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La mossa di Biden ha tolto ogni alibi a Putin

di Menandro|

Non invieremo in Ucraina sistemi missilistici che possono colpire all’interno del territorio della Russia”. Multiple Launch Rocket System (Mlrs), sistema missilistico capace di lanciare razzi a media gittata, fino a 300 chilometri, distanza che permetterebbe all’Ucraina di colpire all’interno del territorio russo. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, è stato esplicito ieri in conferenza stampa: il suo è un “no” a Kiev, ma è soprattutto un “sì” alla pace, nello stesso momento in cui anche l’Europa si ripresenta compatta e unita (pur con alcuni distinguo…) con un altro significativo “no” al petrolio di Mosca. Entrambi sono segnali importanti per il traguardo iniziale della tregua, della sospensione dei bombardamenti sull’Ucraina, e solo in apparenza antitetici, che il Cremlino ora il dovere di raccogliere, se non vuole davvero ritrovarsi isolato nel consesso civile e depotenziato da quegli stessi alleati (Cina in primis) che lo sostengono con il silenzio. Da mesi si commenta che ad Est si combatte una guerra per procura: Stati Uniti e Nato versus Russia. Il continuo invio di armi da parte di Washington e il lessico di Biden e del segretario generale dell’Alleanza Atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg ne sono stati una conferma indiretta. Da ieri, però, sullo scacchiere diplomatico, c’è qualcosa di nuovo. Non sarà “Qualcosa di travolgente”, come recita il titolo di un famoso film hollywoodiano (1986) che ci permette di ricordare Ray Liotta, scomparso di recente, che nella pellicola recitava con una bellissima Melanie Griffith e Jeff Daniels, ma di sicuro è un inizio che travolge i luoghi comuni della propaganda di Putin, mentre le sue forze accerchiano il Donbass. Gli Usa porgono la mano: è il più grande paese del mondo che si rivolge a un altra grande potenza mondiale che ha aggredito un altro paese, confidando in un blitzkrieg che si è disgregato per imperizia e capacità di resistenza degli aggrediti. Ma l’offerta di Biden è anche la rinuncia (pur nella complessità della questione e delle ragioni della guerra) all’escalation militare sollecitata dal presidente ucraino Zelensky. Con il suo “no” il presidente statunitense ha deciso di premere non soltanto sul pedale internazionale, ma di ridare peso alla sua politica interna, preoccupato dal ritorno “aggressivo” in campo del suo rivale Donald Trump. La sua posizione contrasta, infatti, le recenti dichiarazioni dell’esponente repubblicano Rob Portman, senatore della commissione Esteri, favorevole all’invio del Multiple Launch Rocket System (Mlrs). Posizione strumentale, agitata per mettere in ulteriore difficoltà la Casa Bianca se la guerra dovesse risultare fuori controllo. A quel punto, il primo ad essere messo in discussione sarebbe proprio il capo delle Forze armate statunitensi, cioè Joe Biden. E con la sua nuova opzione in politica estera, per effetto transitivo Biden ridà voce a quella parte della nazione americana alla quale sta più a cuore l’egemonia culturale che quella delle armi, a quella parte dell’opinione pubblica che creda nei valori democratici, della libertà e della pace, insofferente ai condizionamenti ai quali l’apparato industriale-militare sottopone da decenni la società americana. Anche per responsabilità (e sono gravi) dei precedenti presidenti democratici. Le elezioni mid-term, di metà mandato per il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato, bussano alla porta di un’America con problemi di tenuta sociale che potrebbero sfociare in proteste violente e irrazionali. Tensioni che i repubblicani sono pronti a capitalizzare per mettere sui carboni ardenti Biden e i democratici in vista delle elezioni del 2024. Sia chiaro, nessuno si fa illusioni. Il “no” di Biden ai missili a lunga gittata sono uno spiraglio, non di un’inversione di tendenza della politica Usa. Ma il presidente è altrettanto consapevole che il tempo delle tergiversazioni è scaduto. Non ha la faccia feroce del guerriero, né le physique du rôle del cattivo, e oggettivamente non lo si riesce a immaginare con indosso tuta mimetica ed elemento. I suoi eleganti vestiti, anche se penalizzati sempre da un’indebita “luce” tra spalla e collo inaccettabile per un taglio sartoriale, ne fanno più un diplomatico alla Talleyrand, desideroso di un tavolo della pace su cui accendere i riflettori, che non un “Rambo” in celluloide per schiacciare il cattivo di turno. Ora tocca a Putin raccogliere la scelta di Biden. I missili russi hanno distrutto di tutto e di più. Non distrugga anche la speranza e l’opportunità di riportare il suo Paese, la Russia, in una dimensione di umanità e di civiltà che gli compete, e di evitare una catastrofe umanitaria per la mancanza di grano. E scriva insieme al mondo l’unica parola che manca a tutti noi da 96 giorni: pace.


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