofferenza, della distruzione e dell’ingiustizia”. Narrano il caos che produsse morte e pulizia etnica, corse a perdifiato per sfuggire al tiro dei cecchini, le file per l’acqua e il pane ma anche i giochi dei bambini, la voglia di vivere che non si faceva soffocare e provava a resistere in condizioni spesso oltre il limite. Quel lavoro e quelle immagini sono necessarie per aiutarci a comprendere e forse ( perché la speranza in fondo è davvero l’ultima a morire..) a diventare un poco migliori e meno disattenti su ciò che ci accade attorno.


Scatti d'autore al Mastio della Cittadelle fino al 19 marzo

Trent’anni dopo i particolari di quegli scatti rappresentano con la stessa forza il punto dove la cronaca e l’informazione incontrano l’arte. E il parallelo tra quella pubblicazione diventata una rarità per bibliofili e la mostra al Museo Nazionale d'Artiglieria, che rimarrà aperta fino al 19 marzo dal lunedì alla domenica, dalle 9 alle 19, con ingresso gratuito, è del tutto lecito e corretto perché è fondamentale riflettere su ciò che è stato evitando gli “sguardi indifferenti e bui”, parafrasando una bella canzone dei CSI su quella vicenda, dei tanti, veramente troppi, che preferirono allora guardare da un’altra parte. In fondo è questa l’unica ragione etica nel lavoro di un buon fotoreporter.


Note


[1] "La lunga notte di Sarajevo", fotografie di Paolo Siccardi, a cura di Tiziana Bonomo, organizzazione e supervisione di Michele Ruggiero (presidente de La Porta di Vetro), testi di Marco Travaglini (cui si devono anche i testi della brochure che fa da catalogo-guida) e di altri autori.

La Mostra ha ricevuto il sostegno del Consiglio regionale del Piemonte e del Comitato regionale per i Diritti Umani e Civili, il patrocinio della Città di Torino, e la collaborazione del Museo Nazionale d'Artiglieria, dell'Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia (ANARTI) con la Sezione di Torino e di ArtPhoto.




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