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La morte di De Mita, l’ultimo intellettuale della Magna Grecia

Ciriaco De Mita, l’intellettuale della Magna Grecia come l’aveva etichettato con una delle sue proverbiali freddure tra l’ironico e l’acido l’Avvocato, se ne è andato all’età di 94 anni. Era sindaco di Nusco, in provincia di Avellino. Ma Gianni Agnelli, sensibile alla cultura, riconosceva a De Mita, leader della Democrazia Cristiana negli anni Ottanta, l’intelligenza e la vivacità di una mente lucida, unite a una buona dose di coraggio nel tentativo di cambiare il Paese che marciava a passo lento verso l’immobilismo di cui oggi paghiamo le conseguenze. Altri ne scimmiottavano la cadenza, il suo intercalare surreale, cercando di incunearsi nel suo piegare una consonante sull’altra alla ricerca di una fessura ai suoi ragionamenti. Ma non era semplice. Da perfetto democristiano o quasi, esponente di un partito al potere da oltre quarant’anni, aveva la pretesa -legittima – da presidente del consiglio e contemporaneamente segretario nazionale della Dc, di riassumere l’esperienza dei grandi della cultura cattolica, da don Sturzo a De Gasperi e a Aldo Moro, di cui si sentiva l’erede nella ricerca del dialogo con il Partito comunista con il quale mise in moto l’alleanza perfetta per portare al Quirinale nel 1985 il cugino di Enrico Berlinguer, Francesco Cossiga. De Mita credeva nello Stato come grande mediatore dei conflitti sociali e erogatore del Welfare. E ci credeva doppiamente, come la maggioranza dei leader dello scudocrociato che l’aveva preceduto, se l’intervento dello Stato coincideva con gli interessi del suo partito. Un obbiettivo che sapeva raggiungere con la studiata armonia nelle relazioni che soltanto la classe politica meridionale dell’epoca suscitava nel Paese. Non a caso, mal digeriva la “modernità” del leader socialista Bettino Craxi, e ancor più mal digerì la staffetta a palazzo Chigi. A Craxi perdonava soltanto l’essere milanese, ma per un vezzo sentimentale: nella capitale finanziaria d’Italia aveva vissuto nei primi anni Cinquanta, studente alla Cattolica. Una “conquista” ottenuta grazie ai suoi buoni voti da liceale e, soprattutto, ai buoni uffici di un parroco di Nusco che nel giovane De Mita, figlio di un sarto, aveva intravisto qualità e spessore culturale. Quel prete non si era sbagliato, perché nel decennio successivo De Mita si sarebbe ritrovato a Montecitorio e, scalando posizioni su posizioni, avrebbe provato a ricostruire su basi nuove e da sinistra il potere della Dc. Come ci si aspettava dal più moderno e ultimo intellettuale della Magna Grecia.

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