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La morte di don Ricca: l'addio al Salesiano del "Ferrante Aporti"


È alla «Generala», oggi l’Istituto penale minorile «Ferrante Aporti» che don Bosco, inviato dal suo padre spirituale san Giuseppe Cafasso, immagina il suo sistema preventivo. Visitando e parlando con i «giovani discoli e pericolanti» e ascoltando gli affanni di quei ragazzi senza una famiglia di riferimento, il santo torinese inventa l’oratorio. Ed è per questo che da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani. Come don Domenico Ricca che ci ha lasciato ieri, sabato 2 marzo, all'età di 77 anni, dopo una malattia che lo ha colpito poco dopo il termine del suo ministero di oltre 40 anni come cappellano del «Ferrante».[1]

Don Domenico, Meco per tutti, ha speso tutta la sua vita con i giovani reclusi – fu anche tutore di Erika, la giovane di Novi Ligure che con il fidanzatino Omar riempì le cronache per molti mesi nel 2001 – come don Bosco voleva i suoi salesiani, preti da oratorio, preti da cortile.


Don Ricca, nel lungo libro intervista di Marina Lomunno «Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti» (Elledici 2015) spiega, citando lo «stile» di don Bosco, come ha interpretato il suo essere prete tra i minori ristretti: «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c'è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto». Per questo don Ricca, prete di frontiera, amico di don Ciotti, tra i fondatori prima della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione «Aporti Aperte», dell’Ags per il territorio, dei Salesiani per il Sociale, consultato spesso dal ministero di Giustizia, delegato per le Acli e molto altro a Torino, era un riferimento costante per chi si occupa di disagio minorile. Memorabile nel 2015, quando Papa Francesco venne a Torino per la sua visita apostolica in occasione dei 200 dalla nascita di don Bosco, fu il pranzo in Arcivescovado. Il Papa chiese di stare a tavola con alcuni minori detenuti e don Ricca portò i suoi ragazzi che donarono a Francesco una maglietta con tutte le loro firme. 


A chi chiedeva a don Ricca come parlerebbe don Bosco ai “giovani pericolanti” di oggi rispondeva: «Don Bosco tornerebbe in prigione, tornerebbe alla Generala… si inventerebbe l’uso dei social. Creerebbe gruppi su Whatsapp e Instagram! È la lezione di don Milani: le forme sono del tempo, ma quello che ci ha lasciato è la voglia di rischiare, di chiedere di più, di non sedersi: direbbe papa Francesco «di non condurre una vita mondana». Don Bosco manderebbe in carcere i suoi preti e chierici più ardimentosi, giovani, li sosterrebbe anche nelle loro intemperanze. Ma soprattutto sarebbe padre, amico e fratello dei ragazzi reclusi e ripeterebbe anche oggi il suo monito «Amateli i ragazzi. Si otterrà di più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che con molti rimproveri» perché «tutti i giovani hanno i loro giorni pericolosi, e voi anche li avete. Guai se non ci studieremo di aiutarli a passarli in fretta e senza rimprovero». Una lezione decisamente opposta e diversa da quella dei manganelli.



Note


[1] Don Domenico Ricca verrà ricordato nella preghiera del Rosario nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino martedì 5 marzo alle 20.30; funerale sempre in Basilica mercoledì 6 alle 10.30; sepolturaa Mellea di Fossano, dove era nato.

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